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Intervista agli Stanley Rubik: “la nostra è vera musica alternativa”

Se fare musica è diventata nell’ultimo decennio facoltà accessibile a chiunque, sapersi distinguere davvero allora è talento di pochi. In un panorama musicale come quello italiano, dove il mainstream la fa da padrone (causa soprattutto la profonda crisi del mercato discografico), essere alternativi fino a non molto tempo fa sembrava rappresentare l’unica possibilità per i vari artisti emergenti (o presunti tali) di mantenere la propria identità e farne un punto di forza per non essere risucchiati nel vortice del commercio e della banalizzazione. Ma la linea di confine si è fatta nel corso del tempo sempre più sottile, e il compromesso da accettare per avere pochi minuti di notorietà sempre più misero: si pensi alla proliferazione esagitata di nuovi artisti partoriti dai talent show, dove gli unici a vincere veramente sono le tv e le major del mercato discografico. In un tale processo di involuzione (come volete chiamarlo sennò?) ciò che veramente ci ha rimesso è stata la creatività, il duro lavoro, la ricerca e la sperimentazione: tutto ciò che rientra nel concetto più basilare di “fare arte”.  Ed è anche tutto ciò che permette oggi ad un gruppo/artista di distinguersi veramente, anche in un contesto ormai svalutato come quello del genere “alternative”. Lo sanno bene gli Stanley Rubik, power trio romano composto da Dario Di Gennaro (voce, basso, synth, piano, programming), Gianluca Ferranti (chitarra, synth, samplers) e Andrea Bonomi Savignon (batteria, pad), che nel loro modo di dare forma e significato ad ogni produzione musicale hanno restituito all’underground la sua vera essenza: Kurtz Sta Bene (loro disco d’esordio, uscito lo scorso 6 novembre per l’etichetta INRI, leggi la recensione) è in questo senso un vero trionfo di fantasia, tradizione ed ecletticità.

Dario Di Gennaro ci ha raccontato cosa vuol dire “essere davvero alternativi” in questo momento storico di esagitata produzione musicale.

Innanzitutto, perché Stanley Rubik?
Scegliere i nomi dei gruppi è un’epopea infinita, hai sempre mille idee. Noi volevamo qualcosa di divertente, ma con un alone di serietà. Ci è piaciuta l’idea di fondere due realtà complesse come il genio del regista Kubrik e il famoso cubo, e per di più abbiamo notato che resta impresso con una certa facilità!

Definite la vostra musica “cinematica”, “teatrale”, “immaginifica”. Qual è la verità?
Ci danno dei cervellotici e la cosa ci diverte molto. E molto lo si deve alle nostre influenze (dai King Crmson ai Tool, un po’ di prog misto a venature new wave ecc), perché veniamo tutti da background differenti e quindi è stato divertente fondere tutto. I brani sono senz’altro particolari, descrivono questo nostro andazzo ed è sicuramente diverso da quello che siamo abituati normalmente in Italia.

Come siete riusciti ad amalgamarvi?
Abbiamo seguito semplicemente ciò che ci piace. Non è stato facile, perché magari si partiva dalle nostre rispettive playlist quotidiane, si confrontavano i nostri rispettivi gusti e poi si provava a trasferire tutto nella nostra musica. Siamo molto influenzati dal nostro background culturale: se molti gruppi decidono di limitarsi per paura (o magari è una loro scelta), noi invece vogliamo cercare sempre di sperimentare, quindi e per questo non è nemmeno facile collocarci in un genere specifico. Utilizziamo linguaggi diversi (elettronica, rock, prog), non ci facciamo troppi problemi.

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Quali sono questi gruppi di riferimento da cui traete ispirazione?
Cambiamo il nostro modello ogni volta, a ogni nuovo brano. In saletta accade magari di avere molti riferimenti, l’importante per noi è diversificarci. Qualche volta ci hanno persino accostato ai Mars Volta, il che ci fa piacere visto che li seguiamo e abbiamo “rubato” anche da loro. Poi magari c’è un po’ di Bjork, di Woodkid, qualcosa dei King Crimson, riffettoni di chitarra alla Tool…

Anche i testi sono così “cervellotici”?
Ce li definiscono così. Persino il nostro ufficio stampa ci ha detto “ce ne faremo una ragione”! Noi attraverso l’uso di metafore e di un linguaggio particolare traduciamo i pensieri e le riflessioni comuni. Quando si parla di cose più complesse invece magari siamo più semplici, ma mai niente di scontato. Per esempio, questo nostro primo LP necessita di più di un ascolto, ma lo poniamo in condizioni da poter essere fruibile da tutti. Ma in questo senso serve impegno anche da parte dell’ascoltatore. Ci vuole tempo per cogliere dei messaggi (soprattutto se non sono scontati), il che rappresenta anche il nostro punto di forza, qualcosa di controtendenza che ormai si è perso. La verità è che oggi si cerca sempre di stare entro certi paletti per facilitare molto il mercato. Con noi il gioco è più complesso, molti sono i gruppi difficilmente etichettabili..

Le troppe etichette rischiano di limitare l’offerta musicale?
Ci sono sfumature spaventose, inflessioni, etichette per qualsiasi cosa. La gente che suona non rischia uscire fuori dalle linee per paura di non avere una risposta di mercato. Le etichette (anche in senso più generico) hanno sempre creato difficoltà, o al massimo facilitato quelli con poca fantasia. Certo, è sempre difficile rispondere quando ci chiedono che genere facciamo: la gente giustamente vuole dei punti di riferimento.

Quindi avete avuto modo di maturare una vostra idea molto precisa di cosa significhi fare musica alternativa senza ricorrere all’uso inflazionato di questo termine…

Dopo anni di esperienza, a un certo punto abbiamo capito cosa volevamo fare e come volevamo farlo.

Pensate che sia ancora possibile trovare uno sbocco o è troppo dispersivo parlare di musica alternativa? Una volta prima di fare un album si facevano live, oggi è il contrario: album come biglietto da visita…

E’ un po’ un gran casino! Le major vogliono sempre andare sul sicuro,  ma se vai su internet puoi accorgerti che l’offerta musicale è cresciuta molto insieme alla concorrenza e questo ha determinato il crollo del mercato. Quindi secondo me noi abbiamo dovuto capire quale fosse l’iter giusto, perché l’immagine e la proposta del gruppo contano tantissimo. E’ pur vero che le cose un po’ stanno cambiando: i talent sono in declino e le poltrone dei vecchi cantanti vacillano. Ma i giovani al contempo devono sapersi muovere nel modo giusto con meccanismi e metodi nuovi. Inoltre, molte sono le etichette indipendenti attive e che riescono a spaziare, tanto che le major sono costrette ad appoggiarsi a loro.

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Quindi nel vostro progetto avete come obiettivo affermarvi nel vostro genere o cercare altre vetrine?
E’ un dibattito enorme che affrontiamo spesso, tanto da spaccarci in due (pur essendo in tre!). Bisogna capire questo: nel contesto “alternative” è sempre bello avere una certa rispettabilità senza passare per venduti, dall’altra il mercato si muove e si è sempre mosso sulle corde del commercio. Voglio dire, a chi non piace l’idea di riempire uno stadio? Ma bisognerebbe cambiare anche il pubblico: dovrebbe avere un’attenzione diversa, muoversi di più su internet, spendere tempo nella ricerca musicale. In Italia ci sono molti gruppi validi, ma non trovano spazio che meritano per deficit di questo genere.

Qual è la storia del vostro primo disco?
Ah, boh! E’ stata l’evoluzione naturale del nostro EP “lapubblicaquiete” (uscito nel 2013) . Abbiamo lavorato molto negli ultimi anni, messo su uno studio di registrazione nostro e scelto la nostra direzione. Avevamo brani già pronti prima dell’EP, quindi abbiamo dovuto solamente riprenderli sotto mano, riarrangiarli, cambiare forma due-tre volte. E non possiamo nemmeno dire al 100% di essere soddisfatti!

E la scelta del titolo “Kurtz Sta Bene”? Tanto per restare complessi…
In realtà è stato quasi un caso. Andrea (batterista) non scrive solitamente, ma legge i testi che buttiamo giù io e Gianluca: in un certo senso fornisce il classico punto di vista dell’ascoltatore. Lui prende e interpreta a modo suo i brani ed è così che ha tirato fuori il titolo dell’album, oltre al fatto che aveva da poco rivisto “Apocalypse Now”. Ed è riuscito in questo modo a trovare il fil rouge del disco, ovvero una lente d’ingrandimento sui problemi generazionali di ognuno di noi, la quotidianità, la gestione dei propri dualismi, vivere in una società difficile in tempi di crisi: tutti riversiamo in questa situazione, chi più e chi meno. L’album riassume tutto questo, è introspettivo e abbraccia tutti. Ci hanno detto “non è un disco ma una seduta d’analisi di gruppo”!

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