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Intervista a Tananai: “Sono una persona molto solare, ma ho bisogno di tirare fuori anche la mia parte malinconica”

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Tananai, letteralmente “piccola peste”. È questo il nome del cantautore milanese in ascesa, un omaggio a suo nonno, scomparso quando era molto piccolo. “Piccoli Boati” è il suo primo EP, pubblicato il 21 febbraio per Sugar Music. Un EP molto intimista, profondo, dal mood quasi sempre malinconico. Molto diverso (se non opposto) rispetto al lavoro presentato fino ad oggi, in cui il tocco di ironia era quasi una costante. “Giugno”, il singolo che ha preceduto l’EP, ha segnato la svolta, il cambio di rotta del suo percorso artistico.

Della sua voglia di mettersi a nudo e di molto altro ci ha parlato in questa piacevole intervista.

 È uscito il 21 febbraio “Piccoli Boati”. Innanzitutto perché questo titolo?

Il titolo nasce da una chiamata della mia manager, che riferendosi al vocoder disse “piccolo boato”. Dissi “bellissimo”, perchè è un accostamento di figure retoriche e mi dà l’idea di qualcosa di dolce e al contempo abbastanza incisivo. Come l’EP: leggero, ma al contempo pesante. Ciò di cui parlo non è nient’altro che la mia quotidianità. Secondo me molto più delle grandi esperienze sono quelle di tutti i giorni che determinano ciò che sei.

“Saturnalia” secondo me è uno dei brani più interessanti. Sembra parli di quanto sia difficile rialzarsi dopo una brutta caduta. È autobiografico?

È tutto autobiografico. Qui confluiscono tutte esperienze che io ho vissuto in maniera abbastanza forte. Parlo di qualsiasi cosa mi capiti. “Seno Sinistro” parla di come affrontavo l’innamoramento, in maniera molto positiva. “Saturnalia” chiude il cerchio. Si parla di tornarsi a fidarsi, come un animale ferito: un cane che ha sofferto necessita di più attenzioni all’inizio, ti ci devi avvicinare con calma, devi dargli i suoi tempi e dimostrargli che di te si può fidare.

 Il primo singolo estratto è “Giugno”. Come mai hai scelto proprio questo?

È quello che segna una rottura con il passato. Sono sempre stato tendente a mostrare la mia parte “cazzona” (vedi “Bear Grills”, “Calcutta”, caratterizzati da una vena ironica). Io di base sono così, ma qui ho voluto mettermi a nudo. “Giugno” la scrissi il giorno in cui ero stato lasciato: volevo mostrare il mio lato più fragile. Questo brano parla di sofferenza. Ancora non ne avevo parlato.

I brani che compongono l’EP sono 6. C’è un mood malinconico che aleggia in quasi tutti i brani. È voluto?

Di voluto non c’è nulla. Non decido mai prima che vestito dare al pezzo. Sono una persona molto solare, ma ho bisogno di buttare fuori anche l’altra parte di me, quella più profonda, più nostalgica. Tutti abbiamo due facce. Se guardi i dipinti di Caravaggio c’è una calma surreale, invece lui era un rissoso.

 A proposito di arte in generale. Nel brano “10K Scale” c’è un chiaro riferimento alla poesia di Montale (partendo già dal titolo). Come mai questa scelta di fondere poesia e musica?

Non è stata una scelta. Anche in “Paglie” c’è una rivisitazione di una poesia di Ungaretti: “Mi sento come sotto al sole una Kinder Fetta al Latte”, che viene da “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Fanno parte del bagaglio culturale che tutti abbiamo. Chi non ha studiato le loro poesie a scuola? Sono uscite dal mio subconscio, sono radicate in me. È stato tutto spontaneo, non è stato pensato.

Facciamo un passo indietro. Perché Tananai?

Perché mio nonno mi chiamava cosi, significa piccola peste, casinista. Non si è capito bene da dove derivi. Dal dizionario sembra emergere che sia una forma dialettale del centro Italia. Ma mio nonno era del Nord. Vuol dire tutto e niente… Come me (ride). È stato il mio modo di renderlo partecipe di quello che faccio. Essendosene andato quando io ero molto piccolo non ha potuto sapere che faccio musica. Ho voluto omaggiarlo così. E poi suonava molto bene Tananai.

Come ti sei avvicinato alla musica? Quali sono le difficoltà maggiori che hai incontrato nel tuo percorso?

Mio padre faceva l’insegnante di chitarra e mi dava qualche lezione. Poi decisi di passare al pianoforte perché non mi piaceva studiare con mio padre. A quel punto ho capito che non mi piaceva studiare affatto (ride). Quindi ho lasciato anche quello ed ho iniziato a dedicarmi alla produzione, perché mi sentivo più libero di sbagliare e di sperimentare. Ho prodotto tutte le notti della mia vita fino ad oggi.

Nel mio percorso non ho incontrato vere e proprie difficoltà. Anche i no fanno esperienza e ti aiutano a crescere e migliorarti. Credo che quando si fa qualcosa con passione e si vuole davvero ottenere qualcosa, le difficoltà non possano costituire ostacoli.

A quando un LP? C’è già qualcosa che bolle in pentola? 

Ho da parte un po’ di pezzi scritti negli ultimi mesi (e negli ultimi anni). Potrebbero far parte di un nuovo album. Al momento ho bisogno di continuare a scrivere e continuare a vivere, anche per poter parlare di qualcosa di diverso. Ho messo un punto all’esperienza di questi anni. Un album ci sarà di sicuro dato che scrivo sempre, ma non so ancora quando.

Sta per partire il tuo tour. Ci puoi dare qualche anticipazione sulla scaletta?

Suonerò tutti i pezzi che sono usciti, qualcuno in più versioni differenti. Mi piace molto suonare con la mia band perché essendo loro dei grandi musicisti ed avendo dei gusti molto simili ai miei, riarrangiamo i brani per renderli unici. Suoniamo tutto, non usiamo quasi per niente sessioni. Se vieni al mio live non ti aspettare  che i miei pezzi suonino come sono stati prodotti.

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