Home > Interviste > Intervista a Fabio Cinti: Quando Tutto T’orna

Intervista a Fabio Cinti: Quando Tutto T’orna

Classe 1977, quattro dischi all’attivo (“L’esempio delle mele”, “Minuto secondo”, “Madame Ugo” e ora il nuovissimo “Tutto T’orna), la storica amicizia – e recente collaborazione a X-Factor – con Morgan: bastano queste poche premesse per presentare Fabio Cinti? Certamente no.

Nel corso di una chiacchierata densa ed intensa, come le emozioni che ci regala ad ogni ascolto, cercheremo di scoprire cosa si nasconde dietro l’eclettico cantautore.

Ciao Fabio, benvenuto su Loudvision! Come mai hai deciso di pubblicare “Tutto T’orna(24 Giugno 2014, n.d.r.) a meno di un anno di distanza dall’uscita di “Madame Ugo” (ottobre 2013, n.d.r)?

Ciao Laura, grazie a te e a voi di Loudvision. Come sai, ho fatto una serie di date in tutta Italia col tour di “Madame Ugo”; siccome non era possibile proporre alcune canzoni in veste elettrica – così come suonano nel disco – abbiamo deciso di ripresentarle in chiave acustica. Al termine dei concerti, molte persone ci avvicinavano facendoci i complimenti, questo mi ha spinto, un po’ per gioco, a comporre gli arrangiamenti per “Tutto T’orna”. Io ho iniziato a spargere la voce in giro, ho contattato la Mescal, che si è detta d’accordo per la pubblicazione, suggerendomi una versione in vinile, vista la breve distanza di pubblicazione da “Madame Ugo”.

Recentemente ho avuto modo di assistere ad un tua esibizione. Mi ha colpito il modo in cui introducevi brevemente ogni brano, con un aneddoto o una storia, quasi a voler condurre per mano l’ascoltatore. Ne “L’Amore Qualunque”, hai citato Ivano Fossati a proposito dello scrivere una canzone di successo. Come nasce un tuo pezzo?

Personalmente, per scrivere un buon testo devo emozionarmi tanto. Quando mi siedo al pianoforte, inizio a suonare la chitarra o compongo, devo avere dentro di me una forte emozione. Ciò si realizza in due modi, innanzitutto devo essere sicuro che quello che vado a comporre, sia esattamente quello che volevo ascoltare; può essere scaturito da un momento di tristezza o di allegria, ma al posto di ascoltare una canzone che mi conforti, io la scrivo. A volte non esce, altre ottengo buoni risultati. Un altro modo che utilizzo per scrivere è indagare su tematiche non ancora affrontate, come nel caso di “Vuoto Mimato”, un brano un po’ strano, con i tempi sfalsati e le ritmiche incastrate.

Il titolo dell’album “Tutto T’orna” contiene un doppio significato, “tornare”, ma anche “ornare”; personalmente, l’ho visto come un omaggio implicito all’ornatus retorico, data la presenza di figure retoriche e l’attenzione che per te riveste l’aspetto testuale del comporre. Rimanendo in tema, mi viene spontaneo domandarti: secondo te, è più importante la parola o la melodia? E cosa nasce prima?

Cosa nasce prima è una domanda un po’ difficile… Anzi è una domanda antica come il mondo, un po’ come la questione sull’uovo…

E la gallina!

(ride, n.d.r) Sì, esatto. L’abbiamo detto in coro! A proposito dell’importanza della parola, aprirei una parentesi, io credo sia più corretto parlare di importanza della letteratura: o si fa letteratura o si parla di suoni della parola. A proposito del far letteratura, io non so se ci sono mai riuscito, ma ho reputato fondamentale la collaborazione con Mauro Mazzetti: lui è un vero poeta, un caposaldo per me. Per quanto riguarda l’aspetto fonetico della parola, potrei citarti “Sweet Sorrow”, un testo che oltre a raccontare la bellezza del ricordo, ha una bella musicalità. Ecco, a volte si sceglie di scrivere testi che magari non significano nulla, ma suonano bene.

Vorrei concentrarmi, ancora una volta, sull’importanza dei titoli nei tuoi album. Ho letto che “Madame Ugo” è un personaggio realmente esistente. Ci sveli qualcosa su di lei?  E’ personaggio legato alla tua infanzia? Te lo domando, visti i rimandi al tuo passato che si colgono nei brani.

Speriamo esista ancora, purtroppo non ho più contatti con lei. A 19 anni, quando avevo iniziato l’università, avevo preso casa a Roma, sulla Via Tuscolana, in un palazzone a cinque piani. Io e i miei coinquilini incrociavamo spesso questa signora partenopea, stranissima, sempre ben vestita, con un’eleganza e una classe d’altri tempi, che occupava l’ultimo piano. Si chiamava Maria. Quando la incontravamo nell’atrio, ci raccontava spesso aneddoti particolari. A volte, ci invitava persino a casa sua, dove ci pregava di suonarle qualcosa sulla tastiera stile piano-bar che possedeva. Non vedendola più da parecchio tempo, un giorno avevo chiesto sue informazioni al vicino che mi aveva risposto quasi con stizza,“Ma quale Maria! Quella si chiama Aldo!”. Avevo così scoperto, tramite la risposta di quel signore omofobo, che la signora Maria era uno dei primi transessuali dell’epoca. Ai tempi avrà avuto fra i sessanta e i settant’anni, ma era una donna eccezionale, curatissima.

Inizialmente l’album avrebbe dovuto intitolarsi “Madame Aldo”, ma non volevo creare un riferimento così esplicito, nominandola direttamente; il nome “Madame Ugo”, è nato un giorno a Parigi, ispirandomi a Victor Hugo. Mi sarebbe piaciuto fosse presente proprio Maria nella copertina, purtroppo non siamo riusciti a rintracciarla, abbiamo così scelto un’altra signora anziana, dai tratti un po’ mascolini.

Sì, mi aveva incuriosito questa contrapposizione fra l’elemento femminile e la mascolinità. Qualche mese fa, avevi lanciato su Facebook un contest a tema per i tuoi fan.

Sì, una cosa simpatica. Fotografarsi con il metà volto dell’album appoggiato al viso.

A proposito dei tuoi testi e delle canzoni che scrivi, posso chiederti cosa ci vedi tu? E cosa ti piacerebbe ci vedesse chi ti ascolta?

La ricerca personale che faccio riguarda strettamente la Bellezza e l’Estetica. Estetica intesa nel significato autentico del termine, ossia sensibilità verso qualcosa. Tutto ciò che è sensibile può avere a che fare con la Bellezza e di conseguenza la mia indagine si aggira intorno a questo tema. Quando mi riascolto cerco di cogliere se sono riuscito o meno a raccontare questa aderenza fra i sensi.

Che cosa vorrei che ci vedesse la gente? La Bellezza. In “Un Amore Qualunque” e in “Finisce l’Estate” si parla del finire delle cose, ma anche in queste canzoni che trattano il tema della “fine”, si può ricercare una sorta di Bellezza.

Capisco bene cosa intendi, questi momenti portano con sé anche una dolce malinconia, non solo il senso di perdita e il dolore. La malinconia stessa è una forma di Bellezza.

Esattamente. Quando qualcuno mi dice – Sono triste!- io gli rispondo sempre di godersi questo momento.

Anche la tristezza è un momento da cullare dentro di noi, questo “Sweet Sorrow”, per citarti, che fa parte della Vita.

Proprio così.

Quindi, ricapitolando, ti piacerebbe che la Bellezza che vedi tu la cogliesse anche chi ti ascolta, magari mettendoci del suo.

Sì, esatto, magari anche una Bellezza fugace, qualcosa destinato poi a spegnersi. Come quando veniamo attirati da una bella ragazza o da un bel ragazzo, “Che bello!”, ci viene spontaneo esclamare.

Certamente la Bellezza può essere circoscritta, come in questo caso, oppure estendersi a ciò che ci circonda. Cambiando discorso, sul tuo sito ho letto un post particolarmente significativo intitolato “L’altro giorno”, in cui parli della gioventù oggi. Tu come la vedi? Te lo chiedo, anche alla luce della collaborazione con le ventenni Lovecats in “Sweet Sorrow”. Fra parentesi, erano un duo veramente valido, mi spiace si siano sciolte.

Spiace molto anche a me, ma magari ritornerà il loro progetto, chissà, io lo spero. Mah, io ho due visioni sull’argomento, da una parte nutro molta speranza, secondo me ci sono molti aspetti positivi e voglia di fare e rinnovare, magari attingendo ad elementi del passato (penso al lavoro che facevano le Lovecats); ma dall’altro lato vedo il contrario. A volte mi stupisco del piattume che regna: sbarrare gli occhi appena si sente qualcosa che non si conosce, questo vuoto cosmico che inghiotte. Ma io sono positivo, mi apro volentieri a collaborazioni con giovani artisti.

Come nel caso di Alex Turner, giovane artista, che hai scoperto tramite Youtube e di cui hai realizzato la bellissima cover “Days Like This”.

Sì, lui ha soltanto 21 anni ed è talentuosissimo!

Nei tuoi dischi si respira ampiamente quello che sei, anzi, si può dire che tu li vivi proprio in prima persona, mettendoci anima e corpo, scrivendo anche di te stesso. Visto il cambiamento progressivo nel corso degli album, dagli esordi con “L’Esempio delle Mele”, al recente “Tutto T’orna”, chi sei tu oggi?

Guarda, ti stavo per dire proprio questo. Premetto che non sono soddisfatto di molti aspetti di me, vorrei cambiare tante cose, o come dice Battiato in “Passacaglia” – Vorrei tornare indietro per rivedere il passato, per comprendere meglio quello che abbiamo perduto – , ma dopo alcuni concerti, oppure quando la sera sono a letto col mio compagno, mi trovo a riflettere su quanto fatto e soprattutto su ciò che sono diventato. Sai forse sono davvero quello che volevo essere. Sì potrei desiderare molto di più, desiderare di avere più successo, ad esempio, ma alla fine perché? Sarei davvero felice così? Non è detto che avere qualcosa in più sia sinonimo di felicità. Magari fra quattro o cinque anni cambio idea, non avrò più questo ideale di felicità, vorrò essere qualcos’altro, ma per ora sono felice così.

Ti faccio un’ultimissima domanda. Com’è iniziato il tuo rapporto con la Musica? Ricordi un episodio particolare che te ne ha fatto innamorare? Quando è successo, era o non era “l’estate dell’83” ?

Era proprio l’estate dell’83, quella raccontata in una delle mie canzoni! Inoltre, il 19 settembre del 1983 è venuto a mancare mio padre. Io ero molto piccolo, ma in quel periodo mia madre aveva in macchina una musicassetta de “La Voce del Padrone”, l’album di Battiato. Io l’avevo imparata a memoria e la cantavo talmente tanto spesso, che mia madre raccontava meravigliata l’accaduto alle zie e ai parenti. Ovviamente non capivo nulla di quanto cantavo – ma certi testi di Battiato, credo siano a livelli talmente superiori, che anche adesso si faticano a comprendere – ma è stato l’inizio di quella che oggi è la mia vita.

E com’è stato collaborare con lui? Immagino sia stata la realizzazione di un sogno. Gli hai raccontato che ti sei avvicinato alla musica proprio grazie ai suoi album? Se non gliel’hai detto, lo scoprirà, magari, da questa intervista!

No, non gliel’ho detto, magari lo scopre proprio leggendoci (ride, n.d.r.). Guarda, come ho detto altrove, questa collaborazione è stata come una sorta di diploma, come se qualcuno mi avesse detto “Bravo Fabio, ci sono voluti vent’anni, ma ce l’hai fatta. Ora cambia e vai da un’altra parte!” e così è stato.

Sì, infatti ho visto proprio questo cambiamento in te. All’inizio eri molto più ermetico, avevi una sorta di sacralità a livello di testi e di melodie; ora ti sei aperto e vedo che il cambiamento investe anche altri aspetti della tua vita.

Sì, poi nei lavori che seguiranno, si potrà cogliere ancora meglio questo aspetto, questo “cambiamento”.

Ah, quindi stai lavorando ad un altro disco?

Sì sì, sto lavorando al nuovo disco, dove ci saranno nuove collaborazioni, anche con Morgan. Sarà molto diverso da quanto fatto sin ora, non vedo l’ora di farvelo ascoltare!

Salutiamo Fabio Cinti, augurandogli un grosso in bocca al lupo, curiosi di scoprire quali altre sorprese ci riserverà.

Scroll To Top