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Inner Shrine: Aprite il sigillo

Autori di un album coraggioso, ancora una volta gli Inner Shrine si propongono silenziosi come il gruppo di sostanza in una scena italiana che ultimamente non manca di episodi incoraggianti. Esplorazione, sperimentazione, implementazione di musica classica in contesti inediti, poesia e, come ci spiega Leonardo in questa intervista, anche riferimenti cinematografici. È stata per me una delle più serene e appaganti interviste.

Questa per gli Inner Shrine è la prima intervista su Loudvision, nonostante la vostra carriera risalga addirittura al 1995. Presentiamo quindi il progetto e le sue finalità.
Dunque gli Inner Shrine sono nati nel 1995, Samaya è il nostro terzo album dopo “Nocturnal Rhymes Entangled In Silence” e “Fallen Beauty”, l’album che forse meglio spiega il nostro proposito di costruire atmosfere eteree e di veicolarle tramite musiche ambient o di influenza metal, sinfonica e teatrale.

Album nuovo vs. album passati: per quello che ho potuto leggere dopo gli esordi più pesanti gli Inner Shrine si sono spostati su territori più sperimentali, complessi e criptici. Questa caratteristica è stata voluta anche per il disco nuovo? Forse pochi hanno capito il valore artistico di “Fallen Beauty” secondo te?
Se senti “Fallen Beauty” effettivamente lo troverai poco facile, e secondo me “Samaya” è ancora più intricato del precedente. Motivo per cui, lo capiranno ancora in meno (risate N.d.R.). No scherzo, spero anzi che susciti maggior spirito investigativo e che possa piacere. Quello che posso oggettivamente dire è che in questo disco non ci sono pattern, non ci sono canzoni verse-chorus-verse, ogni brano nasce e si sviluppa in modo mai uguale.

A proposito, ho cercato molto questa parola: “Samaya”, ma non sono riuscito a trovarne il significato. Puoi spiegarmelo tu?
Non hai cercato nel dizionario giusto! (risate N.d.R.) È un termine che significa “Sigillo” e in qualche modo riflette la natura chiusa dell’album. L’ascoltatore dovrà aprire questo “sigillo” per comprendere l’opera nella sua profondità. Poi, davvero, credo che ognuno debba trovare la sua interpretazione e il suo modo di ascoltarlo, e francamente quello che posso sperare è che possa essere compreso e apprezzato per l’impegno che ci abbiamo messo.

“(Rend nous) Le repos que la vie a troublé”, il titolo del vostro sesto brano, è una citazione di Charles-Marie-Renè Leconte De Lisle, poeta amante del classicismo. La frase viene da un contesto che ha molto a che fare con la copertina: il testo originale infatti è una preghiera alla morte di liberare l’umanità dal tempo, dallo spazio, dalla limitatezza del mondo e di radunare tutte le anime nel suo grembo. Descrivimi se ti va l’uso di questa immagine nel disco, facendo anche riferimento alla copertina, se secondo te è pertinente.
Hai azzeccato la citazione! Infatti il contesto che hai citato è collegato al concept dell’album, che si riflette appunto nella copertina. L’altro personaggio che gioca a scacchi con la morte è un cavaliere, come puoi vedere dalla spada che si scorge sul suo fianco. La figura del cavaliere che gioca a scacchi con la Morte ricorda, guarda caso, “Il Settimo Sigillo” di Ingmar Bergman, un titolo che rimanda al nostro di titolo. I cerchi di anime sullo sfondo sono invece di Gustave Dorè. Per la Morte e il Cavaliere abbiamo usato maschere Veneziane, che assomigliano a quelle usate da Kubrick in “Eyes Wide Shut”, film che rimanda a Doppio Sogno di A. Schnitzler, anch’esso in qualche modo relazionato al nostro album.

Sembra in effetti che la rete di significati sia molto fitta. Trovo che sia affascinante avvicinarsi ad un disco con così tanti livelli di interpretazione a rafforzare la suggestione della musica. Andiamo ai pezzi. “Elegiacus in Re min”, è un brano che salta all’occhio come più strutturato secondo una grammatica. Con cosa ha a che fare la vostra elegia?
Guarda caso, il pezzo che subito salta all’occhio… Troppo bello per essere Inner Shrine (risate N.d.R.) è l’unico la cui musica non è la nostra. È un pezzo di Rachmaninov, un compositore secondo me geniale, un genio capace di essere non solo tecnicamente dotato, ma anche in grado di esprimere emozione pure usando semplici accordi. Sono anche un po’ stupito di come la gente in generale non lo conosca, inizialmente credevo che fosse più popolare, anche per il film “Shine” che sicuramente avrai visto anche tu. Abbiamo preso questo suo pezzo e gli abbiamo abbinato un’elegia con testo in latino scritto da noi e affidato al nostro soprano, cosa che speriamo in qualche modo Rachmaninov gradisca o perlomeno che non sia così malvagia da disturbare il suo sonno (altre risate, ndR). Per il testo, ti dirò soltanto che è parte integrante del concept.
[PAGEBREAK] L’album si offre alla contemplazione, soprattutto ad una delicata sensazione di bellezza nelle ultime tracce. “Waves Like Dolphins” è un brano acustico da centellinare di secondo in secondo, i quattro brani che lo precedono, più o meno cupi, sono essenzialmente costruiti su synth, tastiere o strumenti classici. Quello che mi ha incuriosito è la netta propensione per questo approccio da un momento in poi del disco.
Sì, nella seconda parte ci siamo concentrati di più sulla musica, sul lato atmosferico. Devi sapere che nella mia giovinezza ho sempre nutrito un amore incredibile per i Rondò Veneziano, una di quelle cose che forse definirei addirittura un’influenza per me. Ecco mi piacerebbe poter definire gli Inner Shrine un po’ i Rondò Veneziano del gothic-ambient, e forse nella seconda parte del disco almeno in parte l’abbiamo fatto.

E passando quindi per antinomia alla prima parte dove le chitarre elettriche sono molto più presenti, più che altro con funzione di chitarre ritmiche (gli assoli si distinguono proprio per il fatto di guidare la melodia nei rari momenti in cui intervengono): la mia sensazione è stata che questo strumento negli Inner Shrine non ha niente a che spartire con l’uso che ne fa il genere metal. È piuttosto un’aggiunta che appesantisce contribuendo all’atmosfericità, senza virtuosismi o e in equilibrio con gli altri strumenti.
Anche su questo sono d’accordo e sono contento tu l’abbia notato. Per come la vedo, i virtuosismi sono una cosa insopportabile. Quando sento musica lo faccio per emozionarmi, non certo perché qualcuno esibisca le scale più difficili del mondo davanti a me, ma senza comunicarmi niente. Quando penso ad una melodia o a un passaggio, penso che debba in qualche modo emozionare o colpire, e non certo per la tecnica. Certo, la tecnica è indispensabile, ti permette di andare dove vuoi. Essere deficitari in tecnica ti mette un po’ nei problemi quando hai delle idee, specie se complesse, da esprimere.

Rimaniamo ancora sulle scelte stilistiche. Come giustamente sottolineato siete stati tra i primi a usare un soprano sin dal principio, addirittura prima ancora dei Therion, che tanto hanno condizionato l’ambiente metal di oggi. “Samaya” tuttavia è molto più strumentale che cantato. Come mai avete optato per una performance così discreta?
Ecco, questa cosa che hai detto rende finalmente giustizia agli Inner Shrine. Sapere che qualcuno sa che i Therion hanno un po’ degli Inner Shrine… no scherzo (risate N.d.R.), comunque sì, siamo stati tra i primi anche se nulla toglie che anche altri abbiano avuto la stessa idea più tardi e abbiano fatto un buon lavoro. Il fatto della frequente assenza del cantato è un po’ una caratteristica congenita per gli Inner Shrine. Non abbiamo mai avuto troppe parti cantate nei nostri album, abbiamo sempre lasciato molta più importanza alla musica. È una cifra stilistica coerentemente perseguita lungo tutti i nostri dischi.

Rimanendo sul discorso di prima. È vero che siete stati tra i primi ad introdurre sonorità sinfoniche in senso stretto, ma la stampa continua a dire che gli Inner Shrine hanno qualcosa dei Therion…
Già, ho notato anch’io, e non capita mai di leggere che anche i Therion hanno qualcosa degli Inner Shrine… (risate N.d.R.) Non tanto per un fatto di bravura, ma per reciproca stima tra colleghi. Non c’è nulla di male in questo.

Onestamente, il mio parere è che la bravura dei Therion, o il loro merito maggiore, è il riuscire a costruire degli “soundscapes” notevoli, cosa che tra l’altro non gli riesce in tutti i brani. Mentre negli Inner Shrine vedo un discorso musicale più complesso, corposo. Sicuramente più longevo.
Ecco, dopo questo tuo commento, oggi può succedere qualsiasi cosa, io sarò felice lo stesso. Ti ringrazio, comunque credo che questa cosa che tu hai notato indichi proprio la cripticità del nostro nuovo lavoro. “Samaya” è un disco complesso e per certi aspetti chiuso. Io spero sinceramente che le persone che lo ascolteranno abbiano la volontà di aprire il suo “Sigillo”; ecco, questo è un disco che va compreso avvicinandovisi, cercando di vedere dentro.
[PAGEBREAK] Oggi sempre più gruppi hanno la chance di suonare accompagnati da un’orchestra. Se capitasse agli Inner Shrine, come già sta capitando agli Elend, in cosa cambierebbe la vostra composizione e quali strumenti (magari tradizionali o folk) vi piacerebbe introdurre nel vostro sound? Questa domanda mi è nata proprio dalla closing track, il cui calore mi ha un po’ allontanato dall’idea di gothic e l’ho quasi percepita come una traccia mediterranea-folk.
Se potessi permettermi un’orchestra prenderei immediatamente tutte le tastiere e ne farei un grande falò. A dire il vero per gli Inner Shrine l’ideale sarebbe una comoda e intima orchestra da camera, un quartetto d’archi sicuramente. Se potessi utilizzare qualche strumento tradizionale, direi il mandolino toscano. È una cosa che persino qui non si conosce più tanto bene, uno strumento del secolo scorso quasi sparito dalla circolazione. Purtroppo è sempre così, nei riguardi di molti aspetti della tradizione di una civiltà: è un atteggiamento di “understatement”, un innato istinto a sottovalutare o criticare e rinnegare anche una cosa come uno strumento musicale tradizionale di una realtà locale. Ma vedi per esempio come a Napoli il mandolino sia una fiera tradizione, sia come strumento in sé. sia come presenza in musica. Per la closing track hai visto giusto, è un pezzo molto caldo, composto da Luca che essendo siciliano di nascita, ha dato un taglio mediterraneo al 100% al brano.

Tour: avete in programma delle date per “Samaya”?
Per un tour avremmo bisogno di reclutare più di mezza band. Anche se devo dire che andare in tour è stato davvero una cosa piacevolissima quando ne abbiamo avuto l’opportunità, al momento è inattuabile. Gli Inner Shrine ora come ora sono una studio band.

Ti ringrazio della bellissima chiacchierata, mi auguro che “Samaya” sia compreso con onestà e buona volontà da coloro che si avventureranno nell’ascolto. È un lavoro prezioso che merita.
Grazie anche a te e un saluto a Loudvision, e ai suoi lettori.

Così, non resta che riascoltare “Samaya” come si fa con un bel film dalla trama densa, e dalla regia attenta; da ruminare alla ricerca del dettaglio in più che si scopre dopo l’ennesima esposizione ad esso. Fino al prossimo lavoro.

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