Home > Report Live > Integrity lies within

Integrity lies within

La serata è di quelle bollenti. E non solo per la temperatura atmosferica: un concerto gratuito dei Sick Of It All e degli Amen all’Idroscalo di sicuro non è una cosa che capita tutti i giorni. Tuttavia quando arriviamo la risposta del pubblico appare abbastanza scarsa, e l’area adibita al concerto è piena per poco meno della metà.
Per quanto riguarda i Million Dead, purtroppo facciamo in tempo ad assistere soltanto alla conclusione del loro concerto: l’impressione è che si tratti di una formazione talentuosa e stilisticamente variegata; probabilmente, però, il loro post-punk (molto emo e poco core) non risulta pienamente valorizzato in un contesto come questo, e la freddezza del pubblico ne è la prova.

Dopo una breve pausa (che consente ai presenti di incolonnarsi in un’interminabile fila per accaparrarsi una birra) Chasey Chaos fa il suo ingresso con una band totalmente (o quasi) rinnovata: saluta il pubblico e dà l’avvio al proprio show con l’immancabile “Coma America”. Ma purtroppo i musicisti inciampano, apparendo decisamente deficitari per quanto riguarda la coordinazione. Oltre a questo, si nota subito come i suoni siano molto lontani dalla perfezione: il basso e la batteria coprono un po’ tutto il resto e la voce esce impastata, anche se la situazione tenderà a un complessivo miglioramento nel corso del tempo. Gli Amen si scatenano, e appare chiara l’ormai totale trasformazione della band in direzione indiscutibilmente punk: tutti i membri si agitano in modo scomposto, si incrociano e si abbandonano a movimenti convulsi, dando una certa mole di lavoro ai tecnici, costantemente occupati a districare cavi dall’asta di Casey Chaos. Ma è proprio quest’ultimo – com’è ovvio che sia – a costituire il cuore pulsante e il centro vitale dello show: urla, suda, si dimena, si getta a terra di continuo, corre senza posa da un lato all’altro del palco. Nonostante gli sforzi, tuttavia, non riuscirà mai a coinvolgere appieno un pubblico freddino e praticamente fermo, di sicuro accorso all’Idroscalo principalmente per i Sick Of It All. Il buon Chaos ci prova in mille modi: prima parla della propria stima nei confronti di Raw Power e Negazione (pronunciati “Negazoin”: inutile dire che quasi nessuno tra il pubblico recepisce); poi passa a sfottere un po’ gli Stati Uniti, ringraziando per l’attenzione concessa agli Amen, nient’altro che “stupidi americani”; infine ci chiede se siamo schiavi del nostro governo. Nessuno risponde…

Per concludere il concerto, durato una quarantina di minuti, viene eseguita “The Price Of Reality”. Gli Amen salutano e se ne vanno, lasciando impressioni contrastanti: se risulta ben chiara la grande energia e vitalità del gruppo, lo è anche lo scarso affiatamento; l’attitudine punk appare sincera e genuina, ma ciò non basta a giustificare le numerose imprecisioni. Anche Casey Chaos, che non si è assolutamente risparmiato, appare sempre più come una figura che sembra essere passata da una fase di ascesa verticale a un momento di stasi da rockstar un po’ “decaduta”, senza avere ancora afferrato il proprio picco assoluto. Un picco che potenzialmente potrebbe essere davvero elevato.
[PAGEBREAK] Il palco viene preparato per quello che è il vero evento della serata, e gran parte dei presenti attende con impazienza la band simbolo dell’hardcore newyorchese, monumento vivente e vitale di una scena molto rimpianta. I Sick Of It All salgono sul palco e la gente inizia ad assieparsi.

La forma del gruppo è a dir poco smagliante: sono attivi da circa di vent’anni, e ciò si traduce in un livello di esperienza e di confidenza con il palco inarrivabili, ma senza che questo comporti i minimi segni di stanchezza o di staticità. I tantissimi brani eseguiti coprono per intero la carriera della band, e il pubblico finalmente si scalda, si anima e si abbandona alle danze.

Assistendo alla prestazione dei Sick Of It All non si può fare a meno di rimanere a bocca aperta (o, a scelta, lanciarsi in un mosh furioso): tutti i musicisti si muovono e si esaltano in piena empatia con il pubblico, la precisione è a dir poco chirurgica, i groove assassini ci sono tutti, dal primo all’ultimo, le sequenze costruite su sfuriate tiratissime e improvvisi breakdown sono puro Manuale Dell’Hardcore, pagina uno. I suoni sono limpidi, potenti, impeccabili. Un elogio anche per Lou Koller, feroce nelle interpretazioni e capace di intrattenere la folla come un novello Henry Rollins: esilarante quando si cimenta in uno sfottò non troppo velato nei confronti del popolo emo fingendosi disperato per una presunta rottura con una fidanzata; un campione di disponibilità quando accetta di eseguire un brano richiesto dal pubblico. Poi ringrazia tutti coloro che sono presenti nonostante il lavoro e dedica loro un applauso, infine scatena il delirio urlando ripetutamente “Do you want some old school shit?”.

La sensazione è quella di aver assistito alla prova di una band che non ha perso un grammo della propria autenticità, trascinante e compatta come poche altre, affiatatissima e completamente dedita alla propria passione, senza cazzeggi, senza indecisioni, capace di annichilire tantissime formazioni più giovani con la forza della concretezza e della semplicità.

Scroll To Top