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Ind(i)emoniati, ovvero il rock senza Pete Doherty

Altro che indiepop. Perché recensire gli Shout Out Louds senza utilizzare la parola “indie” è impossibile. Però, davvero, altro che indiepop.

Scordatevi i luoghi comuni sulla musica da cameretta schiva e sui loser che si guardano le scarpe, perché la serata si infiamma subito, il Covo è una bolgia e dalle dieci e un quarto non entra più nessuno.
Aprono i The Calorifer Is Very Hot, quasi di casa (sono di Ferrara), in formazione a tre, e fanno il loro (cioè un indiepop venato di elettronica, pieno di coretti da Beach Boys e pavimentianamente sghembo come da manuale) molto bene.

Pochi minuti e su un campione di “Our Ill Wills” (la canzone omonima del secondo album) gli Shout Out Louds salgono e cominciano a picchiare (gentilmente, è sempre indie) sulle chitarre (non le loro, peraltro, giacché l’aeroporto di Malpensa ha pensato di farsi notare perdendogli gli strumenti). L’acustica è sorprendentemente buona (altre volte il Covo, che pure è pregevolissimo nel suo infaticabile ospitare nuovi gruppi interessanti, non aveva esaltato come resa sonora) e qui il gruppo svedese è di casa (sono passati la prima volta tre anni fa e la loro “100°” è stata a lungo un classico dei dj set del locale): normale, quindi, che nel locale strapieno gruppi di venti, trenta svedesi ubriachi o indieblogger (le due categorie sono de facto indistinguibili) saltino come degli indemoniati, che tre quarti degli astanti conoscano i testi di quasi tutte le canzoni, che le preferite provochino dei boati da far tremare le pareti. Se non fosse che tra una canzone e l’altra, e troppo spesso durante, si sente un vociare che è più conversazione da mercato che sommesso brusio, si potrebbe giurare di essere in Svezia.

Dal vivo il gruppo amalgama molto di più le canzoni, facendo risaltare le chitarre e stemperando così sia le sfumature new-wave del primo lavoro che quelle elettroniche del secondo, prodotto da Björn Yttling (bassista dei Peter, Bjorn & John) e marcatamente simile, anche per la voce di Adam Olenius, ai Cure del periodo ’86/’89 (cito una mia conoscente). Il risultato è omogeneo e movimentato dalle percussioni, già messe in evidenza dal secondo album: non c’è canzone in cui almeno un membro della band non tenga il tempo con qualcosa, e sui suoi suonini brasiliani di “Tonight I Have To Leave It” la folla raggiunge l’apoteosi. Sia chiaro, non è un pogo cattivo da sesso droga & rock ‘n’ roll; è più una massa di teenager, magari non anagraficamente, che per una sera esce dalla cameretta per andare a zompettare cogli (sugli) amici, a sfogarsi invece di implodere, o rubando le parole ad un altro gruppo “celebrate the irony: everything is going wrong but we’re so happy”. Unico momento di calma una “Go Sadness” che acquista un’aura quasi sacrale e decisamente catartica suonata solo organo e chitarra (“bye bye car keys, hello sparkles and flies” come mantra?). Poi la serata è un unico salto, “Normandie”, “Please Please Please”, “100°”, “The Comeback”, “Your Parents Livingroom”, “Impossible”.

La serata è perfetta così, contrapposizione primaverile del concerto estivo dei sempre svedesi I’m From Barcelona; per tornare alle camerette c’è sempre tempo.

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