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Bamboo: ““Props” è l’unico rimando alla nostra natura” [INTERVISTA]

Claudio Gatta, Davide Sollazzi, Luca Lobefaro, Valentina Pratesi, Massimo Colagiovanni: sono questi i nomi dei componenti dei Bamboo. Band esistente dal 2008, ma inizialmente con una diversa formazione, è una delle più innovative del panorama italiano ed ha il grandissimo merito di saper creare: il suo scopo è quello di produrre musica con oggetti di vita quotidiana, del tutto lontani dagli strumenti tradizionali.

L’ultimo lavoro, “Props”, pubblicato il 18 novembre 2016 da “Bomba Dischi”, segue una direzione musicale precisa, quella dell’elettronica; ma ciò non toglie loro la voglia di continuare a sperimentare. Accantonata la necessità di mostrare la provenienza dei suoni, hanno preferito questa volta l’album al DVD.

Dopo aver girato tutta l’Italia, aprendo ben 13 tappe della tournèe di Marco Mengoni, progettano un tour tutto loro. I Bamboo sono una band tutta da scoprire, ed in questa intervista abbiamo cercato di fare proprio questo.

 

Partiamo dal principio: quando e come avete deciso di formare la band e perché proprio il nome “Bamboo”?

Il progetto nasce tanti anni fa, tra il 2008 e il 2009 ed aveva un’altra anima. Luca Lobefaro gestiva un laboratorio di percussioni alternative; dopo un po’ chiamò una quindicina di ragazzi, e scelse 4-5-6- elementi validi per formare un vero e proprio gruppo, che oggi, dopo varie formazioni, è costituito da noi. A livello di “anima musicale” in quel periodo c’era tutta un’altra attitudine: era molto più semplice, attaccato agli oggetti, al concetto di riciclo; abbiamo completamente cambiato faccia nel corso del tempo. Ciò si vede adesso è frutto di anni di percorso. “Bamboo” semplicemente sono 2 suoni onomatopeici che attaccati formano una parola di senso compiuto, “Bam” e “Boo”.

Il vostro scopo è quello di creare musica con strumenti “alternativi” del tutto lontani da quelli tradizionali: come nasce questa idea? Quindi il vostro messaggio implicito potrebbe essere che tutto può diventare musica e la musica può nascondersi ovunque?

L’idea di suonare gli oggetti nasce con il laboratorio semplicemente, ma ciò che è cambiato a livello di attitudine è che all’inizio l’anima e la natura del progetto erano molto inconsapevoli; infatti il progetto musicale iniziale, guardandolo con gli occhi di adesso, risulta anche a noi abbastanza banale e scontato. Nel tempo, crescendo, accumulando esperienze, capendo quale direzione prendere, gli oggetti sono diventati funzionali alla pura ricerca sonora: adesso ci interessa produrre musica partendo da oggetti all’apparenza lontani da essa, che, cioè, di solito sono utilizzati per altri scopi. Ciò che si interessa sono le potenzialità che ogni cosa può nascondere. In tutte le cose c’è musica? Sì. Ma molto è anche dovuto a chi “ci mette mano”: non tutti possono far suonare tutto, a ognuno il proprio mestiere. L’attitudine di andare a ricercare qualcosa laddove non c’è fa parte dell’essere umano: l’essere curiosi non dipende da quanto sei bravo a suonare.

Una domanda, che più che altro è una curiosità: come fate a capire quali oggetti possono produrre musica? Tutti gli oggetti indistintamente possono?

Ci sono degli oggetti che si prestano più facilmente ad un uso musicale: tutto ciò che vibra, tutto ciò che si può percuotere, e che genera tramite delle vibrazioni un suono è potenzialmente uno strumento. I suoni sono vibrazioni che si propagano nell’aria e vanno a sbattere intorno al mondo. Ad esempio noi abbiamo usato un righello per far suonare un basso: quello è un oggetto a cui è permesso vibrare per la propria natura, generando un suono, ma nessuno ci pensa, la gente è abituata a vedere delle corde su un basso. Alcune cose suonano benissimo, altre veramente male, dipende anche dal caso.

Il 18 novembre è uscito il vostro nuovo album “Props”, da cui è stato estratto il primo singolo “Tetris Theme”, il cui video è stato pubblicato il 21 novembre. Innanzitutto perché la scelta di questo titolo?

“Props” è il termine con cui si indicano gli oggetti di scena. Il nostro lavoro precedente era uscito in DVD, perché lo spettatore vedesse e ascoltasse; per questo disco c’è stata un’evoluzione, abbiamo voluto che l’album fosse esclusivamente supportato dalla musica, come tutti gli altri nel mondo. “Props” è l’unico rimando alla nostra natura, siccome noi suoniamo con oggetti di scena; era l’unico nome che suonasse abbastanza bene e che ci permettesse di non allontanarci troppo da ciò che ci contraddistingue.

Siccome lo hai accennato, per il vostro precedente lavoro, “What’s the cube”, avete optato per il DVD, per mostrare effettivamente la provenienza di tutti i suoni. Qui avete voluto creare suoni che “bastassero”, senza il bisogno di mostrare i mezzi con cui sono prodotti. Perché questo cambio di rotta? Vuole essere un punto di svolta?

Esatto. Abbiamo capito che la nostra natura spesso tende a sovrastare tutto il resto. Ti faccio un esempio: ci è capitato spessissimi di suonare per strada; siccome quello che facciamo dal vivo è molto affascinante ed interessante, ancora prima di iniziare a suonare, mentre montavamo il nostro set ,avevamo già almeno 50-60 persone intorno che guardavano cosa stessa accadendo. Tutto ciò prescinde dalla musica. Seguendo il flusso delle cose, dopo aver vissuto tantissime esperienze del genere, abbiamo pensato che sarebbe stato interessante fare un disco come i “gruppi normali”, senza scordarci cosa facciamo e qual è la vera natura del progetto ed è stato stimolante. Proprio l’aspetto stimolante ci è servito per chiudere il lavoro in questo modo.

Come nascono in genere le vostre canzoni? E come sono nate, in particolare, quelle di questo album?

Ci sono due processi che di solito utilizziamo: o partiamo da un’intuizione sonora casuale e dalla natura del suono sviluppiamo attorno ad essa la canzone; o, altre volte, quando abbiamo bozze di pezzi che vengono fuori dalle prove, decidiamo di capire qual è l’anima del pezzo e capiamo come produrlo con gli oggetti.

Questo lavoro propende verso un genere musicale più definito, l’elettronica. Avete intenzione di incanalarvi in un genere musicale specifico, oppure lasciarvi aperte ancora tutte le porte stilistiche, come era stato per “What’s the cube”?

4-5 anni fa non mi sarei mai immaginato di fare un pezzo che suona come i Moderat, quindi non so dirti cosa accadrà. Siamo aperti ad ogni tipo di sperimentazione, non ci poniamo limiti. Spesso l’anima delle canzoni è dettata dai suoni che produciamo, chissà dove ci porterà il futuro e a quali oggetti andremo incontro. In Props c’è roba funzionale a sviluppare un determinato tipo di musica: ci sono pistole laser, tubi in pvc che suonano come sinth bass potenti. Questo da una parte di limita, ma dall’altra ti caratterizza, ti dà un’identità.

Avete aperto tutte le tappe del tour italiano di Marco Mengoni. Cosa vi ha lasciato questa esperienza? Cosa avete imparato?

Quella è una dimensione lontana dalla nostra; siamo stati abituati a suonare il qualunque contesto, dal più becero e piccolo, al più grande e gratificante, ma mai di fronte ad 8000 persone fisse ogni sera. Il pubblico non era lì per noi, era fanatico, come il pubblico di qualunque artista. Ci mancherà la sensazione che provavamo prima di salire sul palco, quando si spegnevano le luci e tutti urlavano credendo che stesse per salire Marco, ma trovavano noi; eppure quando iniziavamo a suonare non ci è mai capitato di non essere accolti bene e di non essere “capiti”. È stata un’esperienza arricchente da quel punto di vista.

E per quanto riguarda i vostri progetti futuri cosa potete dirci?

Stiamo preparando un nuovo spettacolo che partirà in primavera, completamente nuovo: suoneremo i pezzi del nuovo album e abbiamo deciso, per restare in tema e per essere coerenti con l’elettronica, di ampliarlo arricchendolo con luci; stiamo lavorando con un ragazzo che ci cura la parte “visual”, perchè in questo mondo anche questo aspetto va considerato. Cercheremo di portarlo in giro, con date nelle maggiori città italiane e poi cercheremo di portarlo ovunque nel mondo, siamo abbastanza ambiziosi.

 

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