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Intervista ad Angelo Sicurella: “Dobbiamo riprenderci il presente!”

Quello del musicista è sempre stato un mestiere controverso, complice sicuramente la versatilità del suo esercizio e, non meno importante, della risposta di pubblico in ogni epoca storica. Inutile dire che ad oggi, se provassimo a concentrare la nostra ideale lente di’ingrandimento sul panorama musicale mainstream, molte sarebbero le perplessità da esprimere su entrambi i fronti, uniti solo da un comun denominatore: la mancanza di competenza. Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, assistiamo allo spaccio “gratuito” di personaggi tutt’altro che preparati musicalmente (l’importante è che spacchino lo schermo!) e, cosa ancora più agghiacciante, a risposte smoderate di un pubblico paurosamente ignorante. Una delle poche vie di salvezza (almeno per chi ancora considera la cultura un valore importante da alimentare) sembra essere proprio quella di svincolarsi dalle classiche regole di mercato e restituire credito a chi della musica continua a sperimentare ogni aspetto ampliando il proprio bagaglio intellettuale, di conoscenza e pratica, e per assurdo è costretto a ridurla a banale “formula di sopravvivenza” se l’obbiettivo è quello di farne un mestiere.

Lo sa bene anche Angelo Sicurella, musicista operativo nell’elettronica, nel synth pop e nella musica sperimentale che per il suo ultimo lavoro “Yuki O” (uscito lo scorso 17 novembre per l’etichetta Urtovox Records) ha saputo impiegare tutta l’esperienza maturata in anni di attività (grazie anche al progetto “Omosumo”) per fornire all’ascoltatore una suggestiva quanto realistica istantanea comune a ogni individuo risucchiato nella macchina ormai difettosa della quotidianità. E di vita, introspezione e musica Angelo ha parlato con noi di LoudVision, in questa intervista.

Dietro a “Yuki O” si nasconde un lavoro lungo e studiato o molto più diretto e istintivo?

Dietro YUKI O c’è un lavoro di indagine. Per mesi sono stato sui miei synth a lavorare e a registrare e a indagare dei suoni che volevo sentire miei. La ricerca poi viene fuori da un approccio istintivo alle macchine, fino ad un lavoro che diventa studiato, che si costruisce strato dopo strato, sulla musica e sui testi.

L’album risulta senz’altro a un primo ascolto la fotografia di ogni individuo attuale chiuso nei propri tormenti esistenziali. C’è qualche altro messaggio di fondo?

Il messaggio è quello di YUKI, una ragazzina che abita lo stesso mondo che viviamo noi, veloce, frenetico (a volte inutilmente), a volte distante dalle cose reali. Impara che il fallimento non è qualcosa di irrimediabile. Piange, ride, cade, si rialza. Vuole essere presente al presente. Nel lavoro della scrittura anche dei testi, mi dicevo che volevo andare oltre lo scrivere cos’è e basta. Come dire, è troppo facile dire che quello che viviamo oggi è un mondo di merda e basta. Che la politica non funziona, che è troppo distante da quello che ci accade giorno dopo giorno, che sono tutti uguali, che non ne vale la pena ecc ecc è chiaro che lo stato si venderebbe pure le mutande per tenersi lontano dai problemi reali della gente. Lo stato la gente non la conosce neanche. Quello che rimane di questa società è un morto che arranca. Tutto questo però non ci fa accorgere della vita, quella vera, quella che attorno a noi ci sono delle robe pazzesche che diamo per scontato: il sole, la luna, l’acqua, il cielo, calpestare la terra, l’odore della terra bagnata, amare qualcuno e smettere di amarlo e avere il coraggio di dirglielo, senza ficcarsi in una prigione mentale che invece non esiste perché è solo proiezione del tuo essere sociale. Ho voluto fare una differenza tra mondo e mondo sociale. E allora, rallentare, soprattutto dove non c’è la necessità di correre. Capire che il mondo reale mi appartiene e che il resto è un costrutto che bisogna prendere come tale.
Sediamoci a tavola e parliamo. Conosciamoci, facciamo una passeggiata ai piedi di un fiume. Riprendiamoci il presente. Conosci la tua fragilità e falla forte. Questo è il messaggio che c’è dietro YUKI O.

Se qualcuno avesse la necessità di collocarti in qualche genere, che suggerimento daresti?

Ci sono cosi tante definizioni che mi confondo pure io. Quello che sento nella mia musica ha a che fare con la musica elettronica, col blues, col soul, col rock, con la musica sperimentale e l’improvvisazione radicale che mi ha attraversato per un periodo e che fa parte di me. Che genere è? Ahah, non saprei dire.

Magari per fare prima diciamo che Angelo Sicurella fa parte del panorama indie. A te sta bene?

Non so cosa voglia dire oggi Indie, non avendo i connotati di panorama indipendente. Oggi è un calderone infinito, indistinto e confuso di roba che racchiude qualsiasi cosa. Ormai siamo tutti indie, al di la di quello che facciamo.

L’elettronica con te la fa da padrone. Come nasce questo amore?

Questo amore è nato intorno al 2000, giocando con Reason. Poi ho scoperto la mia prima drum machine, in carne e ossa, e non sono uscito più di casa per mesi. Fin quando ero con i software non avevo contezza di cosa voleva dire girare una manopola e avere un rapporto fisico con i miei strumenti. Mi sono sempre occupato della mia voce in maniera gelosa e maniacale. In seguito è stato tutto diverso. Fare cascate di synth, far entrare la mia voce dentro una drum machine, costruire suoni da zero. È un mondo pazzesco. E per certi versi è come avere a che fare con la voce. Ho passato anni a indagare il mio corpo, a cercare i suoni che fanno carambole nel mio torace, nel mio naso, sul cucuzzolo della mia testa. Avere a che fare con la sintesi è stato un po’ come avere a che fare col mio corpo, ma fuori di me. L’amore è nato da solo. Mi sono convinto a comprare la prima drum machine, dopo il centottancinquesimo ascolto di “Downward Spiral” dei NIN.

Cosa rispondi a chi afferma che synth ed effetti vari stiano uccidendo progressivamente altri generi come il rock?

Non ci credo sinceramente. Il rock non muore da solo, se muore. Forse muore perché non c’è più gente che lo sa fare. Dietro ai generi ci sono anche filosofie di vita. Se muore è perché chi vive oggi ne ha preso le distanze. Ma io non credo sia morto. È vero che l’approccio agli strumenti elettronici oggi è sempre più esemplificato. Ci sono macchine che a momenti ti chiedono solo di premere play. A me il rock piace da morire, e col rock anche il blues. Penso di portarmeli dietro anche in un solo suono di synth. E se ho la possibilità di unire il rock con l’elettronica, non perdo tempo, lo faccio. Così come è per gli Omosumo ad esempio. Penso che, in tutti i campi, quello che uccida sia la esemplificazione delle cose per la mera ragione di esemplificare, la superficialità.

C’era qualcosa di tuo che non riuscivi ad esprimere nel progetto OMOSUMO, da giustificare l’esperienza solista?

No, con gli Omosumo sono molto libero quando scrivo e non mi pongo limiti. Così come nelle mie cose. Ma ci sono delle cose che hanno anche dei percorsi differenti, perché legate a delle esperienze intime e essenziali, che riguardano te da vicino. “Orfani per desiderio” è nato da un accaduto che mi ha visto toccare con mano certe circostanze, parlo del 3 ottobre 2013. Io mi trovavo lì, al molo, perché stavo lavorando al Centro di primo soccorso di Lampedusa (il CPSA). Dopo quell’esperienza sono andato in campagna per un bel po’ di tempo, lontano dagli esseri umani, avendo a che fare solo con alberi, piante, cavalli e pecore. Già dentro di me c’era il germe del concetto dell’essere orfani per desiderio, orfani in senso artistico, del non avere padri. L’evento di Lampedusa ha catalizzato il pensiero e la scrittura. Poco dopo, in campagna, venivano fuori i testi e le musiche, che man mano andavo rifinendo, fino all’uscita dei tre EP, a distanza di mesi l’uno dall’altro.
Con YUKI O c’è altrettanto un percorso personale, di indagine dei suoni, sui synth e sulle drum machine. Un percorso personale di ricerca sui testi e sulla voce, che mi ha portato a entrare dentro di me e a mettermi a nudo con YUKI O, parlando delle mia stessa fragilità.

Molti ti descrivono come un artista poliedrico. Per caso hai sottomano altri progetti o idee che vorresti sviluppare?

Mi piace pensare di esprimere la mia vita in musica. Così è quando scrivo i miei dischi e quelli con gli Omosumo, così è quando scrivo per il teatro e per gli spettacoli di danza, così per le musiche dei documentari che ho musicato e che continuerò a musicare, così in 300gr dove microfono la tela di Igor Scalisi Palminteri nelle performance di pittura sonora che ci vedono immersi in un mondo sensoriale e unico, così quando sonorizzo gli spazi, dalle catacombe agli oratori stuccati dal Serpotta e pieni di magia e mistero a Palermo. La mia esperienza è comunque una esperienza di vita, fuori dalla catalogazione dell’essere solista o in band, comunque suono. A dicembre andrò per un mese a Bali, a registrare i suonatori di gamelan e le voci del Kekak e tutto quello che trovo andando in giro e che magnetizza la mia attenzione. Forse anche i live di YUKI O che partiranno a febbraio saranno toccati da questa esperienza, che di sicuro getterà anche le basi di un nuovo lavoro.

Per chi a oggi vuole vivere di musica, cosa deve fare secondo te?
Io non vivo di musica, ci sopravvivo. Ma se c’è qualcosa che mi viene da dire è che non bisogna deprezzare il proprio lavoro e le proprie qualità.

E’ giusto aspettarsi dei riconoscimenti o bisogna solo preoccuparsi di produrre la propria “roba”?
I riconoscimenti sono importanti, ma non sono tutto. Preoccuparsi della produzione della propria musica è fondamentale. Segnano un percorso di vita, quello che forse oggi non siamo più abituati a considerare. La vita di un musicista non si esaurisce in un disco. È un percorso di vita. I dischi sono la foto di un momento in cui hai l’esigenza di dire qualcosa e di volerla chiudere in un pacchetto così come l’hai pensata. Lì ci metti un punto. Io non sono un sostenitore della coerenza, non ci credo, per cui il punto successivo potrebbe anche voler dire il contrario di quello che pensavi, ma è un altro punto. E questi punti fanno un percorso.

Chiunque crede di essere un musicista, ma secondo te chi lo è veramente?
Forse in parte ti ho risposto nella domanda precedente.

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