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Intervista ai Katatonia, Anders Nyström ci racconta “The Fall of Hearts”

Anders Nyström, chitarrista e fondatore dei Katatonia, risponde ad alcune domande riguardo al nuovo album che uscirà il 20  maggio intitolato The Fall of Hearts.

Un’ intervista che vuole esplorare le dinamiche che hanno portato alla realizzazione di questo nuovo lavoro discografico della band svedese e, soprattutto, la conoscenza (per quanto possibile) di questo gruppo che, sicuramente, tra i suoi tratti più caratterizzanti vanta un forte fascino che evoca ambienti e sensazioni gothic e dark. Un percorso tra oscurità, barlumi di luce ed esplosioni di rabbia.

For every dream that is left behind me
    I take a bow
   With every war that will rage inside me
   I hear the sound
  Of another day in this vanishing life
  Returned to dust
  And every chance I’ve pushed away
  Into the night”  (parte del testo del singolo Old Heart Falls)

The Fall of Hearts può essere definito un concept album? Esiste, quindi, un concetto tematico portante all’interno delle varie tracce del disco? Il titolo dell’album può essere il risultato di questo senso tematico?

No, non lo definirei un ‘concept album’. Non siamo mai stati, in realtà, proiettati su un ‘concept album’. Sicuramente c’è un filo rosso costante che lega i Katatonia. Questo filo rosso che ci lega da tutti questi anni è  l’oscurità. I nostri testi e le nostre canzoni hanno sempre avuto quel carattere dark, non abbiamo mai fatto musica allegra e probabilmente mai ne faremo. Ed ecco il filo rosso, ma, se vogliamo parlare di tematiche, di testi e di concetti, più che altro esistono piccole, criptiche storie inserite in ogni singola canzone. E ciò vale ancora di più per questo disco, che è il più lungo che abbiamo mai realizzato, è il nostro dodicesimo album e sono venuti fuori ben 70 minuti di musica. Quindi sì, è sicuramente un nuovo album lungo e potente, con cui i fan possono saziarsi e scavare all’interno della musica contenuta in esso.

Il sound del disco sembra essere un punto di arrivo, ma anche di partenza per quanto riguarda una vostra riflessione su un nuovo stile. Tuttavia si riscontrano scelte e intenzioni sonore già utilizzate negli album precedenti come Dead End Kings, Dethroned and Uncrowned e alcune suggestioni acustiche come in Sanctitude. Sono mutate in voi alcune scelte stilistiche?

Sì, credo che già con  Dethroned and Uncrowned e poi con ciò che è diventato il dvd di Sanctitude si sono spalancate nuove porte per il nostro sound, il che dimostra che i Katatonia possono addentrarsi anche in atmosfere e territori molto acustici ed essenziali, che sono comunque presenti nell’indole del  gruppo. Bilanciando proprio questo stile musicale con quello per cui noi siamo più conosciuti, ovvero un lato più heavy e d’atmosfera, siamo arrivati a realizzare un album come The Fall of Hearts. Questa è la direzione in cui ci siamo naturalmente incamminati: è il risultato, l’evoluzione naturale che la nostra band ha percorso.

E’ un tipo di sound molto stimolante per noi. Siamo un po’ più tendenti verso il progressive, ma ancora molto fermi sul dark. Non è che abbiamo cambiato il nostro sound in qualcos’altro, lo abbiamo solo fatto evolvere ancora in toni più cupi, ecco.

The Fall of Hearts può essere il risultato di una sintesi stilistica dell’universo musicale dei Katatonia?  Secondo te quali possono essere degli elementi innovativi all’interno di generi come il gothic, il dark ed il doom metal?

Il percorso di ricerca sonora per ogni band è differente. Per quanto ci riguarda, noi ascoltiamo il nostro sound, prendiamo gli elementi migliori di ogni genere musicale che ci piace e cerchiamo di riportarli nei Katatonia, in modo da creare qualcosa di diverso. Se metti insieme piccoli pezzi di cose diverse ti ritrovi con qualcosa che non è mai stato realizzato prima, qualcosa di unico.

Non abbiamo paura di addentrarci in stili musicali diversi e scegliere i pezzi che ci piacciono, è anche per questo che alcune canzoni di quest’album possono essere viste addirittura come un sound  alternativo e come un tipo di musica cantautoriale. Alcuni brani sono molto heavy, complessi e tecnicamente sofisticati, tendono più verso il progressive; mentre altri possiedono un tocco più doom e gothic. Credo che mescolando tutto ciò, il risultato finale sia proprio The Fall of  Hearts.

Nella musica dell’album esiste un forte dialogo melodico e ritmico proprio delle chitarre.
È un tuo modo di approccio compositivo?

Penso che questo faccia parte dell’intera sfida, perché quando cresci e acquisisci più esperienza anche come chitarrista e musicista, probabilmente, tendi a esplorare di più non cose più difficili, ma cose più stimolanti. Molto di ciò è radicato nelle parti ritmiche, naturalmente. Quindi, sì, è un modo di sperimentazione costante per far crescere la propria band. Soprattutto da quando il nuovo batterista si è unito a noi, le sessioni ritmiche sono diventate molto interessanti, una vera figata! Ciò dimostra che siamo in grado di fare cose a cui in passato non ci siamo mai dedicati troppo.

Tu e Jonas siete sicuramente le radici dei Katatonia, come avete gestito il songwriting di questo disco?

Sì, possiamo dire che siamo noi le radici della band. In effetti, siamo stati noi ad avviarla e sempre noi a portarla ancora avanti, ovviamente con l’aiuto di musicisti molto in gamba. Ma l’intero processo compositivo dei brani è stato sempre lo stesso, più o meno. Comincia con me e/o Jonas, seduti, comodi a casa nostra, mentre proviamo a improvvisare e a mettere giù qualcosa, anche per conto nostro. È sempre così che nasce la nostra musica. Ad esempio, non scriviamo mai mentre siamo in tour, perché la situazione del tour non è ottimale per un gruppo come i Katatonia.  Durante un tour è molto difficile riuscire a ritagliarsi un angolo privato ed è difficile trovare uno spazio per trovare l’ispirazione.

Non appena sentiamo di avere abbastanza idee, ci vediamo e discutiamo su ogni cosa, analizziamo tutto più volte, filtriamo e andiamo avanti così, finché non riteniamo di avere brani a sufficienza per realizzare un nuovo album. Successivamente creiamo delle semplici demo del nostro lavoro e le inviamo agli altri componenti, e loro ci fanno avere le loro impressioni. Infine, quando siamo tutti d’accordo che quei brani sono validi per essere inseriti in un album, arricchiamo ulteriormente le versioni demo e le portiamo in studio, e quindi, sostanzialmente, ricominciamo tutto daccapo.

I testi e la musica dei Katatonia sono proiettati spesso verso un carattere riflessivo e toccano tratti intimi dell’animo umano, ma credo che nella vostra musica ci sia un forte senso di rabbia e una voglia di reazione.  È un’interpretazione corretta?

Sì, la vedo anch’io così. Credo che tu abbia centrato la vera essenza dei nostri testi e dei nostri concetti. È un modo di pensare che ci fa sentire a nostro agio, perché ci viene da dentro, anche se non stiamo nemmeno lì ad studiarci troppo, a chiederci il perché o il come o il quando di ogni cosa. Siamo abituati così da 25 anni ed è quello che ci piace, che troviamo interessante come modo di lavorare. È qualcosa che cerchiamo nella nostra interiorità, perciò essenzialmente lasciamo parlare le nostre emozioni, cerchiamo di affidarci ad esse, più che possiamo, in modo creativo ed è così che creiamo un album.
Ad esempio, se Jonas non avesse fatto musica, probabilmente, avrebbe fatto lo scrittore, si sarebbe dedicato alla scrittura. Fa tutto parte di un processo creativo ampio, ed è così che vogliamo pensare i Katatonia, questo metodo è alla base del nostro lavoro.

Ci sono degli elementi in particolare che hanno ispirato questo disco? Anche non legati strettamente all’ambito musicale. Penso alla letteratura, alle immagini, al cinema, all’arte figurativa, ecc.

Le fonti di ispirazione sono sempre presenti, ma la maggior parte di esse ci influenza in modo inconscio, perché ogni giorno del quotidiano che viviamo agisce  sulle nostre azioni. Prendiamo ispirazione un po’ ovunque, ed è difficile cercare di determinare con precisione le influenze specifiche di questo disco. Sai, fondamentalmente, ci piace guardare, solitamente, al nostro ultimo album per trovare l’ispirazione a realizzarne uno nuovo, perché vogliamo riprendere da dove abbiamo lasciato e spingerci in avanti. Prendi per esempio il disco Dead End Kings, quello è proprio un’influenza diretta che ci ha fatto desiderare di dar vita al nuovo album.

Tuttavia , sì, le influenze sono tante e varie, possono venire dai libri, dalla musica, da situazioni ed episodi che accadono semplicemente attorno a noi nella vita quotidiana. È  un concetto piuttosto vario e profondo.

Ad un certo punto nel lyric video del singolo Old Heart Falls, pubblicato in rete, vi è una parola su cui la videocamera si focalizza per tre volte e questa muta nella scrittura. Mi riferisco al verso “It’s voice has given way to mine” in cui “it’s” viene scritto prima con l’apostrofo, ma poi, al cambio di inquadratura, l’apostrofo viene eliminato per poi ritornare. Potresti spiegare se questa sostituzione di parola ha un significato in particolare?

Ehm, in realtà no, non posso. Voglio lasciarlo all’interpretazione di ognuno, perché a volte Jonas ha un atteggiamento nella scrittura molto criptico. Sì, a lui piace che si rimanga un po’ nel mistero, non rivelerà mai il reale significato. Lui è uno che ti dice:  “Non c’è un reale significato, sei tu che devi trovare il tuo”.  È per questo che lasciamo le cose alla libera interpretazione dell’ascoltatore.  Non hai a che fare con una specie di manuale dove puoi trovare il giusto senso e le risposte esatte. Perciò, in realtà, sono d’accordo con Jonas, a volte, io stesso sono lì a cercare di trovare la risposta giusta, ma alla fine è la sua quella che mi piace di più, cioè che non c’è la risposta giusta.

Sono incuriosito dall’artwork del disco. Nella copertina troviamo un corvo che nella mitologia nordica più antica è associato spesso alla morte, ma lo si trova anche al fianco di guerrieri, nelle battaglie o nella figura di messaggero. Cosa rappresenta l’immagine di questo animale nell’album e per i Katatonia?

Sì, senza dubbio rappresenta il nostro rapporto con la morte. Penso che il corvo sia il simbolo perfetto di quanto siamo legati al concetto e al tema della morte. È un concetto che evolve attorno a ogni nostro disco ed è qualcosa che ci intriga molto perché è molto reale, è tutt’altro che una fantasia. La morte è un destino che qualunque uomo sulla terra dovrà affrontare, prima o poi.

È per questo che ha un ruolo così importante nei nostri testi. Inoltre, il corvo è anche un simbolo di libertà, perché secondo noi questa figura rappresenta un equilibrio tra la libertà e la morte, queste realtà hanno molto in comune. Già da Brave Murder Day , credo, per la prima volta abbiamo usato questo uccello per la copertina del disco, e da allora ce lo siamo portato dietro nei testi, nelle artwork, dappertutto. Attualmente è perfino nel nostro logo, in realtà, quindi è proprio un marchio che rappresenta i Katatonia ed in modo molto efficace.

Associ il corvo alla libertà, perché questo fondamentalmente è un animale selvaggio?

Esatto. È un animale selvatico totalmente libero, sul quale non possiamo avere alcun tipo di controllo. Lui si libra su chiunque altro, vede cose che nessun altro vede, arriva e raggiunge posti che nessun altro può visitare. Sì, è una perfetta rappresentazione della libertà.

Siete prossimi alla partenza per il tour, sono previste date in Italia?

Naturalmente non potevamo lasciarla fuori, l’Italia ci ha sempre accolto molto bene, sin dagli albori della band. Alcuni dei nostri concerti migliori li abbiamo fatti proprio in Italia, quindi senza dubbio non vediamo l’ora di ritornarci questo autunno. Mi sembra a ottobre o novembre. E, per la verità, le date dell’intero tour verranno annunciate proprio domani. Quindi conoscerai la città e il giorno esatto domattina. Se visualizzi la nostra pagina facebook.

Con The Fall of Hearts possiamo dire sia iniziata una nuova era per i Katatonia?

Penso che ciò dipenda dai paragoni che si fanno partendo dal passato della band. Per me, i Katatonia sono ancora un unico, lungo viaggio che percorriamo sulla stessa strada sin dal 1991, anche se non siamo più dove eravamo allora. Quei tempi sono ormai molto lontani, ma siamo comunque sempre su quella stessa strada. Stiamo solo continuando il viaggio sempre più in là e non sappiamo ancora cosa ci aspetta davanti a noi, ma sappiamo per certo cosa c’è dietro. Per cui, io la vedo come un’unica, lunga era fatta di capitoli diversi.

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