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Inibitoria contro i siti pirata

Ormai il web non parla d’altro. E, ancora una volta, tutto parte da “The Pirate Bay”, icona del libero (ed illecitoo) scambio di file audio e video protetti dal diritto d’autore.

La vicenda nasce dalla rischiesta di chiusura del portale “The Pirate Bay”, avanzata dalla Procura di Bergamo, che ha ravvisato gli elementi del reato di cui all’articolo 171 ter comma 2 lettera a-bis) legge 633/41, richiesta che è stata subito rigettata dal Tribunale del Riesame di Bergamo.

Contro tale decisione, la Procura ha fatto ricorso in Cassazione e la Suprema Corte, con la recentissima sentenza n. 49437/09 del 23.12.2009, ha stabilito un principio di diritto rivoluzionario, che apre un varco all’interno del lacunoso sistema nazionale.

I Magistrati di legittimità hanno statuito che l’autorità giudiziaria ha il potere di ordinare ai provider dei servizi peer to peer, con file torrent, di precludere l’accesso alla rete informatica internet onde impedire la violazione del diritto d’autore.
Il giudice - precisa la Suprema Corte - può disporre il sequestro preventivo del sito web il cui gestore concorra nell’attività penalmente illecita di diffusione nella rete Internet di opere coperte da diritto d’autore, senza averne diritto, richiedendo contestualmente che i provider del servizio di connessione Internet escludano l’accesso al sito al limitato fine di precludere l’attività di illecita diffusione di tali opere“.

Questo potere, che può essere usato dal giudice anche in via d’urgenza (e quindi, in prima battuta, e per evitare pregiudizi irreparabili, senza un’approfondita indagine sul merito della vicenda) deve essere comunque usato con “proporzionalità”, in modo che non sia leso il diritto alla libertà costituzionale di pensiero.

La Corte sottolinea tuttavia che, se il sito web si limita a mettere a disposizione il protocollo di comunicazione (come quello peer to peer), per permettere la condivisione di file (sia pure protetti dal diritto d’autore) ed il loro trasferimento tra gli utenti, il titolare del sito medesimo non deve essere considerato responsabile!
Al contrario, se invece il portale svolge anche un ruolo attivo, indicizzando, catalogando, rinominando e, insomma, elaborando anche minimamente le informazioni inviate dagli utenti, in modo che gli stessi possano ben orientarsi all’interno del database (per es. creando un motore di ricerca), tale attività diventa illecita e, quindi, illegale.

Quest’ultimo punto ci sembra un passaggio essenziale della sentenza: i magistrati escludono che possa esservi una responsabilità “oggettiva” del portale per il solo fatto di aver messo a disposizione uno spazio web, ma al contrario la riconducono sotto la sfera dell’elemento psicologico del dolo o, quanto meno, della colpa, richiedendo infatti, ai fini della illiceità, una condotta positiva (l’indicizzazione).

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