Home > Interviste > L’incontro con Tayfun Pirselimoğlu alla 50+1 Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro

L’incontro con Tayfun Pirselimoğlu alla 50+1 Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro

La Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro 2015 ha dedicato una personale al regista turco Tayfun Pirselimoğlu: poco noto dalle nostre parti, ma proprio al Festival di Roma del 2013 ha vinto un importante premio per la miglior sceneggiatura con il suo film più recente, “I’m Not Him”. Questo e tutti gli altri suoi film, compreso il cortometraggio di esordio “My Uncle” (1997) sono stati programmati durante la 50+1 edizione della Mostra di Pesaro che si è appena conclusa.

Venerdì 26 giugno Pirselimoğlu era al Centro Arti Visive Pescheria per un incontro con gli appassionati e i giornalisti.

Il regista turco ha raccontato dei suoi esordi. Il suo approdo al cinema non è stato immediato: studiò da ingegnere, nonostante avesse uno zio che già lavorava nel mondo del cinema e gli ha trasmesso la passione per l’arte. Ma solo dopo essersi trasferito a Vienna ha scoperto la pittura e ha scritto il suo primo romanzo.

«Dopo aver lavorato per alcuni anni come sceneggiatore, nel 1999 ho esordito nella regia con il cortometraggio “My Uncle”, utilizzando 30 metri di pellicola che mi erano stati regalati. È stata un’esperienza molto importante che mi ha fatto comprendere pienamente l’economia del girare.

Il mio primo lungometraggio, “Innowhereland”, ha potuto contare su un budget maggiore mentre con l’opera successiva, “Riza”, sono tornato a quella che poi è diventata la mia strategia: troupe ridotta, piccolo budget, riprese in loco.

Penso che per creare sia necessario avere un’ossessione in grado di dettare un’urgenza, una spinta a fare. Tra le mie personali ossessioni – che poi diventano elementi ricorrenti nei miei film – ci sono il tema dell’identità, i capelli, gli alberghi, e tre azioni tipicamente turche: guardare la tv (la Turchia è il secondo paese al mondo per consumo televisivo), fumare e mangiare.

Altre immagini che ritornano sia nei miei libri sia nelle mie sceneggiature sono l’andamento circolare (un aspetto tipicamente orientale) e l’atto del pedinamento, seguire qualcuno per scavare nella sua vita e scoprire qualcosa che non si conosce. Spesso, nelle mie opere, è l’uomo a seguire la donna, perché i personaggi femminili sono sempre portatori di un maggiore spessore drammatico. Mi è stato poi fatto notare più volte come i miei film siano ‘deprimenti’, eppure contengono sempre una speranza. Bisogna cercare un po’, ma c’è.

Racconto le storie nel modo più semplice possibile: c’è un quadro all’interno del quale succede qualcosa, ma qualcosa accade sempre anche all’esterno dell’inquadratura. Chiedo quindi al pubblico di contemplare entrambe le realtà, dentro e fuori dal quadro. Il cinema è come un’arma carica con la quale si potrebbe sparare agli spettatori, ma non è questo il mio scopo. L’unica cosa che conta, a mio avviso, è la sincerità, perché ti consente di creare un terreno comune tra te, narratore, e il pubblico. Le storie sono come labirinti: ciascuno è chiamato a trovare una propria strada per percorrerle. I miei protagonisti sono persone normali, povere, che lavorano per sopravvivere. Non mi interessa seguire le regole del cinema commerciale.

Per quanto riguarda i miei riferimenti, non saprei indicare dei singoli autori. Amo molto il cinema sudamericano e quello del sud-est asiatico. Non ho studiato cinema, l’ho appreso guardando i film quasi senza rendermene conto.»

Scroll To Top