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International Film Festival Rotterdam: La 40esima edizione

È stata davvero un’edizione XL, ovvero 40 in numeri romani. Il favoloso IFFR, cioè il festival di Rotterdam, che già in passato contava un invidiabile numero di sale, tutte con schermi da grandi a giganteschi, da quest’anno ne conta ben 26. Peccato che non siano tutte concentrate nello stesso centro cittadino, ma anche farsi una bella passeggiata per raggiungere il modernissimo centro cinematografico Lantaren Venster è un’esperienza valida. Sì, perché Rotterdam è anche una città dall’architettura avanguardistica, stupefacente. Peccato che faccia un freddo cane.

Il maggiore numero di sale ha prodotto ovviamente un maggior numero di film e di sezioni:
Il concorso dei Tiger Awards, sia per i lungometraggi sia per i corti; Return Of The Tiger, una selezione dei film di maggior successo che hanno allietato questi 40 anni di festival; Bright Future, opere prime o seconde che vengono da registi promettenti; Spectrum, la sezione più sperimentale e coraggiosa che comprende lungometraggi e cortometraggi.

E in più i vari Signals, ovvero le monografie per autore e per genere, che spesso fanno scoprire gemme dimenticate:
Nathaniel Dorsky, retrospettiva su uno dei classici filmmakers sperimentali americani; F.J. Ossang, francese, regista, scrittore e musicista post-punk; Agustì Villaronga, una retrospettiva sull’opera dell’autore spagnolo che esplora le radici del male in film spesso controversi; Raiding Africa: notando la crescente presenza della Cina in Africa, il festival ha chiesto a sette cineasti africani di realizzare un film in Cina; Out Of Fashion, ovvero come le case di moda e gli stilisti utilizzano il cinema per promuovere le loro creazioni; Red Westerns, la versione del blocco comunista dei Western occidentali, decadi di cinema popolare d’avventura; Water Tiger Inn, una celebrazione dei wuxia dal cinema muto ai giorni nostri; Regained, perle e classici del passato; Not Kidding, film e spazi per bambini e genitori.
[PAGEBREAK] Il Festival si è concluso il 6 febbraio: hanno festeggiato i tre vincitori dei Tiger Awards, Sergio Caballero (il co-direttore del festival Sònar di Barcellona) con la sua poetica e divertente opera prima “Finisterrae“, il coreano Park Jung-Bum con “The Journals Of Musan” (anche premio FIPRESCI) e il thailandese Sivaroj Kongsakul con “Eternity“; queste due ultime opere confermano il fiuto del festival per i nuovi talenti del cinema orientale. Quest’anno è stato anche indetto il premio speciale Return Of The Tiger per celebrare i 40 anni di festival; il premio è andato ex-aequo al maestro coreano Hong Sang-Soo con “Oki’s Movie” e a David Verbeek con “Zeus Club“, prodotto fra Cina e Olanda, dedicato al mondo degli escort maschi per donne. L’Oriente ha anche un premio tutto per sé, cioè il premio NETPAC (Network for the Promotion of Asian Cinema): quest’anno i vincitori sono stati “Black Blood” del franco-cinese Zhang Miaoyan e “The Day I Disappeared” di Atousa Bandeh Ghiasabadi, una coproduzione olandese-iraniana. La premiazione è stata allietata da una performance di Lee Ranaldo dei Sonic Youth, che faceva parte della giuria.

A parte i premiati, le visioni di questo festival sono state molte e quasi tutte soddisfacenti. Ecco i nostri preferiti.
Finisterrae“. Cominciamo proprio dal vincitore, uno dei film più surreali e originali degli ultimi anni. Racconta il viaggio di formazione di due fantasmi (ovvero due attori perennemente coperti dalle classiche lenzuola) che vogliono reincarnarsi, avere una vita terrena mortale. Per ottenere la vita, devono percorrere il cammino di Santiago fino a Fisterre. Ma la loro strada è irta di creature magiche, incontri con gli animali della foresta e siparietti comici. La poesia dei paesaggi incontra la geniale fantasia del regista, che riempie il film di soluzioni visive tanto semplici quanto suggestive.
A Stoker“. Mosca, anni ’90. Il ritorno del terribile Aleksey Balabanov, un film tragico e crudele come nemmeno “Cargo 200″ era stato. Il carbonaio del titolo passa le sue giornate a rifornire di carbone la caldaia. Spesso certi suoi conoscenti malavitosi gli portano cadaveri da far sparire, e il carbonaio accetta. Ma un giorno gli arriva il cadavere sbagliato, ed il mite carbonaio si trasforma in vendicatore. Un apologo durissimo e annegato in una martellante colonna sonora techno-folk.
Small Town Murder Songs“. Thriller opprimente ambientato in una comunità mennonita in Canada. Lo sceriffo Walter indaga sull’assassinio di una giovane sconosciuta, ma l’identità del colpevole è da subito evidente. Piuttosto, la sua diventa un’indagine sulla fede, sui valori, sulla violenza che non riesce a reprimere. Il regista Ed Gass-Donnelly suddivide il film in capitoli dai titoli presi dalla Bibbia e affida la parte del protagonista al grande Peter Stormare.
22 Mei“. Il regista belga Koen Mortier ha fatto parlare di sé col precedente e controverso “Ex-Drummer”, e supponiamo che lo stesso capiterà col suo nuovo film. Una guardia giurata lavora all’entrata di un grande magazzino; sembra un giorno qualunque finché un ragazzo si fa esplodere, causando una strage. La guardia sopravvive ma la sua memoria è ossessionata dal ricordo dei volti dei morti, che lo interrogano incessantemente: perché non hai fatto niente? Perché non hai fermato l’assassino?
Over Your Cities Grass Will Grow“. Sul fronte dei documentari, la palma va a Sophie Fiennes con questa opera elegante ed ipnotica sulle opere dell’artista Anselm Kiefer. La regista si tiene discretamente in disparte e lascia che siano le opere, o l’imponente lavoro di creazione delle stesse, a parlare. Se si esclude un breve inserto di intervista filmata all’artista, il film è quasi muto e tutto incentrato sui materiali, i colori, le forme accarezzate dai movimenti sinuosi della camera.

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