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Indiscriminata violazione di domicilio

Secondo il report pubblicato dalla Symantec, nel mese di maggio lo spam ha subìto una crescita del 5% rispetto ad aprile, portando la mail indesiderate a rappresentare il 90,4% del traffico complessivo di posta elettronica. Cifre record per un fenomeno da sempre fuori controllo.
Lo spam è un vero e proprio furto di servizi, in quanto si concreta nell’utilizzo abusivo di risorse altrui. In altre parole, per i pochissimi a cui ancora non è chiaro il concetto, inviare mail a chi non ne abbia fatto espressa richiesta, o a chi non abbia previamente acconsentito al trattamento dei propri dati personali – anche se inserito in un pubblico elenco, albo o anche qualora abbia prestato consenso a soggetti differenti – deve considerarsi illecito. Gli operatori commerciali, quindi, per rimanere nel recinto della legalità, hanno una unica strada: ottenere il consenso dei destinatari.

Così, come sottolineato dal Garante, “Il consenso, da documentare per iscritto, deve essere manifestato liberamente, in modo esplicito e in forma differenziata rispetto alle diverse finalità e alle categorie di servizi e prodotti offerti, prima dell’inoltro dei messaggi“. Non basta, quindi, un consenso verbale o prestato via telefono. Il consenso, inoltre, deve essere preventivo: tale regola “non può essere elusa inviando una prima e-mail che, nel chiedere un consenso, abbia comunque un contenuto promozionale oppure pubblicitario“, né può essere aggirata “riconoscendo solo un diritto di tipo c.d. opt-out al fine di non ricevere più messaggi dello stesso tenore“. Di conseguenza, una mail che contenga la richiesta di consenso contestualmente alla pubblicità di un prodotto, è comunque fraudolenta.

Il consenso rappresenta un elemento imprescindibile anche quando gli indirizzi di posta si attingano da registri accessibili a tutti (per es.: albi professionali) o da elenchi categorici (Pagine Gialle, Pagine Utili). Inoltre, qualora l’autorizzazione al trattamento dei propri dati sia stata concessa, l’interessato ha sempre la possibilità di richiedere l’aggiornamento o la cancellazione o di opporsi ad una gestione illegittima ed illecita degli stessi. Dinanzi tali richieste, il responsabile del trattamento dei dati non può assumere una condotta negligente o libertina, essendo tenuto, anche in presenza di una richiesta, a fornire all’interessato un riscontro in tempi brevi.

Qualora lo spammer non fornisca risposta, il danneggiato potrà agire attraverso due strade differenti.
La prima è quella del ricorso (tramite raccomandata) al Garante della privacy, richiedendone l’intervento. Qualora il Garante intenda accogliere le doglianze, ne darà comunicazione al ricorrente e potrà dichiarare in capo a questi il diritto al rimborso per le spese sostenute, non già anche per i danni subiti. Lo spammer condannato dovrà versare il denaro direttamente alla sua vittima e, se il pagamento non si realizzerà, sarà possibile agire con una lettera di messa in mora, con l’avviso che l’inosservanza del provvedimento del Garante è punito con la reclusione da tre mesi a due anni [ai sensi dell'articolo 22, comma 2, o degli articoli 29, commi 4 e 5, e 31, comma 1, lettera l)].
Per ottenere, invece, il risarcimento dei danni, sarà necessario agire attraverso ricorso al giudice ordinario.

Nella stessa ottica di tutela del consumatore, la legge sanziona anche i soggetti che, attraverso un atteggiamento connivente con gli spammer, favoriscano il proliferare del fenomeno. Infatti, l’utente che si abboni ad un servizio di comunicazione elettronica e “dia modo ad altri di utilizzare il servizio per effettuare comunicazioni o attività contro la morale o l’ordine pubblico o arrecare molestia o disturbo alla quiete privata, decade dal contratto di fornitura del servizio“.

Le mail indesiderate contengono, di solito, messaggi pubblicitari e vengono inviate ripetutamente e costantemente a ciascun destinatario. Queste caratteristiche consentono di annoverare lo spam tra le pratiche commerciali aggressive, costituendo una attività che “…limita o è idonea a limitare considerevolmente la libertà di scelta o di comportamento del consumatore medio…” inducendolo “…ad assumere una decisione commerciale che non avrebbe altrimenti preso“.

Un indirizzo di posta elettronica, quindi, per il solo fatto di essere reperibile in rete, non autorizza un utilizzo indiscriminato. Ogni individuo, infatti, nella propria casella telematica è padrone di casa e ha il diritto di scegliere chi far entrare e chi lasciare fuori. Tuttavia, come scrisse qualcuno prima di noi: “l‘uomo è nato libero, ma dovunque è in catene“. E la realtà virtuale non fa eccezione.

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