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Intervista a Gianluca Del Chicca: parliamo di un libro alla rovescia

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Toscano nel sangue ma ormai inglese di adozione, Gianluca Del Chicca ha sempre trovato riparo nella poesia, ricevendo menzioni e aggiudicandosi premi… ma quella raccolta di poesie che fu presentata al Salone del Libro di Torino nel 2005, oggi trova un senso anche nella narrativa e diviene un romanzo a tutti gli effetti. Dunque parliamo di un esordio come romanziere per lui che si cimenta per la prima volta in questa dimensione metrica. Il risultato è una lettura che mi sarei atteso più greve e introspettiva (venendo dalla poesia, forse un banale pregiudizio) e che invece ho trovato snella e assai “pop” nella bellezza e nel rendersi accattivante. Si intitola “Quel Dolorino In Basso A Sinistra” edito da Biblioteka Edizioni: poco più di 130 pagine che narrano la vicenda di personaggi senza nomi. Probabilmente è sua la vita che scivola lungo questo libro ma appunto, il non avere nome lascia a queste figure la possibilità di farsi allegoriche e manifesto di altro, di divenire chi vogliamo insomma, anche portare in scena qualcosa di noi. Ci troviamo in un giorno in cui, da una Londra impegnata per il Natale, un ragazzo si guarda le scarpe che porta ai piedi e torna a ritroso per capire com’è finito, su quella panchina, dentro quel pub, perso in quella sostanziale scelta di lontananza dalla sua Livorno. Ed ecco l’ingrediente che colpisce: la capacità di Del Chicca è stata quella di tornare a ritroso capitolo dopo capitolo senza perdersi fare l’errore di svelare il “futuro”, senza mangiarsi addosso gli sviluppi di quel che sarà, che in fondo è la pagina che stiamo leggendo… come dire: Del Chicca, nel raccontare il presente, ha saputo mantenere il segreto sul passato che scopriremo pagine facendo. Una bella lettura, non impegnativa, un cocktail leggero e trasparente.

Parliamo di letteratura pop, di quando la vita quotidiana diviene romanzo dai caratteri popolari. Non è così secondo te?

Focalizzandosi su “Quel Dolorino In Basso A Sinistra”, non so con assoluta certezza se questo romanzo possa essere classificato come “pop” o facente parte di tale genere; di certo è una letteratura dei nostri tempi. Italo Calvino pensava che la nuova letteratura, del novecento ma in particolare del dopo guerra, dovesse essere leggera, esatta e rapida, e quello è stato anche il mio scopo, arrivare ad un qualcosa di lineare, scorrevole, semplice e diretto, senza pensare ad un romanzo di genere, ma da queste premesse la narrazione della vita quotidiana e gli eventi del mio passato sfociano in quella che potrebbe comunque definirsi una letteratura pop. Tale letteratura deve infatti essere attuale, fruibile e appassionante per ogni tipo di lettore, ed appunto la vita quotidiana che diviene romanzo dai caratteri popolari si coniuga con queste esigenze anche nel mio romanzo, insieme ad un tipo di scrittura snello, cadenzato e dai periodi brevi.

Oggi per letteratura di genere si intendono romanzi e racconti in cui sono riconoscibili specifici elementi contenutistici che permettono al lettore e all’editore di categorizzarli con facilità, i diversi generi tra l’altro si sono moltiplicati in un lasso di tempo relativamente breve, e in un’epoca dove tutto tende ad essere classificato, il romanzo dai caratteri popolari agganciato al quotidiano e al vissuto è letteratura pop.

Un libro autobiografico (penso) ma senza esporsi in modo sfacciato. Cosa ti ha spinto davvero alla scrittura di qualcosa del tuo vissuto?

È stata essenzialmente un’esigenza personale quella che mi ha spinto a scrivere questo libro, a un certo punto ho sentito la necessità di ripercorrere certe tappe e determinati episodi a distanza di anni, ripensare a situazioni che evidentemente mi erano rimaste impresse e che ho voluto in qualche modo rivivere. Il testo è per lo più autobiografico, ovviamente c’è anche una percentuale di romanzato, durante la stesura ho dovuto edulcorare qualche situazione e arricchire la trama con un po’ di fiction, è comunque una percentuale relativamente bassa.

Cosa mi ha spinto poi alla scrittura di qualcosa del mio vissuto? Personalmente anche a coronare il sogno nel cassetto del mio primo romanzo, avevo sempre scritto poesia e raramente qualche racconto, per cui cimentarmi con la narrativa era comunque un obiettivo; poi è servito a capirmi meglio, a rivedere certe cose con il giusto distacco e un diverso peso, rendendosi conto dell’influenza che possono avere avuto certe scelte e di come al tempo posso aver reagito a determinate situazioni.

Esorcizzazione, semplice estetica di sé o scavarsi a fondo per capire qualcosa che prima sfuggiva?

Esorcizzare non tanto sé stessi ma certi errori o rimpianti del passato può essere una delle linee conduttrici di questo libro; come detto in precedenza il libro è largamente autobiografico e non per mera vanesia o perché ne abbia viste o passate così tante da poterci scrivere un libro, piuttosto per l’esigenza di sviscerare errori ed azioni, mettere per scritto sensazioni, periodi, contesti e vicende, il tutto con una bella dose di sana autoironia.

Mi piace l’espressione inglese “sliding doors”, ecco in questo romanzo ci sono tante potenziali “porte scorrevoli”, sarebbe bastato arrivare prima in un posto o salire su un treno invece di rimanere in stazione e io adesso sarei probabilmente da tutt’altra parte invece che a Londra, o farei un lavoro completamente diverso. Scrivere questi capitoli mi ha fatto percepire tante cose al riguardo e chiudere diversi conti con il passato, ho analizzato in qualche modo me stesso, scavato più a fondo di quello che non avessi mai fatto e appunto capito qualcosa che fino ad allora mi era sfuggito…

Di quel dolorino in basso a sinistra oggi che ne rimane? È ancora lì? E cosa ti sta suggerendo?

Sono passati ormai una ventina d’anni da quando un giorno sentii la fitta iniziale, ero in macchina con degli amici e lo ricordo ancora, la mia prima relazione un po’ più seria con la ragazzetta dell’epoca era in crisi e il mio basso ventre nella sua parte sinistra cominciò a farmi male in quel momento. Da allora non ha più smesso, qualsiasi problema, pensiero, tensione o stress si fiondano su quella parte del mio corpo attraverso un dolore intermittente, e finché la causa scatenante non si esaurisce basta che ci pensi ed ecco che il dolorino sopraggiunge!

Si tratta quindi di un dolore fisico vero e proprio che mi prende all’altezza del colon nella sua parte sinistra dove somatizzo ogni tipo di stress, inquietudine, pensiero o problema. Si può dire che ormai questo dolorino è un mio compagno di viaggio inseparabile; seppur ad intermittenza me lo porto latente addosso e quando emerge significa che c’è qualcosa che non va, è un personale campanello di allarme che suona per mettermi in guardia, ed è difficile crederlo ma nella parte destra non mi ha mai preso, solo e sempre in basso a sinistra…

Chiudiamo con un cenno all’ospite di prefazione: Dario Ballantini. Come e per quale motivo proprio lui?

Essendo Dario Ballantini livornese come me non è stato poi così complicato; pur abitando a Milano, torna ogni tanto a Livorno e alle volte viene chiamato per proporre spettacoli o prendere parte ad eventi. Tempo fa venne chiamato come ospite in una serata di beneficenza con lo scopo di raccogliere fondi per il recupero di una cripta sul lungomare di Livorno, mio padre era uno degli organizzatori di quella serata e quindi sapevo di poter avere il suo contatto.

Ho pensato a lui in quanto personaggio eclettico e dalla notevole cultura che si cimenta in più campi artistici, è tra l’altro un pittore piuttosto affermato, e devo dire che è stato molto disponibile ed ha subito accettato quando gli ho prospettato il mio desiderio di averlo come autore della prefazione. Non ultimo, essendo entrambi cresciuti a Livorno, sapevo che avrebbe capito meglio di ogni altro certe uscite, sfaccettature e sentimenti presenti nel libro.

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