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Indie rock italiano: Angloamericanità

Non è un segreto: c’è, in Italia, un numero considerevole di gruppi fortemente influenzati dalla popolazione che, nell’immaginario stereotipato dell’italiano smargiasso, è quella grassa che ride forte e mangia solo anelli di cipolla impanati.
Ai tre dischi di recente e prossima uscita cui diamo un’occhiata qui, però, non interessano tanto gli anelli di cipolla impanati. L’America che hanno assorbito questi tre gruppi è un’America molto diversa e fortemente rielaborata da un immaginario che americano non è.

A partire dai Goose, che vengono da Sassari, cantano (sorpresa!) in italiano e si dicono ispirati, per dirne due, ai fratelli Coen e ad Hunter S. Thompson. Il gruppo di Stefano Sotgiu si apre a un rock-pop-country intelligente che, nel disco “30:40″ si avvolge intorno a una sorta di concept: il decennio provante tra i trenta e i quarant’anni è il tema forte dell’album, ma viene trattato con una certa ironia, ritornelli calzanti, steel guitar e armoniche a bocca. Una buona prova per i Goose e per lo Stato del Tennessee.

Sono tutti altri Stati, quelli a cui si rifanno i tre Damien* – il loro terzo lp, “Crippled Cute”, guarda piuttosto a molto rock e punk californiano, tenendo sempre presenti i Pavement, ma con un eccessivo entusiasmo nel colpire senza posa i piatti. I Damien* guardano anche al rock inglese recentissimo, e il loro è un album godibile che segue, in ogni brano, la direzione indicata dalla chitarra di Enrico Boccioletti. “Crippled Cute” è un disco di genere, e si sono sentite prove più originali, ma i brani hanno tutti una propria vita e sono ben distinguibili.

Non hanno bisogno di presentazione i rockabilly The Hormonauts. 2/3 bolognesi e 1/3 scozzese, gli Hormonauts celebrano una collaborazione ormai decennale con un doppio album che vede la riedizione dei loro primi due dischi e getta uno sguardo sulla prima maturazione dei tre come band. Dove “Hormone Hop” poteva mettere in mostra l’inesauribile bravura tecnica del gruppo e un giocherellare tra i generi preferiti (surf rock, country, un’occhiata originale allo ska), “Mini-Skirt” sviluppa uno stile più personale, più punk, senza per questo risparmiare atmosfere da western e omaggi agli amatissimi anni ’50. E una rielaborazione up-tempo di “Tainted Love”. Gli Hormonauts piacciono incondizionatamente a tutti, non ci si può fare nulla. E sono pure BRAVI.
Questa raccolta, “Two Is MEI Che ONE Vol. 1″, è un buon modo di raccogliere i pezzi mancanti, rispolverare due ottimi album e non avere nostalgia degli anelli di cipolla impanati.

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