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Teho Teardo: “Grief is the Thing with Feathers è il mio disco più cupo in assoluto” | INTERVISTA

All’interno dello studio di registrazione dove il disco è stato pensato, sviluppato, (ri)progettato e ampliato, abbiamo potuto ascoltare in anteprima “Grief is the Thing with Feathers” di Teho Teardo, musicista friulano, ma anche ormai romano d’adozione, tra i più conosciuti a livello internazionale grazie alla pletora di generi e mondi musicali diversi con i quali si è cimentato nella sua (ormai) ultratrentennale carriera. Dalla dark ambient al punk, dal noise alla pura sperimentazione, fino ad arrivare alle colonne sonore per cinema e teatro (un David di Donatello all’attivo per la colonna sonora de “Il divo” di Paolo Sorrentino), sono molteplici le atmosfere e i territori toccati dalle tappe del viaggio musicale di Teardo, un percorso creativo e artistico tra i più interessanti da seguire nel panorama nostrano e non solo.

Ospiti, come dicevamo, dell’ambiente informale dove generalmente l’artista compone nei suoi soggiorni capitolini, con tè e dolci messi a disposizione dall’impeccabile organizzazione dell’evento, abbiamo chiacchierato con Teardo prima e dopo il corposo ascolto, poco più di trenta minuti passati in fretta e che ci hanno lasciato senza fiato, complice anche il pregevole impianto sonoro che si occupava di spandere (ed espandere) i suoni fino a penetrare violentemente, ma piacevolmente, nelle nostre sinapsi. Lasciamo quindi il campo alle parole dell’autore (e alle nostre domande):

“Il primo concerto che mi ha letteralmente “spettinato”? Uno di James Brown. Un’artista che si spendeva sul palco, quotidianamente, per la sua comunità, sempre più di un album all’anno, in tour costante, per raggiungere più persone possibili. Io mi ritengo un’artista profondamente diverso, la mia musica deve poter arrivare a chiunque, anche se è inevitabile che possa emergere una posizione politica, in questo momento storico, anche solo dal MODO di fare musica e di proporla. Il mercato musicale non esiste più, e quindi possiamo fare quello che ci pare usando gli spazi come ci pare, tanto c’è poco da perdere … ”

Com’è il nato il progetto per questo disco, colonna sonora di un omonimo spettacolo teatrale che va proprio in questi giorni in scena al teatro Barbican di Londra, con Cillian Murphy (che troneggia sulla copertina) come protagonista?

Davvero per caso. Stavo lavorando su questa musica, su questo progetto, sarebbe dovuto comunque diventare il mio nuovo disco, prima o poi. Ricevo la telefonata di Enda Walsh (co-autore di “Lazarus”, l’ultimo disco di David Bowie, tra le tante cose), con cui avevo già collaborato altre due volte, che mi propone di musicare una sua pièce tratta da un libro che, guardacaso, avevo già letto, in Italia s’intitola “Il dolore è una cosa con le piume”, di Max Porter, edito da Guanda: in Gran Bretagna molto conosciuto, qui passato praticamente inosservato. E tutto quindi è sembrato combaciare perfettamente, io ho avuto tempo (due anni abbondanti) per rimaneggiare alcune parti, ampliarne altre (ma non l’ho poi modificato molto) e il risultato è quello che avete ascoltato e che trovate in tutti i negozi di dischi, per Spècula. Qualche brano è entrato per caso: uno in particolare era destinato ad un film, poi Enda l’ha ascoltato e l’ha trovato particolarmente adatto. Il film ha avuto un altro pezzo, ma non credo se ne siano nemmeno accorti.

Sei anche stato ispirato dagli accadimenti del libro, immaginiamo …

Sì, certo. Come dicevo anche prima, nel mondo anglosassone è stato un vero e proprio caso editoriale, ma qui non ce ce siamo accorti, come molto spesso succede. Spesso siamo periferici nell’approccio, provinciali, e ci sfuggono cose che altrove fanno un gran rumore. L’ambiente “emotivo” del testo è stato sempre presente dal momento in cui abbiamo preso la decisione di mettere in piedi il progetto.

Hai avuto tantissime partecipazioni e collaborazioni nel disco, anche illustri …

Io ho suonato un po’ di cose, come sempre: chitarre, basso, synth, organo, piano “Fender Rhodes”, celesta, percussioni varie … Ma ho avuto il piacere di ospitare tanti artisti meravigliosi: la parti vocali sono di Susanna Buffa, ai violini Ambra Chiara MichelangeliVanessa Cremaschi Elena De Stabile, al clarino basso Daniele Coen, al violoncello Laura Bisceglia Giovanna Famulari. E ho anche avuto il piacere di avere Joe Lalli, dei Fugazi, a suonare alcune parti di basso. E le tablas!

Cambiamo un attimo argomento, per poi tornare al disco. Tra i tuoi tanti progetti per il prossimo futuro c’è anche quello di musicare l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert. Ci spieghi in che senso?

Un lavoro su commissione, sempre più raro oggi: chiama qualcuno e ti dice che ti può mettere a disposizione dei soldi per fare qualcosa, non succede più così di sovente. Qui è la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli che mi ha contattato (undici km di libri in archivio, una roba incredibile) proponendomi di fare delle musiche per qualche testo storico, tipo l’Utopia di Thomas More. Sono andato a Milano, a vedere l’edizione originale, per ispirazione, e mi sono imbattuto, all’interno di questo posto magnifico, nell’edizione originale dell’Enciclopedia. E ho scoperto che aveva una sezione musicale, degli esercizi dimostrativi sui vari risultati raggiunti dalla musica in quel momento, ci sono gli arpeggi, i contrappunti, tutta roba che va da pochi secondi al minuto. Sarà di sicuro un’esperienza interessante e unica, un privilegio.

Torniamo al disco. Si sente, come è giusto e inevitabile, il marchio Teardo, specie nell’uso degli archi. Ma la contaminazione è con il noise, con l’industrial, con una cupezza di fondo che viene maggiormente dallo stato emotivo dei personaggi o è stato in qualche modo anche l’ambiente londinese ad influenzare?

Sottolineo subito che ritengo che questo sia il mio disco più cupo in assoluto. Con questa squadra di lavoro frequentiamo molto Londra, e quindi è inevitabile che il “mood” cittadino entri in qualche modo. Il mio modo di lavorare è sempre più o meno questo: piccoli test, non solo a prodotto finito come stiamo facendo in questo momento, ma anche in corso d’opera, e quindi dall’ambiente londinese è inevitabile che arrivino certe suggestioni, certe atmosfere. Mi fa piacere che si riconosca ormai un mio “marchio”, perché sono in lotta costante con lui, e inevitabilmente poi rispunta fuori in altri contesti, da un’altra parte.

Mai uguale, ma simile, potremmo sintetizzare.

Ma anche uguale va benissimo, i Ramones sono uno dei miei gruppi preferiti in assoluto e il loro marchio è inconfondibile dopo tre accordi. Mi piace che si capisca chi c’è dietro la musica, qual è il viaggio che si compie, e per arrivare a questo uno stile definito è fondamentale, che poi cambia e si trasforma nel tempo. Il viaggio poi non dura mica un disco, ma può coprire una serie di dischi. In questo disco ci sono frasi, parti musicali che saranno anche nel prossimo, è uno dei modi che adopero per comporre musica, quando finisco un lavoro prendo alcuni elementi e cerco d’innestarli in una nuova struttura.

La musica che ascoltiamo sul disco è la stessa musica che accompagnerà lo spettacolo, identica?

Al 95 per cento sì, poi ci sono che funzionano in scena ma non su disco, e viceversa, è inevitabile. Ci sono parti che durano più sul disco rispetto allo spettacolo, ma parliamo comunque, in sostanza, della stessa cosa.

E’ molto diversa la composizione per teatro rispetto ad una colonna sonora per il cinema?

No, direi di no, per me si tratta di far della musica. Poi la musica deve trovare la sua via all’interno del progetto, ma il mio approccio non è molto diverso. Sono linguaggi diversi, da piccolo andavo al cinema e poi correvo spesso a comprare il disco della colonna sonora, e non rendeva come su schermo, a volte. A volte invece, penso a “Paris, Texas” e al lavoro di Ry Cooder, la musica su disco acquista nuova linfa. Sono nati bambini con quel disco di Cooder, di amici, li conosco …

Tu componi guardando le immagini?

Mai. Compongo leggendo le sceneggiature, trovo che al contrario possano uscir fuori sottolineature magari troppo didascaliche. Un esempio per comprendere questo discorso, per me, è la colonna sonora di “Sandokan” dei De Angelis. Lì l’immaginario si ferma, l’ordine dei brani, le immagini evocate, tutto rimanda al testo visivo, senz’aria. Io in questo disco ho volutamente rimescolato i titoli dei capitoli del libro, per creare un’esperienza comunque diversa. Se tu collochi la musica in un punto preciso della narrazione anche quando la stai ascoltando, le tarpi le ali. Il teatro è come la musica live, c’è nel momento del suo farsi poi non c’è più. Il disco non deve essere ascoltato nostalgicamente, ricordando lo spettacolo, deve essere un’altra cosa e valere anche per chi lo spettacolo non l’ha visto. In Italia abbiamo sviluppato una scuola cinematografica di musica a commento meravigliosa, pensate a “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Morricone, una roba inarrivabile. Quando ho cominciato a fare colonne sonore, ho deciso di non mettermi in quel solco, di non finire col rischio piano/bar, io vengo dal punk e ho pensato a svincolare la musica dalle immagini. La musica segue le emozioni della storia, non pedissequamente le riprese e il montaggio, senza restringere lo spettro emotivo.

I tuoi riferimenti musicali in questo campo? Danny Elfman magari, visto anche il percorso simile che passa dalle band?

Il mio unico riferimento sono i Cramps, il rock selvaggio, primitivo, una musica composta da pochissimi elementi, e devono funzionare tutti altrimenti non c’è scampo, non puoi nasconderti dietro le orge di suoni, la complessità, la produzione … Mi piace la pochezza di mezzi, tanti dei pezzi di questo disco hanno una o due idee di base forti, e se sono forti abbastanza basta poco altro.

Ci sembra giusto chiudere con questa vera e propria dichiarazione d’intenti e manifesto programmatico, per poi rimandarvi alla recensione dove si analizzerà il disco in tutte le componenti. L’eclettismo di Teardo si traduce, come avete letto e come in tutte le persone di talento vero, in una capacità di analizzare il lavoro non comune, una vera e propria guida all’ascolto. Vi consigliamo di ascoltare “Grief is the Thing with Feathers” nel formato che volete, e poi magari di venire e rileggere queste parole, capirete ancora meglio tutte le circonvoluzioni del suono e dei suoni. Preferibilmente, ad altissimo volume.

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