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Intervista a Giò Sada: “Il live è un test”

10 dicembre 2015: Giò Sada vince X Factor 9. Più che una conquista, questo sembra essere il punto di partenza di un cammino, la cui prima tappa verrà raggiunta “Volando Al Contrario”: quasi un anno dopo, il 23 settembre 2016, pubblicherà il suo primo album  post – talent, preceduto il 2 settembre dall’omonimo singolo.

Definito “il primo rocker ad aver vinto un talent in Italia”, rifiuta però ogni etichetta, anzi, ne accetta solo una, quella di artista. Dalla musica, al teatro, al cinema (con la colonna sonora del film “Rock Dog”, in uscita il 1 dicembre), dimostra di avere mille anime, le stesse che gli permettono di passare dall’hardcore al pop – rock, rifiutando l’idea di genere musicale, in favore solo della musica nella sua accezione più profonda.

In questa intervista ci ha parlato della sua recente esperienza in America e soprattutto dell’imminente tour (in partenza da giovedì 1 dicembre), che lo vedrà calcare i palchi di tutta Italia insieme alla sua band, i BariSmoothSquad (David Campanella, Alberto Bovino, Roberto Calabrese, Sandro Di Lella).

Sei stato in America per il “Jack On Tour”, insieme a Joe Bastianich ed anche per aprire i concerti di Max Gazzè e dei Negrita, rispettivamente a New York ed a Los Angeles. Com’è stata questa esperienza e cosa ti ha lasciato?

Andare in America a suonare è stato il coronamento del sogno di tutti i musicisti: è quasi come andare verso La Mecca per i musulmani. Quando arrivi lì ti rendi conto di tante cose, soprattutto nel sud, dove sono stato: per renderti conto di cosa è l’America a livello musicale, di dove sono nati il rock & roll e il blues, il Tennesee è  una finestra su un panorama vastissimo. La cosa più bella è che ci tengono molto a com’è nata la musica e soprattutto al perché, siccome è stata una conseguenza dello schiavismo; c’era veramente tanta anima in quello che facevano e lo si percepiva. E vedere quanto lo volevano proteggere e quanto lo hanno fatto diventare grande è  qualcosa che ho apprezzato tantissimo e mi sono anche emozionato parlando con loro e vedendo quanta energia e quanta speranza ci mettono nella musica. È una cosa meravigliosa.

Hai avuto la possibilità di esplorare nuovi luoghi, conoscere una realtà forse alquanto diversa da quella a cui sei abituato: alla luce di quello che hai visto e vissuto in prima persona, secondo te cosa ha la musica americana che quella italiana non ha e viceversa?

Sono due storie abbastanza diverse. Loro sono molto più liberi, nel senso che hanno dei canoni e delle tradizioni a cui tengono tantissimo, ma che non impediscono loro di sperimentare, non sono dogmi; per loro è una religione, la musica è una cosa che può salvarti e che può innalzarti, anche perché lì è molto spirituale: anche la musica gospel è nata lì, dalla voglia di abbandonare quello che era. Ma anche in Italia la rivoluzione musicale negli anni ’70 apparteneva a una voglia di rivalsa da parte di chi la faceva e di chi la ascoltava.

Credo che essenzialmente qui negli ultimi anni sia mancato un motivo per il quale fare musica, quel quid in più. Ora è stato eletto Trump, c’è un nemico visibile, percepibile, che non si nasconde e questo negli Stati Uniti produrrà tantissima musica di contrasto; lì ogni idea sbagliata produce tanta bella musica e tante rivoluzioni musicali, e anche questa produrrà nuovi suoni, nuove idee, nuove cose da dire. C’è bisogno di qualcosa a livello sociale per produrre musica di un certo tipo, per poi preservarla ovviamente. Credo che questo manchi in Italia, anche il senso di comunità non c’è, ognuno ha la sua bandiera e raramente si tende a mischiare le cose, cosa che io ho cercato di fare lo scorso anno partecipando ad X Factor, un contesto apparentemente distante da me. Dopo mi sono reso conto che la distanza era solo mentale e le distanze mentali si possono ridurre. Negli Stati Uniti non si pongono questi problemi, c’è solo la voglia di riuscire a fare ciò che si vuole e di farlo al meglio ed è una cosa che ho solidificato nella mia mente.

Di questa esperienza cosa porterai con te nella tua musica e soprattutto nei live da adesso in poi?

Loro tengono tanto alla storia, credono nella tradizione: noi abbiamo già una storia di musica e tenderò sempre di più a valorizzare quello. A me, alla mia band, a chi lavora con noi, non interessa tanto il raggiungimento di una fama, per noi è una cosa vuota. Io vorrò fare sempre di più concerti anche in luoghi un po’ più piccoli, non servono i club grandi, serve intimità, serve il contatto tra di noi, è più bello fare le cose in piccolo e crescere piano piano; non c’è bisogno della fretta che hanno tutti di dover per forza concludere o di doversi sentire per forza realizzati, non è naturale per me. Continueremo a fare così e chi ha imparato a conoscerci in questo periodo credo che abbia notato che non abbiamo mai voluto fare il contrario; ci siamo solo addentrati in un mondo che prima era veramente distante da noi e stiamo prendendo un po’ le misure e tutto quest’anno è servito a conoscere gente, a prendere contatti, a capire quali sono le dinamiche musicali in Italia e adesso abbiamo un piano più completo e riusciremo a prendere il nostro spazio.

A proposito di live. Il 1 dicembre al Quirinetta di Roma inizierà  il tuo tour. Tu hai definito il live “un test”: secondo te è sul palco che si misurano l’indole e l’ attitudine di un artista, più che in studio?

Assolutamente sì.

Come vi state preparando quindi per adattare i pezzi dell’album (“Volando Al Contrario”) ai live? Adesso siete nel mezzo delle prove.

Non è stato complicato per noi, è nel live che c’è l’anima. È lì che c’è il vero contatto, c’è la vera empatia con chi ti ascolta, ed è lì che si crea il rapporto con il pubblico; lì si conquista un momento insieme e quella è la cosa più importante. L’energia che si crea con il live è magica. Io non ho mai creduto alla visione della musica anni ‘90 per cui bisogna sfondare e spaccare tutto nel minor tempo possibile, perché si rivela sempre fallimentare a lungo andare. Invece c’è bisogno proprio del creare un contatto e un rapporto prima della musica, a livello umano, è quella la cosa più importante per me.

In questo tour, oltre ai brani dell’album, suonerete anche altri brani “provenienti dal passato” e cover?

Sì.

In questo periodo state provando, qual è la canzone che vi emoziona di più suonare? E quella che invece vi da più energia e più carica?

In realtà, tutti i pezzi nuovi suonati live hanno tutta un’altra potenza e ogni volta farli ci prende bene; sono veramente coerenti con quello che siamo. Quasi entriamo in trance durante i live. Non c’è un pezzo in particolare, ognuno ha qualcosa da dire. Io ci tengo a cantare “Volando al contrario” live, avrà un impatto molto forte, più che altro è una mia curiosità.

Quindi da questo tour cosa ti aspetti?

Io mi aspetto che sia l’inizio di un percorso. È il nostro  primo vero approccio al mondo musicale “professionale” italiano. Sarà un inizio di un percorso insieme a chi sarà presente. Spesso si pensa che il vincitore di un talent debba fare le cose molto in grande, invece ci si dimentica che X Factor è anche un gioco in cui si canta e in cui hai una visibilità, ma tutto quello che ne deriva dipende da te; la carriera musicale non è una cosa che scelgono gli altri per te, o meglio a volte succede, ma solo quando si è sprovveduti e da soli, ma noi avevamo già un nostro percorso, un’idea, un’attitudine, un modo di pensare, per questo ci siamo mossi così.

Piccola parentesi. Hai menzionato X Factor; nonostante avessi scelto di parteciparvi come solista, subito dopo la vittoria hai ricominciato a suonare con la tua band, i BSS (BariSmoothSquad). Quanto è importante per te continuare a condividere i palchi con loro?

È fondamentale per me il concetto di band, di gruppo: la cosa più bella che possa accadere è vedere persone che, nonostante le difficoltà, qualsiasi cosa accada sono lì per ritrovarsi in quel momento a suonare insieme. E poi, se non condividi la vittoria che vinci a fare? Non serve a niente. Anche dentro X Factor ho cercato subito di fare gruppo, di creare qualcosa di bello. La nostra poi è un unione consolidata da anni, è quasi se fossimo fidanzati; poi ci sono i problemi che hanno tutte le coppie, però è bello superarli, ed infatti siamo ancora qua. Il fatto che sia rimasto con la band, cosa che ho fatto naturalmente, mi fa piacere che sia una dimostrazione del nostro voler stare vicini e del voler condividere una cosa; non si può conquistare tutto a discapito di altri, che poi devono “ammirare” la conquista, non ha senso.

Dopo questa parte del tour, che prevede 8 date e finirà il 18 dicembre a Milano, ce ne saranno altre, magari per l’inizio dell’anno nuovo?

Sì, ricomincerà. Ci stiamo organizzando perché a me appunto piacerebbe farle anche in posti più piccoli, non servono grandezze smisurate, anche perché ci siamo abituati a tutto negli anni. Suonare in locali più piccoli sembra facile, ma non lo è. Noi siamo abituati a quello, è una nostra caratteristica che io ci tengo a far prevalere: la capacità e la voglia di suonare ovunque, senza le pretese da “super star” che troppo spesso prevalgono sul buon senso della base della musica.

Siccome lo hai appena accennato, non dimentichiamo che vieni da anni ed anni passati a girare l’Italia ed anche l’Europa con le tue vecchie band, con cui eri abituato ad esibirti in locali molto piccoli.

Sì, dovunque, anche su un terreno, in aperta campagna.

E questo quanto ti ha influenzato? È stato fondamentale nella tua concezione di live?

Sì. È un percorso fondamentale, secondo me, per chi vuole approcciarsi al mondo musicale. Ti faccio un esempio: se prendi un cantante che ha studiato in un’accademia, poi va in un programma e viene abituato e quegli standard, poi sarà difficile ritornare in una dimensione di locale, non saprebbe proprio da dove incominciare. Perché lì non hai scenografia intorno a te, né nient’altro, ci sei solo tu e far uscire veramente quello che sei è un allenamento. Devi fare tanta tanta gavetta. Noi abbiamo fatto hardcore, punk rock, che ti spingono proprio a far uscire tutto: in quel momento sei veramente te stesso, libero al 100%, non pensi a quello che fai, non ti ricordi neanche quello che fai sul palco. È quella la libertà totale ed è quella che entra nelle persone e le conquista. Almeno a me capita così: quando vedo qualcuno che sa suonando e non ha una bella scenografia, ma è libero veramente, mi conquista. E credo che sia la direzione da seguire.

Siamo in chiusura. Tu canti da sempre in pratica, hai girato l’Europa con diverse band nel corso degli anni, adesso hai partecipato alla colonna sonora di un film (“Rock Dog”), quindi hai potuto guardare la musica da diverse prospettive. Quindi, per concludere: cos’è per te la musica?

Per me la musica è semplicemente un istinto ad emettere dei suoni, per “grazia ricevuta”, perché non ho studiato, ma per le cose che mi sono capitate le note sono diventate suoni. Non importa il contesto in cui sei, importa il valore che gli dai, ed il rispetto che hai nei suoi confronti. E  poi credo che bisogni dare tanto alla musica prima di pretendere qualcosa da lei, in tutti gli aspetti, economico ed emozionale, da tutti i punti di vista.

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