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Intervista agli autori

Di “P.O.E. – Poetry of Eerie“, complessa opera cinematografica di genere horror composta da più cortometraggi, avevamo già parlato in occasione dell’uscita nelle sale (QUI la recensione).

Ora i registi si sono resi disponibili a rispondere alle nostre curiosità.
Ecco qui le loro risposte, a volte ironiche, a volte piccate, a volte serie e filosofiche. Ancora una volta a dimostrare la completezza e la versatilità del componimento.

DOMIZIANO CRISTOPHARO – “Il giocatore di scacchi di Maelzel”

La sfida tra l’uomo e la macchina è una metafora dei nostri tempi?
No, è una metafora che ha circa gli stessi anni dell’era industriale… Usata già da artisti e registi come Fritz Lang negli anni 20 o da Duchamp. È quindi eterna e sempre attuale.

Il fatto che la macchina abbia un cuore, la pone alla stessa stregua dell’uomo?
Nel mio caso specifico, la macchina ha il cuore dell’uomo (un giocatore) che perde la sfida con essa.
Senza l’uomo la macchina non esiste, ma in questo agevolarci la vita con le macchine… alla fine dipendiamo da esse.

Vedi questo nel prossimo futuro?
È questo il futuro. Parlavano di impiantarci un chip no? In USA li stanno già testando su volontari.

Perché Yumiko Sakura Itou, questa “altra” identità?
Semplicemente perché altri “sedicenti” registi che facevano parte di P.O.E., alla fine non hanno consegnato il lavoro, snobbandoci o volendo darsi troppe arie al momento della consegna. E questo non rientrava nello spirito di gruppo che voleva rappresentare il progetto.
Avevamo deciso che P.O.E. sarebbe nato e morto con 13 episodi e così, in corner, sono subentrati Fazzini e Rosso Fiorentino, ma eravamo sempre a quota 12; allora decisi di pensare in modo diverso e di “creare” l’artista che mancava, una donna (oltre Manuela Sica) con vedute molto diverse dalle nostre. Così è nata Yumiko. È stato stimolante per un giorno farsi possedere dal modo di pensare di un’altra cultura. Ovviamente senza prendersi sul serio, cosa che molti critici non hanno fatto, mostrando la loro spocchiosità.

Un aneddoto: quando si sfodera la spada per compiere il seppuku (non è esattamente un harakiri per via del modo in cui è concertata la cosa) sulla lama della suddetta spada (Katana per la precisione, anche se una critica iperlaureata non ha fatto che definirla ‘scimitarra’ nei suoi articoli denigratori) si legge benissimo in cinese “made in China”. Ecco, vedi, un progetto come P.O.E. può e deve esser tutto questo. E molto di più.
Per non esser macchine schiave di un sistema, il segreto forse è non prendersi troppo sul serio.
[PAGEBREAK] GIOVANNI PIANIGIANI e BRUNO DI MARCELLO – “Le avventure di Gordon Pym”

Forse il corto più cruento. Il protagonista sembra in qualche modo condannato a vivere quella condizione che evoca allo stesso tempo solitudine e voglia di fuggire lontano. È questa l’interpretazione che avete dato all’opera di Poe o c’è dell’altro? A livello comunicativo cosa volevate esprimere?
La prima cosa che ci ha spinti a scegliere Gordon Pym consiste nel fatto che tra le opere di Poe era quella meno trattata dal cinema e che anche noi conoscevamo molto poco! È l’unico romanzo scritto da Poe e appartiene al genere del racconto di formazione avventurosa, di tipo iniziatico-misterico. Insomma era una bella sfida cercare di trovare un centro, un point, da racchiudere in meno di 10 minuti. Il fascino del ‘cimento’ consisteva proprio nell’avere a disposizione un sacco di suggerimenti e stimoli presenti nella fitta trama delle pagine del romanzo.

Ecco, il nostro episodio si basa proprio sullo stesso mistero di aver scelto questo testo per il progetto. Il vero significato di un’opera non sta tanto in quello che dice, ma piuttosto nelle discrepanze, nei salti di comunicazione, nelle cose taciute, nei “perché?” che stimola. La nostra narrazione è assolutamente tradizionale, ma nello stesso momento sfugge a un’unica decodifica.

Il “perché?” è la spinta di tutto l’episodio: perché Gordon sta in quella nave? Perché ha un servo anziano col nome di cane? Perché c’è una schiava nera nella nave e qual è il suo ruolo? Perché i marinai bianchi sono cannibali? Perché Gordon sopravvive e convive con la schiava nera apparentemente non invecchiata? Forse perché noi uomini bianchi ce ne andiamo in giro con le nostre navi come padroni, e facciamo schiavi gli altri, senza pensare che questi stessi altri possono avere forze che noi ignoriamo e che capovolgeranno la situazione trasformandosi da schiavi in padroni? Forse. E perché Poe viene ucciso a fine episodio? Forse perché non abbiamo più bisogno di lui, abbiamo tradito con piacere la sua opera, interpretandolo come più ci garbava!
[PAGEBREAK] PAOLO GAUDIO – “Il gatto nero”

Un esempio di stop motion di rara bellezza. Quanto è stato difficile – e quanto tempo ci è voluto – per rendere al meglio i dettagli, le espressioni, i colori di questo splendido corto?
Innanzitutto, ti ringrazio per i complimenti: questo genere di riscontro significa molto per me e mi da la voglia di continuare a fare cinema ed affrontare tutte le difficoltà e le frustrazioni che ormai sono all’ordine del giorno. La realizzazione de “Il gatto nero” non è stata semplice: com’è noto, avevamo regole rigide sui tempi e sui costi, variabili molto risicate per la natura stessa del progetto. Per questo motivo il lavoro maggiore è stato fatto sullo script e su come adattare nella maniera più funzionale — alla nostra produzione, s’intende — il grande racconto dello scrittore americano.

Trovata la giusta chiave narrativa, tutto il resto è apparso in discesa. So che può apparire un po’ strano ma il design dei puppet, le scenografie e l’impianto estetico sono contesti in cui mi sento molto a mio agio, so sempre quello che voglio e come realizzarlo. Inoltre, per questo progetto, ho avuto la possibilità di collaborare con Gianluca Maruotti, un animatore e puppet maker eccezionale, con il quale ho una forte intesa.

C’è qualcosa che avresti voluto aggiungere ma non hai potuto?
No, ad essere sinceri. Ho provato a calarmi subito nello spirito del progetto, in cui mi veniva richiesto di esprimere la mia personalità attraverso le suggestioni che mi suggeriva l’opera di Poe. Le regole stabilite ti costringevano ad essere pragmatico e concentrati solo su quello che era necessario alla storia e nient’altro. È stata un’esperienza fantastica e ci tengo ancora una volta a ringraziare Domiziano che mi ha voluto nel progetto e coloro che hanno partecipato alla realizzazione del mio corto.
[PAGEBREAK] ALESSANDRO GIORDANI – “La sfinge”

Un corto che è parabola di un futuro oscuro e terribile, sconosciuto. Il silenzio delle parole, sostituito da menti pensanti e comunicanti, che permea l’esistenza dei due protagonisti è metafora dei nostri tempi? Della spersonalizzazione dei rapporti familiari? Sociali? O è invece inteso come un “salto” in avanti?
La mia rielaborazione de “La Sfinge” parte dal nucleo centrale della storia di Poe che è la paura e la paranoia causate da un errore di percezione, percezione visiva in quel caso. Io ho voluto portare quelle paure e paranoie che generano incomprensione, a un piano mentale. Ho usato quindi una comunicazione quasi ‘telepatica’ per sottolineare il piano entro cui la mia rielaborazione preferiva muoversi. Questa cosa mi piaceva anche perché credo possa metaforizzare la nostra società e i rapporti umani. L’assenza di comunicazione, o al contrario l’eccesso, sono i due opposti che dominano la nostra società. Per questo ho scelto i personaggi padre e figlia (nella storia originale due amici) proprio perché, spostati su un piano mentale, l’incomprensione in una situazione eccezionale di crisi, l’epidemia, deve portare per forza a una risoluzione. Il rapporto padre-figlia secondo me rappresentava bene questo passaggio.

Penso che il problema dell’incomprensione, o dell’errore di percezione, sia anche la questione centrale del rapporto dell’essere umano con il proprio futuro. L’umanità cerca sempre di più, con la tecnologia, di rendere tutto il più prevedibile possibile e tendere all’immortalità ma quando arriverà una catastrofe a spazzare via tutto rimarranno solo le persone a dover fare i conti con i propri pensieri e i problemi messi a riposare in centinaia di anni di evoluzione sociale e tecnologica.

A cosa è destinata la ragazza, una volta fuori? Quella di suo padre è protezione o prigionia?
Il padre, nella mia rielaborazione, è sia protettore che carceriere. Penso sia la dualità a cui tendono la maggior parte delle persone. È uno stato che perdura finché non si accetta lo stato della libertà dell’altra persona (e quindi anche la libertà di sbagliare). Uno dei modi per accettare la libertà degli altri è sicuramente tramite la conoscenza. Nel racconto di Poe, la liberazione di uno dei protagonisti dalla paura avviene proprio quando l’altro personaggio gli mostra lo stato effettivo delle cose, cioè che quello che credeva essere un mostro in realtà era solo un’illusione ottica. Nella mia rielaborazione viene riproposto lo stesso meccanismo, ma in un piano psicologico.
Per la figlia, protetta e imprigionata dal padre, quello che crede essere un mostro è la paura della morte che potrebbe sopraggiungere rimanendo rinchiusi nel rifugio antiatomico. Il padre invece è convinto che la morte sia solo lì fuori, ma non può dimostrarlo alla figlia. Questo attrito tra i due cresce finché la conoscenza si manifesta sempre in un piano interiore in cui il padre capisce che il mostro, la morte, arriverà comunque prima o poi e che l’unico vero modo di salvare sua figlia sia di ridonarle la libertà. La ragazza si mette così in viaggio, non sapendo ovviamente cosa le accadrà.
[PAGEBREAK] PAOLO FAZZINI – “L’uomo della folla”

Chi è per te l’uomo della folla? Un estraneo? Estraneo persino a se stesso? O è “chiunque di noi”?
L’uomo della folla che ho tentato di rappresentare è un essere piuttosto comune nella società occidentale. Il racconto di Poe è stato pubblicato nel 1840 e la vicenda narrata è ambientata a Londra, ma l’efficacia di quel racconto è proprio quella di essere estremamente contemporanea, quindi ho deciso di ambientare la mia versione in una metropoli dei nostri giorni. Il protagonista non sarebbe stato un vecchio (come nell’originale) ma un giovane, un ragazzo qualunque, che però cerca continuamente se stesso negli altri, fossero anche sconosciuti, probabilmente perché non ha gli strumenti per guardarsi dentro e capire chi sia, nel profondo, egli stesso.

Cosa hai voluto trasmettere? E cosa vede l’uomo della folla, davvero, nello specchio?
Forse l’uomo della folla non si accorge nemmeno di chi lo stia osservando, o forse lo nota ma non gli presta attenzione. Sono dettagli che mi piacerebbe che fosse lo spettatore a cogliere, facendo ipotesi e le osservazioni al riguardo. È per questo che il finale è ambiguo e sospeso.
[PAGEBREAK] FRATELLI CAPASSO – “Silenzio”

Questo titolo, “Silenzio”, è il silenzio dei morti? O è il silenzio della verità? Taciuta, che però ritorna a perseguitare il protagonista? O in fondo è la coscienza ad emergere nel silenzio di un’anima nera, forse già morta (quella dell’assassino)?
Come recita lo stesso Poe, […] Vi è un silenzio che è duplice – mare e riva – corpo e anima […]. Il primo è evidentemente quello dei morti […] È quello il silenzio corporeo: non devi paventarlo! […]. L’altro invece, quello palesemente più dannoso e logorante è quello dell’anima, di quell’anima ormai marcia e imputridita (quindi morta). Il “silenzio dell’anima” di cui parla Poe, e sul quale abbiamo deciso di puntare la nostra attenzione, è quel senso di desolazione e smarrimento, quella condizione nella quale si ritrova il nostro personaggio nel momento in cui il ribollire del marciume che si porta dentro, lo fa trovare faccia a faccia con l’ombra dell’[…] elfo senza nome che frequenta solinghe plaghe, mai calpestate dal piede di un uomo […].
[PAGEBREAK] EDO TAGLIAVINI – “La verità sul caso Valdemar”
Un film che ho trovato estremamente piacevole, originale. Il grottesco che impatta prepotentemente nello stile degli antichi horror degli albori del cinema. Questo tuo gusto per l’ironia, il sense of houmor che accompagna il film, quanto è essenziale per te? Avresti potuto girare questo corto in modo diverso? Quanto è importante l’ironia nell’orrore cinematografico? E nell’orrore vero, quello che si manifesta a noi ogni giorno, nella realtà e attraverso i media?
Intanto grazie, mi fa piacere che tu abbia apprezzato: è infatti capitato più di una volta che gli amanti puristi di Poe mi detestassero, come se la lettura delle sue opere fosse a senso unico. Io trovo che molti dei suoi racconti siano permeati da un sottotesto ironico, grottesco e, sebbene “Lo strano caso del sig. Valdemar” dal quale ho appunto tratto il mio episodio, sia agghiacciante nel descrivere la prigionia fra una non-vita e una non-morte, penso che nelle intenzioni di Poe ci fosse anche un’irrisione grottesca allo status delle condizioni di vita del suo tempo, alle condizioni universali della vita dell’uomo. Diffido da chi vuol vedere “un solo colore” quando vede “un colore”, e la potenza di un’opera è viva proprio quando ti dà la possibilità di leggere altre sottotracce rispetto a quella principale.

Detto questo, direi che l’ironia e il grottesco sono una costante nei miei lavori: mi piace che la gente dietro un sorriso possa trovare temi e situazioni più profonde, preferisco arrivare a parlare delle cose accompagnando lo spettatore con umorismo, un po’ come addolcire la medicina per farla prendere ai bambini. In relazione a una diversità di approccio al racconto, ovviamente sì, avrei potuto girare in altri modi, come d’altronde all’inizio avevo intenzione di fare, cercando di rimanere più filologicamente fedele al racconto: ma a un certo punto mi piaceva questa idea di un Valdemar sfortunato che, stanco di aspettare che qualcuno lo liberasse dalla mesmerizzazione, si alzava e andava in cerca lui di qualcuno che potesse dargli la morte. Poi scrivendo sono venute in mente le correlazioni con altri scritti di Poe, che si possono trovare nelle morti dei mesmerizzatori che vengono cercati, e allora ho deciso di marcare ancor più l’episodio portandolo al risultato che ora si può vedere.

A rendere efficace l’idea di un Valdemar “pagliaccio” è anche il trucco del bravo Tiziano Martella, col quale ho collaborato infatti anche al mio episodio per il progetto di P.O.E. 2 (vincitore fra le altre cose dell’ultimo Fantafestival come miglior lungometraggio italiano). L’ironia nell’horror è essenziale come in qualsiasi altra cosa: chi non è capace di ridere è una persona potenzialmente pericolosa. Poi non dico che debba ridere alle mie trovate, ma che condanni la mia scelta e pattumi il mio lavoro solo perché non sono “cattivo, malsano e sanguinario”, beh, avrò uno spettatore in meno al mio prossimo film. Poi sia chiaro, ci sono film perfetti senza ironia, senza umorismo, “cattivi, malsani e sanguinari”, ma io come regista preferisco la direttiva alla “Society”, o gli zombi di Romero, al primo Raimi, dove l’horror non è solo mera “masturbazione” compiaciuta, ma portatrice di una critica sociale. I media ormai sono il vero terrorismo: a parte ormai l’inqualificata professionalità di pseudo giornalisti dilettanti, siamo arrivati a dei livelli di pornografia dell’informazione inaccettabilI, e la mancanza di rispetto e di educazione non è che una conseguenza pericolosa del loro fare informazione.

Daniele Picciuti – Nero Cafè

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