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Intervista a EDDA: “Ci vuole coraggio per fare questo mestiere”

Gli anni 90 non sono certo un argomento semplice da trattare, soprattutto in virtù della gloriosa produzione musicale che li ha caratterizzati (e che a noi interessa maggiormente rispetto ad altre questioni). E a tale proposito, di fronte a una simile prospettiva analitica, l’attenzione dovrà questa volta rivolgersi esclusivamente alla musica propriamente detta “indipendente”, oggi molto più figlia di un boom mediatico che non di una sincera presenza di artisti talentuosi (nel vero senso del termine). Bisognerebbe interrogare qualche vecchio “leone dell’epoca”, domandargli di come alla fine gli anni 80 la lezione del punk avesse influenzato sensibilmente la scena alternative italiana. E soprattutto di quanto fosse sinceramente autentico fare parte di quella cerchia di artisti in qualche modo bistrattata (ma assai produttiva), rispetto ai dettami che le regole di mercato cominciavano a forgiare in maniera invadente in nome della nascente “MTV Generation”.

Stefano “EDDA” Rampoldi, per quanto detto finora, è da considerarsi sicuramente uno di quei fantomatici leoni, sopravvissuti grazie alle mille vite vissute dopo la turbolente parentesi degli anni 90, con i suoi semi puri disseminati nella primordiale scena alternative. E, naturalmente, con i suoi demoni. Storico frontman dei Ritmo Tribale (una delle più famose hard rock band italiane, nata a Milano nel 1984 e presto divenuta protagonista di numerosi concerti in tutta Europa, Stati Uniti e Algeria), Edda ha sempre dimostrato di essere un artista non convenzionale, frutto di un’anima turbolenta e in costante mutamento: si pensi all’esperienza vissuta in India, a quella legata alla tossicodipendenza, alla comunità di recupero o a quella che lo ha visto vestire i panni di semplice “operaio ponteggiatore”. Ma (più nel nostro interesse) si pensi soprattutto al suo ritorno alla musica in chiave solista nel 2008, che finora lo ha portato a produrre ben 3 LP (“Semper Biot” – 2009, “Odio i Vivi” – 2012, “Stavolta Come Mi Ammazzerai” – 2014). 30 anni di carriera musicale, vissuta fra successi e fallimenti, dove l’unica costante è sempre rimasta la “libertà” e l’ “autenticità” tutt’ora riscontrabile nei testi di Stefano, provocatori, duri e sensibili. Anche nel suo ultimo lavoro “Graziosa Utopia” (uscito il 24 febbraio per Woodworm), la scelta di lasciare maggiore spazio alla vena cantautorale rispetto alle chitarre elettriche non è casuale, ma frutto di una necessità primordiale, che è quella di “rimanere se stesso” fino in fondo. A dispetto della scena indie attuale, o di quanto per continuare a fare un simile mestiere (o anche solo cominciare) ci voglia oggi davvero tanto coraggio.

E in questa intervista, noi di LoudVision abbiamo voluto parlare con Stefano “Edda” Rampoldi di questa nuova fase della sua vita, del suo nuovo lavoro e del suo pensiero riguardo alla musicale italiana.

Innanzitutto, come ti senti in previsione di questo nuovo tour che sta per partire?

In realtà, non sono ancora preparatissimo, il che un po’ mi preoccupa. Ieri abbiamo fatto uno showcase acustico ed è andata bene. Siamo stati anche in qualche radio…quindi sostanzialmente sull’acustico ci siamo, ma sull’elettrico siamo ancora in fase di rodaggio.

Quali sono le caratteristiche che rendono “Graziosa Utopia” diverso dai precedenti lavori?

Innanzitutto abbiamo lasciato il rock: non ci sono quelle sonorità, ma abbiamo voluto fare un nuovo esperimento…e ci siamo riusciti alla grande! Luca Bossi e Fabio Capalbo hanno arrangiato il disco, io ho solamente scritto le canzoni: in un certo senso è avvenuto tutto in maniera naturale e senza pretese. Io avevo del materiale buono, ma avevo smesso nel frattempo di occuparmi degli arrangiamenti (perché non sono in grado!), e finché non ho ascoltato per la prima volta il disco finito a dicembre ancora non sapevo bene cosa avessimo creato.

Qual è il messaggio finale di questo album?

Nessuno in particolare, sono semplici canzoni d’amore viste dal punto di vista di un artista attempato come me. In generale non seguo mai un filone particolare, seguo semplicemente le emozioni e butto giù le parole nero su bianco. L’importante è che un testo mi corrisponda sempre. Poi magari riascoltando dopo un po’ di tempo quella particolare canzone mi rendo conto che in realtà c’era un messaggio che volevo lanciare. E’ un po’ ogni volta come aprire una finestra e prendere quello che arriva senza troppi ragionamenti.

E’ vero che in un certo senso ti sei messo a nudo in questo nuovo lavoro?

Ho semplicemente seguito un flusso di emozioni, mettermi a nudo non era una dichiarazione di intenti. Se una melodia mi colpisce butto giù subito le parole. Certo deve prendermi parecchio!

Una sorta di rapporto spirituale tra l’artista e la sua creazione?

Sono istintivo, non sono molto razionale. Prendo e metto nero su bianco quello che sento e provo in un certo momento. Il che, in un certo senso, potrebbe essere considerato spirituale per quanto è grande la sua purezza e semplicità.

Quindi oggi come ti definisci all’interno del panorama musicale italiano contemporaneo?

Non mi definisco per niente! Sono solo uno che scrive canzoni, non mi interessa definirmi o essere definito. Anche perché non sono capace di affibbiarmi un aggettivo! Mi preoccupo semplicemente di fare il mio mestiere e riconoscermi in quello che faccio.

E in virtù di questo, qual è il tuo pensiero rispetto alla musica italiana di oggi?

Non sono molto informato, a riguardo. Diciamo che ho avuto il piacere di ascoltare qualcosa degli Ex Otago, ma in generale apprezzo l’intera categoria indie. Chiunque si avventuri in questo mestiere è apprezzabile secondo me, perché è un mestiere davvero difficile: nessuno ti obbliga o ti dà garanzie, rischi di suonare roba che non piace a tutti, quindi so cosa si prova e per questo difendo la categoria. Ci vuole parecchio coraggio!

Si può dire che il panorama indipendente è cambiato profondamente rispetto agli anni 80/90?

Non saprei, secondo me non è cambiato niente. Poi io personalmente vivo in una bolla tutta mia, ma a dispetto dei miei 50 anni e passa non ho visto sensibili mutamenti nella categoria. Al massimo sarà cambiata l’attenzione dei media a riguardo, anche se in realtà nemmeno me ne accorgo.

Se Stefano EDDA dovesse scegliere un solo aggettivo per sintetizzare la propria carriera, quale sarebbe?

Direi “freeclimber”!

E il rapporto con i tuoi fan come continua a svilupparsi?

E’ chiaro che non ho il successo di persone molto più affermate di me, però è una cosa che mi tocca sempre. Vedere le persone partecipare attivamente anche ad un semplice showcase per me è sempre molto emozionante, è bello vedere che apprezzano il mio lavoro e io di conseguenza mi sento responsabile nei loro confronti. Quindi cerco sempre di dare il meglio di me, e automaticamente è come salire sempre sul palco per la prima volta! E’ bellissimo!

L’anima di Stefano “EDDA” oggi quanto è ancora rock e quanto votata alla musica leggera?

Anche se quest’ultimo disco non è rock, l’attitudine c’è sempre. Alla fine dei conti, quando canto sono sempre uno che spinge tantissimo, perché la voglia di urlare dentro al microfono c’è sempre. Ho costante bisogno di sfogarmi in questo modo, perché anche così riesco a tirare fuori quello che ho dentro.

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