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  • Inner Shrine: Samaya

    Inner Shrine

    Data di uscita: 29-07-2004

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Aprire un tale sigillo può essere semplice

La band toscana, rimasta ormai solo un duo con Leonardo Moretti e Luca Liotti, presenta la sua Red Opera dopo le oscure ambientazioni di “Nocturnal Rhymes Entangled In Silence” e il malinconico-melodico “Fallen Beauty”. “Samaya” si presenta come un album abbastanza imprevedibile, fatto di momenti duri ed altri aperti ad atmosfere a più ampio respiro, di stacchi sinfonici ed interi periodi in cui si sente solo musica e il sporadico canto del soprano. Se volete aprire il “Sigillo”, vi basterà ridurre la rigidità delle attese, la ricerca di uno schema, e lasciarvi coscientemente abbandonare nei territori dove il disco, con molta discrezione e senza troppo voler apparire, vi condurrà seguendo schemi non lineari. D’altra parte giungerete alla conclusione che in realtà quest’album è un concept e che un reticolo abbastanza fitto di riferimenti noti, c’è. Ma sarebbe davvero un peccato, anche senza conoscere l’intero background del disco, perdersi una musica così coinvolgente e distintamente emozionale solo perché strutturata su un pattern imprevedibile.
L’intro “Overture In Red”, che in qualche modo fa riferimento al colore associato all’opera, è di ampio respiro, orientaleggiante, e spalanca un varco alla successiva “The Inner Shrine”, costruita su un verse fitto di armonie chitarristiche. Il cantato lirico non viene messo in primo piano, si esprime con poca concitazione e mette l’accento sulle tonalità scelte, solenni e decadenti. La tranquillità che trasmette il break pianistico a metà del brano contribuisce a scaricare la tensione accumulata nella prima parte, per confluire poi in modo molto fluido nella seconda in cui la drum machine detta tempi sostenuti e la chitarra solista si adopera in un assolo che trasuda di calore e malinconia. “Catarsi” è uno dei tanti momenti strumentali; questa è fondata su un incantevole e minimale arpeggio sul quale si libra un refrain di oboe incantevole. “Path Of Transmigration” – di cui troverete anche un video, in realtà un corto associato alla musica degli Inner Shrine – colpisce per la naturalezza con cui riesce a comunicare la sua tragicità, nonostante la complessità degli arrangiamenti. L’intro del brano ha uno stile accorato e solenne, accompagnato da chitarre cadenzate che sottolineano le note più drammatiche, e con il soprano che recita testi in latino, lingua perfetta per questo genere di contesto.[PAGEBREAK]Il ritornello si apre con tastiere ariose, su cui poi le chitarre si riallacciano con i precedenti riff: così come il tema del brano è l’eterno ritorno dell’uguale nello scorrere del tempo, pattern circolari che si richiamano gli uni con gli altri si inseriscono in combinazioni sempre diverse. Davvero notevole. “Res Occulta” mostra ancora una volta la bravura del gruppo a impostare su una base musicale minimale sentimento e dinamicità: l’intro, per niente trascendentale tecnicamente, costruisce un solido mood che cresce progressivamente d’intensità fino all’inserirsi delle chitarre e del soprano; le tastiere ritornano poi a guidare l’atmosfera mentre le chitarre, lamentose e ipnotiche, costruiscono un tappeto sonoro che richiama i Katatonia di “Brave Murder Day”. “Le Repos Que La Vie à Troublé” rivela la caratteristica a mio avviso più bella degli Inner Shrine, quella acustica-classica. Il calore del pianoforte porta con sé una carica di sentimento inconfondibile, ed il brano poi si sviluppa con archi, tocchi di clavicembalo e suoni ambient. “Soliloquium In Spendor” comincia invece con un sitar che abbozza una scala incerta, poi si avvia con una ritmica intrigante, un basso mobile che sorregge i refrain di inflessione patetica dello strumento indiano. Curiosi gli inserti di chitarra classica dal suono mediterraneo prima, e del pianoforte poi, a seguito di ogni verse. Ogni stacco è come un piccolo soffermarsi su un’intima meraviglia. Non mi è sfuggita nemmeno la citazione Shakespeariana dalla Tempesta: “We are such stuff as dream are made of” durante il break pianistico della canzone, che poi coraggiosamente riprende intensità con la chitarra solista che costruisce un semplice e geometrico saliscendi di emozioni. Dopo la breve, pianistica e calda “Requiem”, ecco l’esperimento ambizioso degli Inner Shrine: “Elegiacus In Re Min.”, con aria per soprano interamente composta su musica di Rachmaninov. La musica è un continuo crescendo d’intensità al ritmo di scale discendenti che si inseguono, e con un climax finale. Chiude il lavoro la bellissima “Waves Like Dolphin”, acustica, romantica e indubbiamente mediterranea nei suoni e nel feeling.
Grazie, Inner Shrine, per questi quarantacinque minuti di musica. Temo che qualcosa di così bello non si rivedrà presto.

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