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Incontro con Mike Leigh: Il cinema strumento di formazione e altre lezioni

Venerdì 27 novembre, nel corso del “ForFilmFestival”, il Direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli ha incontrato al Lumière il regista Mike Leigh.

Dopo una breve presentazione, Farinelli ha citato un critico italiano che a proposito di “Naked” parlò della difficoltà di estrarvi un senso univoco, ma allo stesso tempo della certezza che Leigh fosse un sabotatore della immagine nazionale degli inglesi. È così che lui si sente?
Leigh si è augurato di esserlo proprio stato, e di continuare tuttora e in futuro. Ha quindi aggiunto che la domanda solleva due questioni diverse. La prima è che, realizzando film in modo sì idiosincratico ma principalmente onesto, mostrando le cose, le persone, la vita, così come lui le vede, non ritiene di essere anarchico, radicale o sabotatore. La seconda è che lui forse nel tempo è andato alla ricerca di un contenuto e di uno stile, magari al di fuori della convenzionalità; ma molta critica, soprattutto borghese, ha parecchi preconcetti, per cui risulta molto più facile valutare una cinematografia profondamente sperimentale come quella di Greenaway, piuttosto che il suo lavoro, apparentemente naturalistico ma in realtà spiazzante.

L’ambito dell’incontro ha riguardato il cinema per la formazione. Pertanto, a Leigh è stata posta la questione se secondo lui il cinema può essere uno strumento per cambiare le persone e il mondo.
Leigh ne è certo, e ha portato esempi di persone che gli hanno scritto lettere dichiarando che un suo film aveva cambiato loro la vita.

Secondo Farinelli da qualche anno ci sono parecchi segnali che il film d’autore stia subendo attacchi da più parti (come anche da altri media) e non sia più così importante per la comunicazione, come lo era stato anni fa. Per cui, si chiede a Leigh se lui creda ancora in questo cinema.
Per Leigh questo non è un tema complesso. Alcuni film, specie commerciali, sono creati da una sorta di “comitato”, mentre ci sono molti registi che vogliono realizzare film personali e per questo detengono il controllo sul mezzo. A Leigh va benissimo se si vuole parlare di autorialità, lui si considera autore dei suoi film, e anche se questo tipo di autore è diverso da quello di un libro, dal momento che il cinema prevede una collaborazione di più figure, queste ultime fanno comunque capo al regista. Tuttavia, ha aggiunto, è retrò parlare oggi di questi argomenti, in quanto esistono strumenti che consentono di realizzare film con pochi soldi e pochi mezzi, dando inoltre luogo a un grande processo di democratizzazione delle immagini e della loro diffusione.

A questo punto è stato dato spazio al pubblico, da cui è venuta l’osservazione che Leigh sembri molto attento all’espressione della femminilità, e vi torni spesso, in parecchi film.
Leigh ha ammesso che non lo fa di proposito. Come eterosessuale, le donne hanno avuto parti e ruoli molto importanti nella sua vita, e forse lui li ripresenta nei film. Inconsapevolmente, forse, vuole opporsi a rappresentazioni machiste; consapevolmente, invece, vuole scrivere buoni personaggi per le attrici, anche perché secondo lui in genere nei film i ruoli delle donne sono subordinati a quelli maschili, mentre lui vuole trovarne di forti e indipendenti.[PAGEBREAK]

Un altro dei formatori presenti in sala ha espresso ammirazione verso il cinema di Leigh, perché è adeguato alla realtà contemporanea, caratterizzata da relazioni più complesse di un tempo.
In realtà, ha osservato il regista, in passato la vita non era meno complessa, ma era il cinema che ne parlava in maniera meno complessa. Probabilmente solo da poco tempo il cinema e le altre arti hanno imparato a esprimere questa complessità. Quando da bambino e da ragazzo lui andava al cinema, si chiedeva per quale motivo non ci fossero personaggi come loro del pubblico e la quotidianità venisse spazzata via, e per questo lui ha voluto introdurre gli uni e l’altra.

Eppure, ha osservato Farinelli, Leigh non si è formato nell’età del Free Cinema (metà anni ’50)? Alan Parker in un altro incontro disse che il Free Cinema non ha lasciato eredi diretti e che, alla sua fine, il cinema inglese morì per un quindicennio; si domanda pertanto a Leigh se sia vero che la sua generazione abbia dovuto ricostruire un linguaggio, ripartire.
Leigh ha risposto che storicamente, contestualizzando, dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’80 è stato impossibile in Inghilterra fare un film pienamente inglese. Tuttavia, Parker proviene da un retroterra diverso, da un cinema per cui creava filmati commerciali, mentre lui, come anche Frears e Loach, lavorava per la BBC, facendo cinema per la televisione: questi registi avevano molta libertà e realizzavano un cinema popolare, così continuarono la tradizione del Free Cinema, al contrario di Parker.
In ogni caso, Leigh intende il Free Cinema come cinema puro, mentre quando Richardson e altri lo continuarono partivano da materiali da ritenersi secondari, in quanto si trattava di adattamenti da romanzi o da pièce teatrali. Piuttosto, per Leigh il cinema autentico era quello della Nouvelle Vague. Inoltre, seppure sia vero che un film come “Sabato Sera Domenica Mattina” parla della realtà di Leigh, a livello cinematografico resta comunque inferiore a “Fino All’Ultimo Respiro”.

A proposito di Free Cinema e di Nouvelle Vague, si vorrebbe sapere che cosa vede Leigh nel cinema di oggi, se per il nuovo millennio sia alle porte un’altra nuova onda.
Leigh ha ammesso di non sapere rispondere. Sicuramente ci sono molti cineasti, in ogni parte del mondo, che stanno facendo buone cose. Nel 1978 si diceva che il cinema sarebbe morto negli anni ’90, mentre invece oggi parecchi giovani vi si stanno avvicinando, producendo materiale molto interessante; forse qualcosa sta arrivando.

Per concludere, si vorrebbe conoscere il comportamento di Leigh verso gli attori, come lavori con loro; se li lasci liberi, se ci sia improvvisazione; quanto sia stretta la sceneggiatura.
Secondo Leigh, lasciare liberi gli attori significa che loro faranno gli attori, mentre a lui non interessa l’interpretazione di personaggi, bensì ricalcare la vita reale. Per questo, lui crea e costruisce un mondo tramite un lavoro di mesi, senza lasciare nulla all’improvvisazione (anche se a volte avviene il contrario, come nelle scene con il bambino di “Happy Go Lucky”). Quello che si gira, in sostanza, è molto sceneggiato, pure non essendo scritto, e vi si riesce ad arrivare attraverso moltissime prove: mesi e mesi per creare un personaggio, o meglio per essere un personaggio.

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