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Intervista a Dario Argento, dal progetto Sandman alla Festa del Cinema di Roma

Non è facile intervistare Dario Argento, non certo per mancanza di disponibilità, ma per la sua ormai mitologica ritrosia ad argomentare e ad espandere le sue risposte oltre il monosillabo.

E, visto che ormai un po’ lo si conosce (è la seconda volta che mi capita d’intervistarlo per LoudVision, e in mezzo ci mettiamo anche la conferenza stampa dello scorso anno a Torino), bisogna stimolarlo cercando di andare sull’aneddotica più che sulla tecnica, chiedendogli delucidazioni su qualche film minore della sua filmografia, anche perché ormai, per quanto riguarda i film più riusciti, ha davvero detto tutto, anche grazie all’autobiografia “Paura” uscita poco più di un anno fa.

L’occasione per questo nuovo incontro con il maestro è la cerimonia di assegnazione dei Premio “La Chioma di Berenice”, statuette che omaggiano la fantasia e la professionalità degli artigiani e artisti del cinema italiano e internazionale: acconciatori, truccatori, costumisti, scenografi e compositori musicali.

Dario Argento è qui per consegnare il premio alla carriera al compositore Pino Donaggio (che non abbiamo perso l’occasione d’intervistare, intervista che troverete su LoudVision nei prossimi giorni).

La location è il Salone Margherita di Roma, il teatro della rivista e della prosa leggera, che per anni è stato la casa del carrozzone nazionalpopolare del Bagaglino messo in piedi da Pierfrancesco Pingitore. E così, in un’atmosfera surreale, mentre Giancarlo Magalli sul palco fa le prove di conduzione della serata, e una serie di stelle e stelline della televisione si alterna nel dietro le quinte per la prova degli abiti (alla quale, purtroppo, non assistiamo), l’intervista può avere inizio:

Partiamo da una cosa che avrei sempre voluto chiederle. Brian De Palma, nel suo “Doppia personalità”, copia pari pari una famosa sequenza del suo “Tenebre”. Avete avuto mai modo di confrontarvi in merito a questa cosa? Le ha dato fastidio, le ha fatto piacere o l’ha lasciata indifferente?

No, non ci siamo mai confrontati sulla questione, ma non ce n’era nemmeno bisogno, Brian è un amico. Nel suo cinema cita spesso Hitchcock, e quella volta ha citato anche me, potrei prenderlo come un complimento (essendo il climax di entrambi i film, per non rovinarvi la visione vi invito a (ri)guardarli entrambi se volete capire di quale sequenza stiamo parlando, ndr).

Parliamo un po’ delle sue esperienze oltreoceano (“Il gatto nero”, episodio di “Due occhi diabolici”, “Trauma”, due episodi di “Masters of Horror”, ndr). Ha riscontrato delle differenze nelle modalità di lavorazione di un film tra l’Italia e gli Usa? E se sì, quali?

No, non ho riscontrato particolari differenze. Alcune volte si lavora meglio, i tecnici sono più coinvolti, s’impegnano di più, le cosiddette maestranze lavorano davvero tanto e in fretta.

Lei aveva voce in capitolo sulla scelta dei tecnici, o ha già trovato la squadra dello studio a disposizione?

Non scelsi niente, era tutta gente già a disposizione. Io portai con me soltanto l’aiuto regista, il direttore della fotografia e poi scelsi personalmente Pino Donaggio per la colonna sonora.

Parliamo allora della sua collaborazione con il maestro Donaggio, il compositore storico di Brian De Palma, tra gli altri, che stasera riceverà un premio dalle sue mani. Gli diede delle indicazioni specifiche per i temi musicali di “Trauma”?

Non ricordo benissimo, però, ora che mi ci fai ritornare con la memoria, ricordo un incontro in un albergo a Venezia, dove Pino mi fece ascoltare sul suo computer quello che aveva già fatto. Io gli dissi in quali punti secondo me la colonna sonora andava modificata, credo servisse un po’ più di ritmo in alcuni passaggi. Mi allontanai per un paio d’ore e, al ritorno in albergo, Pino aveva già apportato i cambiamenti previsti, e credo che abbia fatto un buon lavoro. Mi piace molto il lavoro di Pino in generale, e naturalmente mi riferisco anche a tutta la roba che ha fatto per Brian. Che all’inizio lo scelse perchèécredeva di aver trovato un nuovo Bernard Hermann (lo storico compositore, tra gli altri, dei migliori film di Alfred Hitchcock, ndr), sono violinisti entrambi.

Come procede il progetto “Sandman”? Ci sono novità dall’ultima volta che ci siamo visti nello scorso novembre al Festival di Torino?

Il progetto va avanti, un po’ a rilento perché bisogna mettere d’accordo varie persone, e non è proprio la cosa più facile del mondo.

Quindi non vuole sbilanciarsi azzardando delle date?

No, non voglio anche perché per ora non c’è davvero nulla di garantito.

Si è risentito con Iggy Pop? La sua disponibilità a recitare nel progetto è sempre la stessa?

No, non di recente, ma abbiamo avuto una lunga conversazione tempo fa, e a me quella basta, spero sia lo stesso anche per lui.

La sua fama negli Usa è anche superiore a quella qui in Italia, come saprà. Quindi parliamo di un Iggy Pop fortemente interessato a lavorare con lei più che il contrario, giusto?

È un mio fan, e me l’ha detto in maniera spassionata e, credo, sincera. Più che di fama superiore, parlerei di un maggior numero di appassionati dell’horror negli Usa rispetto all’Italia.

Alla Festa del Cinema di Roma è stato protagonista di un incontro con il pubblico insieme a William Friedkin. Vi conoscevate già? È stata un’esperienza interessante?

Sì, ci conoscevamo già, siamo grandi fan l’uno dell’altro, forse un po’ più lui dei miei film, li conosce davvero bene, e lo ha dimostrato anche durante l’incontro, è capace di citare alcune sequenze inquadratura per inquadratura. Friedkin è un gigante, ha fatto capolavori come “Il braccio violento della legge” e “L’esorcista”, nessuno è più riuscito a eguagliare i suoi film. Di Friedkin vorrei avere la stessa energia sprigionata dai suoi film, ha fatto di tutto, incluso il teatro, la televisione e l’opera lirica. Anch’io vorrei essere capace di fare un po’ di tutto, come lui.

In chiusura, riesce a a sintetizzarci in poche parole qual è la natura e l’origine della paura all’interno del suo cinema? Possiamo individuare un tratto comune?

Nei film horror le paure derivano dall’inconscio, spesso dalla sessualità. I miei film non raccontano storie italiane, ma storie che nascono da dentro e che quindi valgono per tutti; per questo forse hanno avuto successo anche al di fuori dell’Italia.

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