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    Inferno

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The Shape Of Grind To Come

Nel 1959 Ornette Coleman compose “The Shape Of Jazz To Come”, i Refused ripresero poi il titolo per strabiliarci con quel maestoso disco che è “The Shape Of Punk To Come”. Questo piccolo ma doveroso salto nel passato serve per spiegare che il lavoro dei capitolini “Inferno” potrà benissimo venire inteso come una sorta di “The Shape Of Grind To Come” visto che tale genere nell’ultimo periodo si è contraddistinto per una dinamicità altissima, contaminazioni e voglia di tracciare nuovi sentieri.
Tanto per cominciare diciamo che gli Inferno riempono il proprio sound con tappeti di synth del buon Reeks, (che già si era fatto notare con i suoi assalti sintetici nell’ultimo lavoro degli Undertakers “Revision Dstortion Xversion”) un funambolo frenetico che si è sparato infiniti clisteri di Warp Records. Quelli degli Inferno sono brani stravolti da singulti, riff mutanti e una voce che riprende fedelmente le lezioni svedesi; in pratica delle microfratture: li ascolti, riesci a muoverti ma ti fa comunque male. La loro è una calma apparente che si sgretola sempre nelle solite catostrofi nucleari, il tutto celato da una sorta di malinconia tragicomica (vedi “Pacifico’s”, “Disneytomb” o i vari intro ed outro dove Reeks sfoga i propri sbalzi di umore) o dalla cieca distruzione in una delle tracce più interessanti del disco ossia “Lowest Common Detonator”, dove alle voci si scambiano Giovane ed Enrico Giannone (Undertakers, Ciaff), e le sciabolate dei sax riportano alla mente i deliri di “Torture Garden” di una band che si chiama (e scusate se è poco) “Naked City”. Nascono forse dei nuovi eroi del grind, ligi alla tradizione del rock’n’roll, ma soprattutto molto più umani e scorrevoli di molti gruppi in circolazione.

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