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Intervista a Massimo Cantini Parrini, costumista di Il Racconto dei Racconti

Se avete visto “Il Racconto dei Racconti – Tales of Tales“, il film di Matteo Garrone ispirato alle fiabe di Giambattista Basile, sarete sicuramente rimasti colpiti dalla creatività e dalla sontuosa bellezza dei costumi: sono opera di Massimo Cantini Parrini, che abbiamo incontrato a Roma qualche giorno fa in occasione della cerimonia di consegna del Premio “La Chioma di Berenice” (qui tutti i vincitori — lui è quello a destra con la statuetta in mano — e la nostra intervista a Dario Argento, anche lui omaggiato nel corso della serata).

Il costumista fiorentino ha studiato con Piero Tosi ed è stato assistente presso la Sartoria Tirelli, collaborando con Gabriella Pescucci per “I miserabili” di Bille August, “Sogno di una notte di mezza estate” di Michael Hoffman, “Van Helsing” di Stephen Sommers, “La fabbrica di cioccolato” di Tim Burton e “La leggenda di Beowulf” di Robert Zemeckis.

Di recente, oltre ad aver lavorato su “Il Racconto dei Racconti” (che, gli auguriamo, potrà portargli fortuna nel corso della prossima awards season), Massimo Cantini Parrini ha curato anche i costumi per “La trattativa” di Sabina Guzzanti.

Massimo, come nasce la tua passione per la nobile professione del costumista?

È una passione che mi porto dietro fin da bambino, me l’ha trasmessa mia nonna materna che faceva la sarta. Andavo spesso da lei in sartoria e rimanevo affascinato dal lavoro, in particolare dalle stoffe: per me era un sogno, quasi una magia, vedere come le stoffe, da materiale bidimensionale, si trasformassero poi sul manichino in forma tridimensionale. Poi, una volta cresciuto, naturalmente ho studiato e… ce l’ho fatta.

E immagino che lo studio abbiamo avuto grande importanza nel lavoro svolto per “Il Racconto dei Racconti”.

Sì, per me il lavoro sul costume è sempre ricerca, è la parte che mi affascina di più. Dico spesso che mi interessa l’archeologia del costume: cercare le fonti più adatte per ricreare il costume, senza però riandare alle origini in maniera troppo letterale, perché oggi è impossibile trovare i corpi giusti, le stoffe giuste, i ricami giusti…

I tre regni nei quali è ambientato “Il Racconto dei Racconti” hanno una caratterizzazione cromatica molto precisa che li distingue l’uno dall’altro.

Esatto, abbiamo caratterizzato i tre mondi anche attraverso l’uso dei colori, soprattutto per aiutare gli spettatori ad orientarsi all’interno di una narrazione molto spezzettata. Così il mondo della Regina interpretata da Salma Hayek è scuro, rimanda ad atmosfere spagnole; per quello del Re erotomane Vincent Cassell abbiamo puntato sul rosso come colore della passione; l’inglese Toby Jones, invece, abita un mondo più freddo, dipinto con i grigi, i toni dell’acqua…

Tra i costumi realizzati per “Il Racconto dei Racconti” ce n’è uno in particolare di cui vai fiero?

Sembra banale ma è l’abito rosso indossato da Salma Hayek nella scena del labirinto (vedi video sotto, ndr). Tra l’altro all’inizio non sarebbe dovuto essere rosso ma io ho insistito molto sul colore, e poi proprio quell’abito è diventato l’icona del film.

Sei stato anche costumista per “La trattativa” di Sabina Guzzanti: hai usato un approccio differente rispetto al lavoro svolto per il film di Matteo Garrone?

Dal punto di vista delle ricerche no, non direi. Per certi versi quello su “La trattativa” è stato però un lavoro più difficile perché il film parlava di persone realmente esistite e questo aspetto ha richiesto un’attenzione particolare alla verosimiglianza dell’abbigliamento, ottenuta attraverso uno studio accurato dei materiali fotografici del periodo di riferimento.

A cura di Donato D’Elia, Valentina Alfonsi

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