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Intervista ai Bidiel: “Vogliamo fare della musica il nostro mestiere”

Non credo di conoscere molte persone che nel corso della loro vita abbiano mai preso consapevolezza di se stessi e capito davvero che cosa volessero fare “da grandi”. Vale per qualsiasi mestiere naturalmente, e la musica in questo senso non fa eccezione alcuna. Anzi, in un certo senso (e soprattutto in un contesto squisitamente italiano) la musica si è fatta sempre più un’amante esigente e poco riconoscente di fronte agli sforzi di centinaia di gruppi emergenti costretti a confrontarsi oggi più che mai con un panorama sostanzialmente impoverito e prevaricato dalle regole dello show business. Il primo passo quindi sembra essere quello di fare pace con questa consapevolezza. Il secondo (e più importante) è quello di continuare a credere fermamente in ciò che si fa e a come lo si fa: l’essenza della passione. Dopodiché, la scelta cade semplicemente su due opzioni: continuare a credere nelle proprie regole o scendere a compromessi con quelle dello showbiz. I “Bidiel”, in questo senso, sono una band (composta principalmente da Brando Madonia – voce e chitarra, Davide Toscano – basso, Luca Caruso – batteria e Mattia Madonia nel ruolo di “quarta parete”) con alle spalle un’intensa attività musicale e che ha saputo rimanere in equilibrio tra le due sponde, prendendosi le sue soddisfazioni, collezionando riconoscimenti e soprattutto mettendosi alla prova con grande grinta e audacia (come in occasione del Festival di Sanremo 2012, sezione Giovani). Le stesse qualità che hanno permesso loro di produrre anche un nuovo album (“Senza Dire Una Parola”, Viceversa Records, uscito l’11 marzo a 4 anni di distanza dal primo lavoro “Cento Luci”) che rappresenta per il trio di Catania una vera e propria svolta a livello di carriera. [Leggi la recensione di Senza Dire Una Parola]

O, per usare le parole di Luca Caruso (intervistato per l’occasione da noi di LoudVision), una “rinascita”.

Che ricordo avete di voi 8 anni fa, quando avete cominciato ufficialmente l’avventura dei Bidiel?

Adesso possiamo chiamarlo lavoro, il nostro. Prima si trattava semplicemente di andare in saletta con qualche birra e fare quello che più ci piaceva. Ora la vediamo più seriamente, abbiamo una visione più consapevole, perché in base ai riscontri pratici abbiamo capito di voler fare per tutta la vita il mestiere del musicista. Naturalmente è anche grazie alle varie difficoltà che abbiamo rafforzato la nostra coscienza e consapevolezza.

Qual è stata l’idea di partenza che ha trasformato gli Overtake (la vostra prima formazione) in Bidiel?

Agli inizi cantavamo in inglese, perché si sa che è una sorta di coperta: rende tutto più facile. Il nostro gusto poi è piuttosto tradizionale, ascoltiamo principalmente musica anglosassone. Ma poi abbiamo capito che si deve imparare a fare anche musica italiana a buoni livelli. “Sono Un Errore”, ad esempio è stato uno dei nostri primi esperimenti e con esso ci siamo presentati a Sanremo quasi per gioco. Poi con sorpresa (esattamente l’ultimo giorno utile per iscriversi al festival) abbiamo scoperto che ci avevano preso e a quel punto abbiamo cambiato anche il nome. “Bidiel” è una parola inventata che ci piaceva (acronimo delle iniziali dei nomi dei componenti della band), ma allo stesso tempo la scelta è stata anche quella di continuare a mantenere il nostro genere. Abbiamo tutti idee diverse all’interno del gruppo, quindi facciamo sempre una specie macedonia.

A quali generi vi siete ispirati per il vostro sound?

Brando per esempio è un fan sfegatato dei Beatles, mentre Davide ha sempre avuto alle spalle la cultura del jazz grazie a suo padre, e il suo idolo è in un certo senso Tom Waits (per la sua voce calda). Io invece sono un po’ più complicato perché a me piace tutto, ma in particolare il mio idolo è il batterista Benny Greb. Diciamo che in generale tutti noi siamo cresciuti circondati da due generi fondamentali: il jazz e l’hardcore punk.

Quindi l’esperienza sanremese si è rivelata utile per voi o vi aspettavate qualcosa di diverso?

E’ stato in realtà un gran trampolino di lancio e un’ottima vetrina. Oggi ormai tutti criticano questi talent show di merda (e mi sono anche trattenuto!), perché è vero che la musica è sempre stata un business, ma la qualità oggi ci ha rimesso pesantemente. Si tratta solo di un manipolo di coglioni che cantano roba finta che nemmeno scrivono loro e la cosa fa davvero cadere le palle per terra!

Bè, si sa che ormai questi sono diventati i compromessi se vuoi avere successo…

E’ vero, ma se tu vuoi dire qualcosa di tuo non va bene, devi fare esattamente quello che dicono loro. E qui in Italia il panorama è diventato davvero deprimente: siamo ancora un paese per vecchi! Se mettessero anche un cane che abbaia andrebbe benissimo. Comunque alla fine, per noi Sanremo è stato utile perché abbiamo potuto comprendere i meccanismi e osservare la “macchina” da vicino. A quel punto, abbiamo scelto di cambiare management e siamo completamente rinati.

In che modo Mattia collabora con voi?

E’ il quarto membro effettivo dei Bidiel. E’ lui che ha deciso il nome del gruppo al volo! Nella prima formazione degli Overtake cantava e suonava la chitarra insieme a noialtri, poi ha preferito stare dietro le quinte ed occuparsi dei nostri testi. E’ un vero autore di talento, scrive in maniera davvero nitida.

Il vostro nuovo album, “Senza dire una parola”, a quali storie si ispira?

Partiamo dal presupposto che noi non abbiamo mai smesso di suonare. Io ho addirittura sempre appresso con me un foglio con tutte le canzoni che suoniamo! Se fosse per noi non finiremmo mai di registrare. Sostanzialmente in questo lavoro sono racchiusi i nostri ultimi 4 anni di ricerca e alla fine è uscito fuori (secondo me) un bel prodotto. La mia canzone preferita è la title track (e dire che non suono praticamente niente qui!) e in qualche modo il titolo ci è sembrato perfettamente azzeccato, perché non esiste un filo logico che lega i vari brani, ma ciascuno è evocativo di per sé. E’ la musica che parla, non le parole.

Come definite il vostro genere? Oppure “fanculo” le etichette…

Le etichette servono solo a sopperire la debolezza delle persone che hanno bisogno a tutti i costi di dare un aspetto a quello che ascoltano. Nutrono per qualche motivo la necessità di mettere qualcosa dentro una scatola per riuscire a dire che “questo assomiglia a quest’altro”. Ma il trucco sta nell’estrapolare dal contesto ciò che si ascolta e prenderlo per ciò che è senza limitarlo.

Cover Mid (1)Ok, quindi nel corso degli anni siete notevolmente cambiati e in maniera piuttosto consapevole. Lo hanno fatto anche i vostri fan? 

Sai, quando le persone vengono ad ascoltarci rimangono piacevolmente sorprese, e parlo sia a nome di chi già ci conosce che chi ci ascolta la prima volta. In molti si affezionano in maniera istintiva e noi siamo contenti di questo. C’è da dire anche che con questo nuovo disco siamo usciti fuori dal nostro solito modo di intendere la musica: il fan viene prima del musicista, perché (personalmente) voglio trattarlo come vorrei che mi trattasse lui. Non bisognerebbe mai deludere chi ti ascolta.

Obbiettivi futuri?

Diventare la band più grande del mondo, no? Ahahahah! No sul serio, adesso partirà il nostro tour che stiamo costruendo un po’ come i lego, ma l’obbiettivo di fondo è girare per l’Italia più che possiamo per farci ascoltare da quante più persone possibili.

 

 

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