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Intervista ai Calibro 35

Io fondamentalmente sono un musicista fallito. Anzi, già definirmi musicista potrebbe essere un’esagerazione. Diciamo che sono uno che ogni tanto tortura un povero basso elettrico. Però ecco, fossi stato uno bravo veramente un gruppo nel quale avrei voluto suonare sarebbero i Calibro 35. Ma per l’appunto, tanto bravo non sono, e quindi mi sono accontentato di incontrarli dopo la loro esibizione live al Forest Summer Fest di Foresto Sparso (BG) lo scorso 27 giugno. Ho avuto il piacere di chiacchierare un po’ con Luca Cavina (basso) e Massimo Martellotta (chitarra elettrica e lapsteel) in quella che per me è stata in tutto e per tutto una lezione di musica.

 

Come è nato questo progetto?

È nato per omaggiare un periodo cinematografico dell’Italia degli anni ’70, concentrandoci per esperimento sulle colonne sonore. Ci siamo un po’ scelti fra delle conoscenze comuni. Il primo disco è stato una citazione di un po’ tutti i “classici” dei film dell’epoca, più o meno celebri, su cui ci siamo confrontati. Poi da lì abbiamo cominciato a sviluppare un linguaggio parallelamente nostro di composizione, affiancandolo ovviamente all’esempio del passato. Dal secondo disco in poi abbiamo introdotto i temi originali. Quel disco è venuto fuori perché ci avevano chiesto la colonna sonora di un documentario americano, e da lì abbiamo preso la palla al balzo per cominciare a scrivere materiale originale fino ad arrivare all’ultimo disco, “Traditori Di Tutti”, che è ispirato ad un romanzo di Giorgio Scerbanenco, dove sono solo brani nostri autografi che sonorizzano un film immaginario estratto da questo libro.

Gli spunti di Calibro sono sempre stati contingenti e pretestuosi nel senso neutro del termine. Siamo partiti dal primo disco e da lì, in qualche modo, riscoprendo dei classici abbiamo recuperato un’attitudine che poi abbiamo cominciato a riproporre. Abbiamo cominciato poi a fare brani originali quasi fossimo uno delle band che venivano assemblate per scrivere le colonne sonore all’epoca. Quindi in qualche modo da vari pretesti noi cogliamo spunti creativi per costruire un suono che ha un riferimento ben preciso ma che allo stesso tempo ne è libero. Infatti da quando abbiamo cominciato a fare attività live Calibro di fatto ha cominciato ad avere vita propria. Non siamo più quelli che risuonano i poliziotteschi. Certo, uno al concerto può sentire ancora quel sapore lì ma adesso la maggior parte dei brani sono nostri, originali.

 

Dopo quattro dischi quali prospettive avete? Che limiti pensate possa avere il vostro progetto?

Limiti ce ne sono nel senso che il nostro progetto è nato sui limiti. In qualche modo il gioco in ogni disco, declinato in maniera diversa, è avere dei paletti di riferimento, che se da un lato appunto ti costringono, ti limitano e ti tolgono delle possibilità, fanno si che tu ti debba spremere per sfruttare al meglio queste possibilità. In questo senso il limite c’è ma non è necessariamente un freno creativo. Nel nostro caso è una risorsa, il fatto di porci dei paletti tipo: “Facciamo un tema”, vedi come nel primo disco era fatto in un modo, mentre in quest’ultimo il tema era “Sonorizziamo un film”. Dato che ci occupiamo di musica da cinema e non solo, come questo disco dimostra, quella degli anni ’70 e basta, anche se facciamo riferimenti, di fatto possiamo agganciarci a duemila cose diverse. Ci sono in ballo molti progetti perché possiamo mischiare il cinema alla lettura, o con immagini, romanzi, fumetti… Di progetti “Calibro 35” ce n’è, e c’è anche il problema che non si riuscirà a farli tutti, per quanti ce ne vengano in mente. Che so, potremmo fare un disco di soli cantati che non abbiamo ancora mai fatto, o un disco solo completamente orchestrale, un altro di solo improvvisazione selvaggia. Ce n’è da fare, insomma.

 

Secondo voi come è nato il legame tra un certo tipo di musica – il funk – e un certo tipo di film?

Quello che tu chiami funk è in realtà un calderone molto più omnicomprensivo. Quelle colonne sonore lì erano caratterizzate da quel tipo di funk, che era un funk imbastardito, in quanto musiche con sì influenze funk ma molto mescolate. Anche vedendo i vari compositori, ci si trovava davanti un funk che non suonava mai come il funk negro, e allo stesso tempo aveva una caratteristica italiana che forse era proprio quella mescolanza di influenze e di generi, che poi rappresentava anche la cifra stilistica di quelle colonne sonore. Pure noi, come musicisti, proveniamo da background diversi, ma questo avveniva anche per le formazioni dell’epoca. Di fatto quello che facciamo puoi dire che è funk-based ma non che è funk in senso purista. Non siamo i Meters, ecco.

La domanda su come è nato il legame tra il funk e un certo tipo di cinema è ampia e difficile da spiegare. Sicuramente perché nel periodo in cui si diffonde il poliziesco o il blaxploitation, di mazzate, arti marziali e inseguimenti è quello dove la declinazione pop del funk era la disco music e di fatto era quindi il genere che tirava un pochino di più. Quindi probabilmente questa è una delle ragioni per cui è nato questo legame, e di certo ha funzionato molto.

 

Come vi trovate nei live? È una situazione che sentite vostra o preferite l’ambiente dello studio?

Noi siamo quattro performer. Noi nasciamo come musicisti in quanto tali, ed è ovvio che la dimensione live è forse l’ottanta per cento del mestiere dei Calibro. Ma fortunatamente siamo anche abbastanza divertiti dall’esperienza in studio, che è un’esperienza completamente diversa, tipo la differenza che c’è tra il teatro e il cinema. Performance pura live, mentre in studio hai tempo di sperimentare (anche se a volte non ce l’hai, e quello è meglio per noi perché ci evita l’overthinking, come dicono gli americani). E quindi anche la dinamica da studio è per noi è grossa fonte di ricerca personale e collettiva come gruppo.

 

Ultima domanda: come vi siete trovati a suonare al Forest Summer Fest?

Siamo basiti dall’organizzazione impressionante. Abbiamo iniziato dieci minuti prima! Mai successo in nessun festival! Insomma, affascinati dall’efficienza e anche dal fatto che è un festival molto bello e anche molto trasversale. C’erano cose molto interessanti anche prima, ora ci sono i Marta (Sui Tubi, ndr), cose completamente diverse. Vero che il nome la dipingerebbe località molto più fosca. Noi in realtà speravamo di trovarci proprio in mezzo a una foresta a suonare!

 

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