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INTERVISTA | Cucina Sonora: “La musica è un linguaggio universale”

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Pietro Spinelli (meglio conosciuto come Cucina Sonora) è un artista a 360°. Uno di quelli che sa di dover ancora imparare, ma che ha già molto da insegnare. Che, nonostante la sua giovane età (è nato nel ’92), ha già accumulato tante esperienze molto diverse tra loro, ma con un unico comune denominatore: la sua passione per la musica. Ultima, non per importanza ma solo in ordine cronologico, il singolo “Notte”, pubblicato il 25 febbraio, l’ultimo tassello del puzzle dell’omonimo progetto che descrive, come è facilmente intuibile dal nome, le sensazioni che si provano durante questo momento.

Di cose da raccontare su Cucina Sonora ce ne sarebbero molte. Ci ha pensato lui a raccontarne una gran parte in questa piacevole intervista.

Partiamo dal tuo ultimo singolo, “Notte”, pubblicato il 25 febbraio. Che, come hai affermato tu stesso, raccoglie i pensieri, le ansie, i sogni, le paure e i desideri, sensazioni che molto spesso di notte si mescolano tra loro e fa parte di una raccolta che vuole descrivere proprio questo momento. Ce ne parli?

“Notte” è l’ultimo brano che ho scritto della raccolta. Essendo l’ultimo è divenuto una sorta di riassunto di una serie di sfere emozionali che si provano durante la notte: dal dormiveglia, alla fase REM, dai sogni agli incubi, fino ad arrivare al risveglio e a quando ci si sveglia e poi ci si riaddormenta che è quasi una notte bis. Poi comunque i brani li ho scritti tutti di notte, quindi è venuto naturale dare loro quel senso.

Attualmente – almeno fino a poco fa per ovvi motivi – stavi portando in giro il tuo nuovo format “unonessunodue”, in cui si propongono tre tipi differenti di live. Da dove parte e l’idea ed in cosa consiste ognuno dei live?

Dalla nascita del progetto ho sempre suonato solo, ma avrei sempre desiderato muovermi insieme ad un altro musicista, allargare la formazione. Lungo il mio percorso ho avuto la fortuna di conoscere Gabriele, il mio batterista, e gli ho proposto di fare questo esperimento: riarrangiare i brani per fare un live in duo. Allo stesso tempo non volevo perdere il set a solo, che era già strutturato, girava e mi aveva sempre fatto divertire e così ho deciso di lasciare anche gli altri due live. Nel frattempo mi sono buttato nell’ambito dj (pur non nascendo come tale), per cui in modo ironico gli ho dato questo nome. “Nessuno” rappresenta il dj ed indica proprio che nessuno di noi lo è.

Attualmente insegni anche Produzione di Musica Elettronica presso la Scuola Internazionale Musicale di Milano (SIMM), oltre a tenere lezioni di pianoforte. Cosa cerchi di trasmettere ai tuoi allievi?

Cerco sempre più che insegnare il singolo brano, di insegnare loro la lingua. Se insegnassi un brano sarebbe come insegnare una poesia in russo a qualcuno che non conosce il russo: può ripeterla alla perfezione, ma senza mai capire di cosa si tratta. La musica è un linguaggio universale, bisogna studiarne la grammatica per poi essere liberi di poter dire ciò che si vuole. I brani sono una scusa.

Facendo un passo indietro. Nella tua vita hai studiato molto per arrivare dove sei ora, hai accumulato davvero tante esperienze diverse tra loro (nonostante la tua giovane età), hai girato molto, ma come ha avuto inizio tutto ciò? Come ti sei avvicinato alla musica?

Ho iniziato quasi per caso. A casa mia avevo un piccolo pianoforte a muro. Da quando avevo circa 3 – 4 anni, ascoltavo le pubblicità in tv e le suonavo. Mia madre mi portò a scuola di musica. Ho lottato per anni con il piano prima di capire che potesse essere la mia passione, il mio divertimento. All’inizio volevo fare punk. Vengo dal rock, dal metal, da tutt’altro mondo. Poi decisi di dargli una chance. E alla fine capii che la cosa bella di questo mondo è che nessuna cosa ne esclude un’altra. Posso ascoltare tranquillamente Beethoven la mattina e i Cannibal Corpse il pomeriggio.

Parlando di esperienze fatte, nella tua carriera – soprattutto durante la tua permanenza a Berlino – hai realizzato colonne sonore di più cortometraggi. Un modo per coniugare la passione per la musica con quello per il cinema?

All’università ho studiato cinema e linguaggio cinetelevisivo. Il cinema mi ha sempre appassionato, spero di poter approfondire questo aspetto. Per me sarebbe super interessante cercare di collaborare con qualcuno per cercare di dare un suono alle immagini. C’è chi fa il contrario, io vorrei fare questo.

Tornando al presente… Di recente hai collaborato anche con un artista tanto giovane quanto promettente, Anastasio, nel brano “Quando Tutto Questo Finirà”. Com’è nata questa collaborazione?

Ci conoscemmo durante X Factor, per via di un altro progetto a cui avevo preso parte. Dopo un po’ di tempo ci ritrovammo per caso in un bar a Milano tramite amici in comune. Non ci eravamo mai più visti né sentiti fino a quel giorno, pensavo che neanche si ricordasse di me. Gli dissi che scrivevo, lo invitai a cena da me una sera, iniziammo a parlare. Poi lo invitai ad andare a vedere insieme un concerto di James Holden in Santeria e lui mi disse “riusciresti a farmi un beat tipo questo su cui possa scrivere?”. Risposi: “proviamo”, senza alcuna pretesa. Invece poi gli piacque, abbiamo continuato a lavorarci, mi invitò in studio. La produzione l’ha seguita Stabber ed è venuto fiori ciò che si può sentire oggi.

A proposito di altri artisti… Hai potuto condividere il palco con artisti del calibro di Godblesscomputers, Fricat, Stèv, Machweo, Aucan e Go Dugong, e ti sei esibito su alcuni dei palchi più importanti di Italia, tra cui Collisioni Festival e A Night Like This Festival. Cosa porti con te di queste esperienze?

Il viaggio. Per quanto possa sembrare la parte meno importante, per me è la più figa. Durante il viaggio hai l’aspettativa del live. Magari inizi a ragionare su cosa cambiare, ti interroghi su chi ci sarà, come sarà l’evento. Spesso più dell’evento in sé, mi ricordo il contesto, alcuni dettagli completamente futili, ma che mi rimangono impressi. Un esempio? Quando suonai circa 3 anni fa a Bari la cosa più assurda che ricordo è che al ritorno di notte, verso le 3, io ed il mio manager di allora decidemmo di fare una diretta, pur consapevoli che non l’avrebbe seguita quasi nessuno visto l’orario. Invece alla fine ci ritrovammo a parlare per un’ora e venti con una tipa, e ci facemmo un sacco di risate. Voleva essere una diretta riassunto della serata, ma poi finimmo per parlare di tutt’altro con una persona mai conosciuta. Fu bello.

Quindi ad oggi c’è un momento che ricordi con più piacere di tutti gli altri?

La più bella, forse anche perché tra le più fresche, è stato il concerto della scorsa estate al Castello Sforzesco. È stato assurdo. Eravamo gli headliner, il Castello era pieno di gente, ci saranno state poco meno di 4000 persone. È stata l’unica volta che, finito il live, ho preso subito il telefono e mi sono fatto un selfie (ride). Non sono abituato a fare queste cose, ma lì ho pensato “un’occasione del genere non lo so quando ci ricapita”. È stato un concerto pazzesco, una giornata meravigliosa. Soprattutto perché il giorno prima avevo fatto un dj set a Trapani, quindi non ho dormito per 48 ore. Sono stati i due giorni più belli degli ultimi tempi.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Ci sarà un nuovo album in studio?

Di sicuro nei miei piani c’è l’uscita di 2 nuovi singoli, sempre per INRI. In realtà avremmo dovuto ristrutturare un piccolo tour per l’estate, ma proprio in questi giorni ci stiamo interrogando su cosa fare e come muoverci, data la situazione attuale. Nel frattempo, essendo a casa, suono, scrivo e studio.

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