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Intervista a Diodato, in concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma

La bellezza, scrisse Dostoevskij, salverà il mondo. La bellezza, mercoledì 15 aprile, si è ritrovata a Roma all’Auditorium Parco della Musica: abbiamo incontrato Diodato subito dopo il lungo soundcheck che ha preceduto il concerto in Sala Sinopoli (qui il nostro report e la scaletta). Le prove, inevitabilmente, prioritarie in una serata così importante, hanno tolto qualche minuto all’intervista, ma nel backstage l’aria era così piacevole che anche l’attesa profumava di bellezza. L’intervista è diventata corale, breve ed intensa.

Dopo le dovute presentazioni ed approfittando del proverbiale “ghiaccio sciolto” dalle precedenti domande dei miei colleghi che hanno ripercorso l’esperienza sanremese, la partecipazione  a Che Tempo che Fa e svelato un nuovo album in arrivo («si spera di far uscire qualcosa entro fine 2015», ha detto il cantautore), vado dritta al punto e chiedo a Diodato:

Oggi fai parte di quel gruppo di artisti che sono una sorta di “fettuccia” tra il mainstream e l’underground (con i suoi movimenti artistici, popolari e politici). Come ti trovi a gestire questo ruolo di “portavoce” in manifestazioni come il Primo Maggio di Taranto in cui, per stessa ammissione dei Liberi e Pensanti, «la musica è solo un pretesto»?

Mah! Non credo di essere un portavoce di una “fetta” di scena musicale. Semplicemente, io non amo molto le divisioni. E poi credo che un concerto come quello del Primo Maggio di Taranto sia un
esempio dell’unione, della possibilità: l’incontro tra generi diversi, tra persone diverse, tra persone che la pensano diversamente, ma hanno un fine comune, quello di migliorare e di ridare vita alla parola futuro.

Quindi secondo te la musica è un mezzo aggregativo o un mezzo di comunicazione?

Sicuramente è un mezzo per comunicare, ma è anche un modo per riconoscerci. Ad esempio, sono stato ad “Hai paura del buio” (festival multi-artistico ideato da Manuel Agnelli che nella seconda edizione
ha riacceso le luci sul terremoto del L’Aquila, ndr) lo scorso anno. Li tanti aquilani si sono re-incontrati. È stato un momento di aggregazione. Lì si sono riconosciuti, con le stesse passioni, con la stessa voglia e la stessa fame e sete di cultura. Credo che la musica sia anche luogo di integrazione e di aggregazione.

So della tua passione per il cinema e che sei laureato in Dams. Se potessi scegliere un film da realizzare come regista, su che genere ti butteresti e a chi affideresti la colonna sonora?

(Ride e risponde con un’altra domanda, ndr) Scusa ma non possa farla io la colonna sonora? A me lasciate fare la colonna sonora, e il regista magari poi chiedo…

Ok allora scegli il regista!

Ecco! Chiedo a Daniele Luchetti (nel film “Anni Felici è stata inserita come colonna sonora la cover di “Amore Che Vieni, Amore che Vai”. Diodato ha vinto per questa cover anche il premio De André come miglior reinterpretazione dell’opera, ndr). Mi piace tanto! Penso che in questo momento ci siano tanti registi bravi, anche molto giovani. Credo che il cinema italiano abbia un bel futuro.

Questa sera condividerai il palco con grandi artisti: la vivi con agitazione, con una sorta di ansia da prestazione, oppure è una “festa”?

L’idea è quella di una festa. Ovviamente adesso c’è un po’ di tensione. È una bella responsabilità! In realtà abbiamo voluto anche integrare lo spettacolo con dei testi e quindi sarà un vero e proprio viaggio nella prima parte, e poi scoppierà la “festa” nella seconda parte.

A proposito dei testi (estratti da “Teoria idraulica delle famiglie” di Elisa Casseri, ndr), verranno letti da uno tra i più importanti doppiatori italiani, Roberto Pedicini, e trattano del “disagio” dei trentenni. Ti ci ritrovi?

(Mi afferra il braccio e sorride, ndr) Come no! Ci ho scritto tantissime canzoni e continuerò a scriverne. Direi proprio di sì!

Ultima domanda: “A ritrovar bellezza” risponde in qualche modo al tuo precedente lavoro? Come dire, “forse son pazzo, ma non avevo tutti i torti”?

No, non risponde. Semplicemente fa parte di un percorso inaspettato, anche per me. Quindi è stata una riscoperta e le ho dato quel titolo. Si discosta parecchio dal primo disco e volutamente. Mi piaceva in
questo caso andar incontro a quella musica e a quell’identità musicale. Non escludo che nel prossimo disco ci siano delle influenze che provengono da questa musica.

Quindi rilanciamo la musica leggera italiana. Ci può rendere internazionali?
Perché no? Aveva un’identità molto forte e riconosciuta in tutto il mondo. Leggerezza non è assolutamente sinonimo di superficialità!

Quattro minuti a tamburo battente e dietro di me un collega che freme per il suo turno. Devo proprio lasciarlo andare. Un saluto veloce, il tempo di augurargli “merda merda merda” e ci stringiamo la mano in attesa che arrivino le 21.00 e cominci il live.

Foto: Simone Cecchetti / diodatomusic.it

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