Home > Interviste > Intervista a Enrico Nigiotti: “Non bisogna mollare mai!”

Intervista a Enrico Nigiotti: “Non bisogna mollare mai!”

Difficile ad oggi, per ogni artista, riuscire a tracciare un proprio percorso sapientemente studiato a tavolino. C’è stato un tempo in cui, soprattutto per i cantautori, il problema non sussisteva affatto, perché l’unica preoccupazione era semplicemente quella di cimentarsi nella propria arte anche solo al cospetto di amici ristretti e conoscenti (più per dilettare generosamente gli spettatori che per scopi puramente remunerativi). Se poi si era abbastanza fortunati da cogliere il giusto giro di giostra, l’opportunità di diventare un qualificato musicista/paroliere in grado di mantenersi in questo senso non sembrava poi una eventualità così fuori portata. Ma (sempre a quel tempo) se questo accadeva, bisognava anche rendere atto ai produttori del proprio lavoro svolto alla grande, andando per le strade (letteralmente) in cerca di presunti talenti e investendo su di loro anche con poche garanzie di successo in tasca. Era il tempo “ormai lontano” in cui le regole di mercato ancora non avevano avvelenato il sistema commerciale della produzione musicale italiana, e passione e intuizione rappresentavano un vero e proprio “credo religioso”. Spostandoci rapidamente ai giorni nostri, è indubbio che la scena discografica sia terribilmente cambiata (in peggio, secondo voci autorevoli), accentuando da una parte la voglia semplicemente di apparire, dall’altra la necessità di rimboccarsi le maniche e tornare a fare i conti con il proprio mestiere. Il format dei talent show (ahinoi!) in questo senso resiste ancora come inevitabile vetrina attraverso la quale passare per dare un’accellerata ai tempi e riuscire ad emergere artisticamente. Ma fortunatamente, alcuni personaggi non hanno disdegnato nel frattempo la “vecchia gavetta” fatta di esibizioni live varie ed eventuali per locali, manifestazioni e quant’altro fosse necessario, affrontando la filosofia “dello spettacolo in tv”come puro banco di prova utile a mettersi in gioco per ricordare a se stessi che “non bisogna mollare mai!”. Uno di questi è Enrico Nigiotti, terzo classificato nell’ultima edizione di X Factor e già disco di platino con la sua hit “L’Amore E’” (quasi 5 milioni di visualizzazioni su Youtube!), entrato dopo vari tentativi finalmente nel cuore e nell’immaginario cantautorale della musica italiana contemporanea, con la voglia sincera di restarci il più possibile. Con noi di LoudVision, il “belloccio” trentenne di Livorno ha parlato del suo attuale “momento di buona” e di altre curiosità circa la sua sudata carriera. Ciao Enrico! Innanzitutto come stai? Sono a duemila, è un momento meraviglioso che fino a qualche tempo fa chi c’avrebbe mai pensato! Sei passato per “Amici”, per il “Festival di Sanremo” e infine per “X-Factor”. Come sei riuscito a farti notare questa volta? Si vede che era il momento giusto. Va da sé che mi porto appresso un bel po’ di anni di gavetta, ho fatto tantissime esibizioni dal vivo e nel frattempo crescevo artisticamente. Forse è proprio questo che ha fatto la differenza, stavolta: sono diventato più maturo nel mio approccio alla musica e questo ho avuto modo di dimostrarlo ad X Factor. Del resto tutto fa brodo quando vuoi crescere in un determinato contesto. Chi ti ha ispirato nella tua forma canzone? Sicuramente il grande Vasco Rossi. Per me è sempre stato un vero e proprio mito. Poi dopo di lui c’è Gianna Nannini, Luigi Tenco. Sono questi i cantautori che mi hanno maggiormente ispirato nel lavorare sui miei testi, fino a trovare la forma che più mi rispecchiava. A tal proposito, cosa secondo te oggi permette di distinguerti rispetto ad altri esponenti della musica italiana contemporanea? Non saprei dirti, sinceramente. Sostanzialmente io nelle canzoni che scrivo racconto me stesso perché è questa la mia esigenza. L’effetto positivo, e di cui sono molto contento, è che soprattutto adesso ricevo molti commenti di persone che si rispecchiano nei miei testi, che poi è ciò che dà senso a questo mestiere, secondo me. Tra coloro che in passato ti hanno notato c’è anche un “certo” Corrado Rustici, vero? Certo, una persona molto in gamba oltre che un bravo musicista che al tempo produsse un paio di mie canzoni. Ora mi trovo a lavorare con Lucio Fabbri, che in certo senso è riuscito a capire maggiormente quale fosse il mio “linguaggio” e infatti mi ci trovo benissimo. C’è sintonia sin da quando abbiamo lavorato sull’anima di “L’Amore E’”. E ora torni sul palco dell’Ariston insieme ai The Kolors. Come nasce questa collaborazione? Intanto già mi fa un effetto stranissimo tornare a Sanremo come ospite, visto che l’ultima volta vi partecipai come concorrente nella categoria giovani. E’ un po’ la conferma del fatto che non bisogna mai mollare quando si vuole raggiungere un obbiettivo preciso. Bisogna imparare a buttarsi se si vogliono cambiare le cose. I The Kolors mi hanno chiamato, fatto ascoltare il loro pezzo e mi è subito piaciuto. Oltretutto ho l’occasione di suonare con Tullio De Piscopo che è “la storia della musica italiana”. E’ veramente tanta roba! Ci sono due linee di pensiero riguardo la musica italiana attuale: chi pensa che si sia impoverita per colpa delle major e chi invece crede stia semplicemente attraversando una nuova fase “necessaria”. La tua idea a riguardo qual è? Secondo me a volte si passa troppo tempo a parlare di musica, anziché a farla. Credo sia un ottimo momento per i cantautori, c’è una gran voglia di esporsi e fortunatamente ci sono sempre più parolieri e meno cantanti. E’ una bella cosa dal mio punto di vista perché c’è anche l’occasione di confrontarsi con altri colleghi, a meno che non ci sia distinzione tra genere indie e genere pop. Anzi, credo che adesso l’indie sia più pop del pop stesso, anche se si tratta di una forma di razzismo che non condivido. Non credo esista più una distinzione tra i due generi. Io personalmente con l’indie mi sono fermato ai Verdena. Quindi il succo è “smettiamo di parlare di musica e pensiamo solo farla”? Certi discorsi si potrebbero rigirare un po’ come vogliamo. Fondamentalmente, se una cosa è bella non ti soffermi sul tipo di genere cui appartiene. Voglio dire, quando mangi la pasta asciutta al pomodoro non stai lì  pensare da dove proviene il pomodoro, dici “cazzo che buona ‘sta pasta”. E lo stesso vale per le canzoni. Io voglio che tra dieci anni chi ha comprato il disco de “L’Amore E’” lo riascolti e pensi “cazzo che bel pezzo!”, piuttosto che “ma cosa cazzo ascoltavo dieci anni fa?”. Vorrei si riuscisse a bypassare il concetto di moda, che per antonomasia è effimera. Prossimi progetti in vista? Sono uscito dallo studio di registrazione pochi giorni fa, quindi il prossimo obbiettivo sarà sicuramente l’uscita del nuovo singolo, previsto verso fine marzo. Da lì ricomincerà tutto e vedremo un po’ come funziona. Ultima domanda, che è più una curiosità personale. “L’Amore E’” è stato certificato disco di platino: che rapporto hai con le tue canzoni più vecchie? Ad alcune di loro voglio sinceramente un gran bene, anche se magari non sono mai state prodotte. Spero un giorno di poter riprendere quei brani ai quali sono particolarmente legato, anche se adesso a livello di scrittura mi sento molto più maturo, e credo si senta. Questo non vuol dire che mi dimentico come sono partito: suppongo che anche un Usain Bolt non dimentica che magari all’inizio non correva così veloce! Però diciamo che sostanzialmente voglio bene a tutte le mie canzoni. Sono come delle figlie: non si ripudiano, si amano e basta. In bocca al lupo Enrico! Crepi il lupo! Grazie mille a voi.

Scroll To Top