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Infernal Poetry: Questione di decodifica

Persi in una deriva psichica che, neanche tanto paradossalmente, ne ha potenziato il coraggio artistico e creativo, gli Infernal Poetry si sono ripresentati con un album duro, ostico e affascinante, “Nervous System Failure”, che rimescola ulteriormente le carte rispetto ai percorsi musicali precedentemente solcati.
Meno death metal, senza dubbio: ma sbaglia chi pensa che questo significhi necessariamente musica meno estrema, meno straziante e poderosa. Qui si tratta, semplicemente, di spostare i concetti in altre zone di pertinenza: l’estremismo, insomma, si muove ora verso quei luoghi dove si opera una saldatura, una sintesi, tra le molteplici sfaccettature di una proposta musicale. Per riscoprire – usando le parole del chitarrista Daniele Galassi – la natura polisemica e multistrato dell’opera d’arte.
E l’estremismo, quindi, si astrae e si eleva a potenza.

Prima “Nervous System Check”, ora “Nervous System Failure”. Era un sentiero già deciso, o questi concept seguono una parabola personale e umana precisa?
I due titoli sono stati concepiti insieme per funzionare sequenzialmente e consequenzialmente. Che poi anche il nostro di salute stia deteriorando miseramente è ormai un dato di fatto incontestabile.

L’album, di sicuro, non mancherà di dividere l’audience… ma c’è ancora qualcuno che vi taccia di tradimento nei confronti del death metal? E soprattutto: che significato può avere, oggi, in tempi di totale mescolanza di stili, parlare in termini di filoni come, per l’appunto, il death?
Certo che dividerà l’audience, come aveva fatto “Beholding The Unpure” d’altronde, e certo che ci tacceranno di qualche eresia.
Purtroppo ha ancora senso parlare di filoni perché il pubblico è quello che è: una miserabile massa di sedicenni ancorati a ingenui dogmi da una parte, un manipolo di quarantenni che stanno ancora lì a parlare di “purismi” dall’altra. Tradotto significa solo una cosa: immobilismo artistico.
Il tutto condito dallo strisciante sospetto che i fruitori di musica estrema abbiano in molti casi perso la capacità di decodifica di schemi complessi. E pensare che una volta un pezzo della PFM da 11 minuti girava in radio. Adesso i brani quando sforano 3 minuti e hanno più di una semplice strofa-ponte-ritornello c’è chi getta la spugna. Molto deprimente, ma soprattutto demotivante.

A dire la verità, forse nel vostro caso si dovrebbe parlare più che altro di crossover estremo: sembra infatti che il vostro percorso sia verso la stratificazione strutturale delle diverse influenze, più che in direzione dell’affastellamento di episodi e fraseggi differenti… Insomma, concentrare al massimo i diversi piani di lettura…
Vallo a spiegare alle persone di cui sopra. Ti capita mai di leggere recensioni in portali minori o addirittura su magazines? O di leggere commenti nei forum? I termini utilizzati per descrivere un disco sono disarmanti. Non hanno minimamente idea del fatto che un’opera possa essere polisemica, multistrato, suscettibile di diversi piani di lettura. Pensano alla velocità della doppia cassa, al suono grasso di chitarra, alla velocità degli sweep picking, a quanto siano profondi i growl e alti gli screams.
E notare che non ce l’ho con la stampa, che ci tratta da sempre coi guanti bianchi.
E neanche con chi frequenta i forum, magari ci fosse più gente pronta a discutere di musica. Ma la verità è che molti non sanno decodificare quello che ascoltano.
Tornando a bomba, sì, vada per la stratificazione strutturale.

Nell’economia del disco, poi, un ruolo determinante dal punto di vista di impatto e fruibilità è rivestito dalla batteria, vero elemento di rottura nei confronti degli episodi precedenti…
Sì, c’è molto più groove, meno orpelli e più sostanza. Dal vivo si sente tutta la differenza, i nuovi pezzi girano a regimi molto più elevati in sede live rispetto a quelli vecchi. Mi viene in mente il buon Infusini che censura ogni velleità solista del Vagnoni, dicendo: “Meno, meno, meno”. Approvo. Tra l’altro non amo i dischi dove la batteria assurge a ruolo di strumento solista e amo ancora meno i batteristi.

In sede di recensione, inoltre, è stato sottolineato come l’album sia piuttosto complesso e forse anche ostico. Quale genere di ascoltatore volete catturare?
Vorrei catturare l’ascoltatore che non è interessato alla musica fast-food, perché è lì che si gioca la vera partita, cioè il riuscire a creare musica che possa definirsi opera dell’intelletto. Ma rispetto a gruppi veramente ostici (come, tanto per rimanere in Italia, gli Ephel Duath o la scena math-core Usa) ritengo NSF molto più fruibile e riconducibile entro forme canzone facilmente decodificabili. L’osticità deriva dagli arrangiamenti, cangianti, stridenti, spiazzanti, non dalla canzone in sé. Non è ostico il contenuto, semmai il contenitore. È come una bella figa che si veste di merda, o un cesso che si veste da figa: nel primo caso il vestito non fa di lei un mostro, nel secondo caso lei rimane improponibile. Quindi azzarderei che sono d’accordo con l’ostico nella misura in cui ne definiamo il campo di applicazione. D’altronde è un disco nato con lo scopo di stressare, destabilizzare, innervosire e ammorbare l’ascoltatore. Ecco perché lo ritengo di gran lunga il più estremo della nostra discografia.

L’album, in un certo senso, è un concept – specie sul piano delle atmosfere. E di grande importanza sembrano essere i testi, che affrontano temi abbastanza differenti, con un fil rouge abbastanza chiaro…
Aspettarsi che nell’era del “clicca-scarica-ascolta mentre fai la doccia-dimentica” qualcuno presti attenzione ai testi è quasi utopia pura. Ed è un peccato, perché scindere parola, musica, immagine è una prassi più che mai deleteria quando si ha a che fare con un album come questo che mal si presta ad essere smembrato e riassemblato in una playlist. Fa tutto parte del discorso di perdita di capacità di decodifica da parte degli ascoltatori. I nostri testi sono stati ispirati dalla musica ed è per questo che sono visionari, paranoici, grotteschi, isterici. In un solo caso, riuscitissimo, il testo ha preceduto le note: “Drive-Gig-Drive-Gig”, dove tutto è partito da un testo, poi è arrivata la musica, poi è arrivata la parte conclusiva del testo ispirato questa volta dalla musica. Uno scambio testo-musica-testo perfettamente riuscito. Sarebbe bello, per completare l’opera, fare un video in handy-cam di questo pezzo.
[PAGEBREAK] E forse è necessario spendere qualche parola circa il brano conclusivo dell’album: si tratta di una sorta di decoupage quasi cinematografico di quanto detto fino a quel momento del disco. Sei d’accordo?
Sì, è la giusta conclusione per il viaggio. Gli input vengono ripresi, rimescolati, cambiati nel tempo o nell’intenzione. E così ti ritrovi un riff che hai ascoltato in un altro brano con sotto un pattern di batteria diverso, l’assolo di “The Next Is Mine” virato in chiave funk-jazz, le linee vocali deformate. Il bello è che ogni brano (eccetto le strumentali) è presente a suo modo in questo ultimo pezzo (non a caso intitolato come l’intero disco): o con un riff o con un pattern di batteria o con una linea vocale o con un assolo. E il decoupage funziona proprio bene. Assieme a “La Macchina Del Trapasso” un altro esperimento interessante.

Che significato ha, artisticamente, il rimando al vostro passato costituito dal terzo episodio di “Wizard’s Touch”?

Il tema principale del brano presente nel debut è stato rivisitato secondo la nuova ottica. Ecco che i chiaroscuri neoclassici si sono trasformati in un’aria cupa, stridente, dissonante e dolorosa.

Cosa stavate ascoltando, nel periodo in cui avete composto? E come si svolge, oggi come oggi, il processo compositivo? Si potrebbe pensare che il tempo delle lunghe jam in sala prove sia solo un ricordo, se è mai stato un vostro modus operandi…
Mmm… non saprei, io ascoltavo i Queens Of The Stone Age, i Mars Volta e i Led Zeppelin… gli altri proprio non so. Ma il modo di comporre è cambiato. Prima si partiva da un riff, ora partiamo spesso da suggestioni ritmiche o cerchiamo di musicare una scena immaginata. Ad esempio in “Pathological Acts At 37 Degrees” ci siamo immaginati un ciccione che arrancava claudicante in una cucina e aveva un fremito di goduria quando agguantava i cereali al cioccolato. E così via. Penso proprio che gruppi come Primus o Mr. Bungle (che ammiro ma di cui non mi ritengo un fan) avessero a loro tempo adottato questi sistemi per uscire dal già sentito. A volte siamo partiti comunque da un riff, ma accanto a questo metodo più classico abbiamo molto spesso adottato quello che ti ho descritto. Senza contare che alcue intuizioni sono arrivate proprio in fase di registrazione, dove non ci poniamo certo paletti del tipo “Eh ma avevamo detto di farla così”. Quello è un modo di lavorare ingenuo e puerile che non porta da nessuna parte.

E dal vivo? Quali brani sacrificherete per far spazio al nuovo materiale?
Già testata 3-4 volte la nuova set list e funziona da dio. Dobbiamo per forza tagliare qualcosa: del debut rimarranno papabili solo “Hell Spawn”, “From Mortal Body To Eternal Soul” e “Till The 7th sky”, mentre di “Beholding” per ora abbiamo deciso di segare “Unpurifier” e “Blood Spilled For A Spell”, ma nulla impedisce di reinserirle ai danni di qualcos’altro. Il resto saranno pezzi di NSF, che come ti dicevo funzionano davvero egregiamente. Roba tipo “Forbidden Apples”, “They Dance In Circles”, “The Next Is Mine” o “Back To Monkey” tirano da paura e sono addirittura cantabilissime dal pubblico. Una sensazione quasi inedita!

Ma voi Infernal Poetry, odiate ancora il Santo Padre e quei rapponi del cazzo tipo i Sottotono?
Vedo che hai una memoria di ferro! Io mi sono appena sbattezzato, finalmente ho la carta firmata dall’arcivescovo, con tanto di scomunica “latae sententiae” (e sticazzi!). Non mi dilungherò troppo su quanto e perché ritenga assassini questa gente. Ma dirò questo: se non credete in quello che predicano (come è nel 90% dei casi), è vostro dovere sbattezzarvi, è come avere una tessera di un partito totalitario a cui non avete richiesto iscrizione. Vi hanno bollato alla nascita, rendetevene conto, togliete peso politico a questo potentato che provoca morte da millenni. E se qualcuno pensa: “cosa sta dicendo questo metallaro schifoso miscredente?”, vi rammento giusto due cose: l’uscita del papa sull’uso dei preservativi in Africa e il fatto che lui stesso ha firmato anni fa il “Crimen Sollicitationis” che protegge i preti pedofili. Danni incommensurabili, vite distrutte in entrambi i casi signori miei, ma poi vi fanno vedere le missioni in Africa in TV per fregarvi l’8 per mille.
Quanto ai rapponi, dopo Fabri Fibra ho notato che sbucano fuori da ogni dove, tutti uguali (anche fisicamente), tutti con gli stessi video (ma li fanno in serie?). Ma almeno non uccidono nessuno, loro.
STAY NERVOUS!

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