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Indulgenza o inclemenza? Questo è il dilemma…

Come ogni anno l’inossidabile Woody Allen, regista che colleziona aspre critiche e lodi sperticate a seconda del tipo di spettatore che si accosta ai suoi film, sforna la sua immancabile pellicola, quella che si attende sempre con molta curiosità e quella che non lascia mai, in un modo o nell’altro, indifferenti.
È anche questo il caso di “Incontrerai L’uomo Dei Tuoi Sogni” che forse avrebbe dovuto intitolarsi, se non proprio come il regista stesso ha fatto, “You Will Meet A Tall Dark Stranger”, costruendo un neanche tanto velato doppio senso con la morte che prima o poi coglie tutti noi, “Incontrerai L’Uomo Delle Tue Illusioni”, dato che il film è incentrato proprio sul tema del carattere salvifico e mistificatorio delle illusioni.

Se non fosse per molti elementi di mancanza rispetto al suo solito modo di fare cinema, piuttosto che di disturbo, anche questo potrebbe essere considerato uno dei suoi migliori lavori. Fatto sta che ciò non avviene, proprio perché, pur essendo consapevoli del fatto che il regista spesso calchi la mano sui temi a lui più cari e li riproponga ogni volta raccontando storie diverse, qui non riesce a sventare il pericolo di ripetitività e poca originalità, affossandosi in alcuni cliché scarsamente giostrati, cosa che gli era riuscita invece molto bene nel precedente “Basta Che Funzioni”, e cadendo nel tranello della facilità narrativa, non condita dagli aspetti che solitamente salvano il suo cinema da questo genere di défaillance: la brillantezza e l’acume dei suoi magnifici dialoghi, la presenza sottile o meno di molto riferimenti, sarcastici e ironici, ai tanti temi a lui cari come il mondo ebraico, il sesso, i rapporti interpersonali, la psicanalisi, la morte.

Certo alcuni di questi argomenti vengono sfiorati nel corso della narrazione, ma non con quella verve e puntigliosità, o con quell’approfondimento e intensità, che di solito siamo abituati a vedere nelle sue pellicole.
Questo ci riporta, allora, ad un dilemma di non facile risoluzione: si può punire una pellicola solo perché non risponde agli altissimi standard che si richiedono al regista in virtù della sua magnifica filmografia? Si può considerare una pellicola scadente, pur non essendo poi un disastro completo, perché disattende le enormi aspettative che ogni anno si ripongono nel prolifico creatore della stessa? Si può insomma condannare un’opera d’arte e bollarla come totalmente insufficiente in virtù di questi metri di giudizio?

La risposta non è così semplice, dato che sicuramente avranno ragione quelli che sono rimasti altamente delusi dalla caduta di stile di Allen, ma avranno altrettanto motivo di essere ascoltati anche coloro che affermano di aver gradito la fluidità del racconto, unita ad alcune sequenze registicamente ispirate (come quelle girate negli interni che superano di gran lunga per bellezza e intensità quelle anonime girate in esterni), e la frizzantezza che riguarda soprattutto il personaggio interpretato ottimamente da Gemma Jones, l’unica che racchiude in sé il vero significato del film.

È una lotta tra realtà e illusioni, insomma, questa ultima fatica di Woody Allen, lotta che prevede una vera e propria scelta di campo, un volersi arrendere alla fatalità della vita, lasciandosi sommergere da panacee e miraggi, piuttosto che da calcoli e razionalità.

Tralasciando la non proprio eccelsa prova recitativa di tutto il cast stellare e la banalità narrativa di molti degli snodi secondari, tutto sommato si può godere di un film che, seppur semplicisticamente, ha qualcosa da dire.
Del resto, osando nelle citazioni, così come fa fin troppo esplicitamente Allen all’inizio del film con la voce narrante che tira in ballo Shakespeare, per un giudizio più equilibrato e onesto nei confronti della pellicola potremmo citare gli antichi filosofi latini: “In medio stat virtus”.

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