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Intervista in esclusiva

Nel 2006, nell’evoluta Svezia è nato il partito Pirata (Piratpartiet) per iniziativa di Rickard Falkvinge, con lo scopo di promuovere, in tutto il mondo, la revisione delle leggi sul copyright e sul diritto d’autore in generale. L’organizzazione è passata dallo 0,69% dei consensi alle prime elezioni sino all’attuale 7,6%, riuscendo così a conquistare due seggi all’interno del Parlamento Europeo, su diciotto disponibili per la Svezia.

L’esempio è stato subito seguito dall’Austria, Germania e Spagna. Ed oggi anche in Italia, a Roma, è stato inaugurato il primo covo del Partito Pirata. Che abbiamo voluto intervistare per dare, ancora una volta, ai lettori di “Diritto & Rovescio”, un’esclusiva giornalistica.
Ci risponde Athos Gualazzi, Presidente dell’Ass. Partito Pirata Italiano.

Salve ragazzi
Ci piacerebbe, innanzitutto, che ci descriveste la natura e le finalità del vostro movimento. Come e dove nasce, quali sono i suoi obiettivi.

Nel 2006 si parlava molto del Trusted Computing e dei Chip Fritz che dovevano sostanzialmente trasferire il controllo dei personal computer ai costruttori e proprietari del software. Nel gruppo no1984.org abbiamo sentito la necessità d’informare anche i non addetti ai lavori del pericolo che stavano correndo. Contemporaneamente nasceva in Svezia il Piratpartiet: quale miglior occasione per seguire le loro orme e ottenere la visibilità necessaria per lanciare l’allarme?

Perché chiamarsi “Partito Pirata”? Non temete che la gente comune, che non si è mai interessata del fenomeno della pirateria, vi scambi per dei semplici opportunisti dell’informatica?

Le nostre richieste sono proprio quelle tipiche di coloro che le lobby della cultura e dell’intrattenimento definiscono “pirati”. Quindi abbiamo pensato che tanto valeva togliere un possibile aggettivo dispregiativo agli interlocutori.

Luca Neri definisce i pirati dei combattenti per i diritti civili.
Quali sono le ragioni giuridiche e morali per cui, secondo voi, un pirata non è un comune ladro di contenuti? Perché avete scelto il copyright come target della vostra battaglia?

Riteniamo prematuro chiedere l’abolizione del copyright tout court, ma nello stesso tempo sosteniamo che una forte riduzione della protezione dell’autore, per non parlare dei “diritti collaterali”, sia la logica conseguenza dell’avvento di uno strumento eccezionale di diffusione e condivisione quale è Internet.

Il vostro è un movimento di natura politica o semplicemente culturale? In quest’ultimo caso, intendete comunque perseguire le vostre finalità attraverso attività lobbystiche?

Sinceramente non riusciamo a scindere la cultura dalla politica e dall’attività di gruppo o lobbistica, che dir si voglia, se non per una mera questione burocratica. Lasciamo agli altri e al tempo di definire quali siano state, sono e saranno le nostre attività.

Il Piratpartiet svedese si è formato, circa un paio di anni fa, con intenti marcatamente politici. La candidatura al Parlamento aveva, come suo manifesto programmatico, l’abbattimento del copyright. Il partito, poi, alle elezioni del 2006, non superò lo sbarramento, ma costituì un evidente segnale da parte di una schiera di ideologi sino ad allora restati nell’ombra e grossolanamente scambiati per ladri e approfittatori.

Per l’esattezza il Piratpartiet è nato in Svezia con le elezioni politiche del settembre 2006. All’epoca non superò la soglia di sbarramento, ma in compenso, nel 2009, conquistò il 7,6% e due parlamentari alle elezioni Europee. Nell’aprile di quest’anno a Bruxelles è stata fondata l’Internazionale dei Partiti Pirata con il contributo di ben 41 Nazioni. Ci stiamo lavorando!

Ci sono dei legami o delle semplici affinità ideologiche tra voi e il Piratpartiet svedese?

Direi che ci sono moltissime affinità, tra le quali la battaglia contro il copyright è solo una. Chiediamo la revisione dei brevetti, principalmente farmaceutici, la privacy, la libertà d’informazione, la condivisione della cultura o fair use. Potrete leggere il manifesto del partito sul nostro sito ufficiale

La coscienza sociale ha perso il senso dell’illiceità del donwload e quindi della violazione del copyright. Ciò nonostante, pochissime industrie riescono ancora a condizionare i parlamenti e a mantenere un sistema normativo obsoleto.
Quali possono essere, a vostro giudizio, le risposte, le possibili soluzioni, per riformare il sistema? C’è un modo concreto per tenere in piedi sia il sistema del diritto d’autore, sia l’interesse al libero accesso ai contenuti?

I principali osteggiatori della riforma sul copyright sono gli intermediari, che sfruttano gli autori. Non già, dunque, gli autori stessi. Questo perché l’industria dell’intrattenimento non riesce a rinnovarsi come hanno fatto i maniscalchi quando iniziò la commercializzazione delle automobili o gli amanuensi quando Gutenberg inventò i caratteri mobili
È possibile che in un prossimo futuro gli introiti maggiori dei cantanti siano i concerti live e che i cinematografi offrano un valore aggiunto al mero contenuto.
La coscienza sociale è consapevole che appropriarsi illecitamente di un oggetto costituisce furto e l’oggetto stesso, cambiando proprietà, impoverisce il legittimo proprietario. Ma le idee come si possono espropriare? Si possono solo condividere, aumentandone a dismisura la diffusione, senza fermarle. Al più si può riconoscere merito al primo che l’ha avuta; perciò non chiediamo l’abolizione del copyright, ma una sua drastica riforma.

Gli USA sono lo Stato più conservatore in materia di copyright, in quanto sede delle major discografiche e del cinema. E, forse, sono anche i più influenti sul mercato internazionale, che segue un po’ i trattati internazioni “imposti” dagli americani.
L’Europa si sta, parimenti, muovendo verso una politica assai restrittiva (la dottrina Sarkozy è passata adesso anche in U.K.).
Sembra dunque che ci stiamo muovendo su un versante del tutto opposto a quello di una radicale riforma. Da dove credete possa giungere il colpo definitivo al diritto d’autore?

Secondo noi, gli Stati e le major stanno facendo di tutto per fermare l’ineluttabile, stanno tentando di vuotare il mare con un secchiello, ma non hanno la possibilità di fermare il progresso tecnologico. Possono legiferare per rallentare il fenomeno, come hanno tentato di fare al tempo delle prime tipografie e la conseguente diffusione della cultura.
Il compito che ci prefiggiamo è quello di evitare che il processo sia lungo e doloroso, come lo è stato con altri esempi storici. Attraverso il dialogo, la trasparenza e la collaborazione è forse possibile evitare drammi.

Grazie Presidente per la Sua disponibilità.

Grazie a tutti i lettori di “Diritto & Rovescio”.

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