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Intervista a Luca Barbarossa: “Le emozioni mantengono viva la fiamma della creatività”!

Prestare orecchio ai racconti degli altri è sempre stata un’inclinazione talmente naturale da parte mia da confonderla quasi con il comune “respirare”. Tanto mi è stato trasmesso attraverso l’esercizio di questa pratica, e in molti sono sicuro mi daranno ragione del fatto che il frutto maggiormente colto grazie ad un simile atto sia soprattutto quello dell’ispirazione. Perché sì, le persone si confrontano ogni giorno, magari non sempre nel migliore dei modi. Ma tutte, con i loro tempi, hanno l’opportunità di cogliere una scintilla di “creatività” grazie al puro scambio di opinioni o allo sforzo (più o meno titanico, a seconda dei casi) di prestare semplicemente ascolto alle storie degli altri. La chiave per riuscire in questo, poi, va ricercata necessariamente in quella superba virtù, che sembra essere sempre più sottovalutata, che è l’umiltà: la conseguenza migliore di un simile lavoro introspettivo sfocia inevitabilmente nell’empatia. Provate ora ad immaginare la bellezza di questo approccio quando si ha la fortuna di impiegarlo nel proprio mestiere: ecco che avrete un giovane giornalista amante della musica impegnato in una piacevole chiacchierata con Luca Barbarossa, perché definirla intervista sarebbe riduttivo (anche se l’impostazione per esigenze di format resta quella). Personalmente, ho sempre avuto dalla mia un’immagine piuttosto definita di questo “ragazzetto romano” conosciuto grazie ai miei genitori attraverso quelle canzoni portate in giro sin dai tempi di “Piazza Navona”. E con mio grande piacere ho scoperto di poter avvalorare quell’idea maturata già da diverso tempo. Quello che Luca Barbarossa è riuscito a restituirmi di sé è stato un grande esempio di umiltà, emozioni e passione a 360°, che in pochi minuti ha cercato di raccontarmi attraverso la sua lunga esperienza, il suo nuovo lavoro discografico (“Roma E’ De Tutti”, uscito il 9 febbraio 2018), il suo rispetto ed affetto per Sanremo e l’amore per ogni progetto portato a termine o ancora in movimento. Questa fatta grazie a LoudVision, se volete, è una vera e propria testimonianza di come la musica (per chi davvero la ama) attesti ancora una volta di avere dalla sua il potere incontestabile di avvicinare le persone, come due amici seduti al bar davanti a un caffè con la voglia di raccontarsi.

Si è trattato della tua nona partecipazione ufficiale al Festival di Sanremo. Mi chiedevo quanto sei affezionato ormai a questa manifestazione? Parecchio. Io ho debuttato al festival nell’81 che ero un ragazzino, non avevo neanche vent’anni. Quindi senz’altro c’è ad oggi un rapporto molto forte e duraturo. C’è sempre anche un’emozione particolare, perché poi ogni occasione coincideva con l’uscita di un nuovo lavoro. In questo caso presentare questo disco di inediti è stata una grande opportunità.

Dato che hai iniziato molto presto a calcare il palco dell’Ariston, ad oggi credi che  Sanremo resti una buona vetrina per chi vuole tentare di mettersi in mostra o se la gioca con altre più attuali come i talent show? Sicuramente l’offerta televisiva è aumentata a dismisura da quando ho cominciato a frequentare il festival, a quei tempi tutto si concentrava esclusivamente solo su Rai 1, Rai 2 e Rai 3! Però c’è da considerare il fatto che Sanremo continua ad essere l’unico posto al mondo dove presenti per la prima volta un lavoro inedito, quindi sicuramente rispetto ai talent ha questa caratteristica che lo contraddistingue. Anche perché me sa che ai talent non me prendono!

Passiamo al tuo nuovo album “Roma E’ De Tutti”. Qual è il suo messaggio finale e a chi è diretto precisamente? Ho cercato di rappresentare una città che fondamentalmente è più uno stato d’animo. Con questo titolo voglio dire, come tra l’altro faccio in una delle canzoni (“Madur” – feat. Alessandro Mannarino), che Roma è fatta apposta pe‘ mischià la gente/nisuno è più romano de chi romano ce se sente”. E’ la voglia di appartenere ad un luogo, al di là del fatto che ci siamo nati o ci si sia arrivati in qualunque modo. Molti intellettuali, musicisti, attori, registi pur non essendo nati a Roma si sono sentiti di appartenere a questa città, diventando spesso più romani dei romani stessi. Basti pensare a Fellini che veniva dalla Romagna ed è stato poi naturalizzato a pieno titolo in virtù delle sue opere più belle.

A fronte di questa nuova generazione di cantautori romani che raccontano la propria città molto spesso con toni agrodolci, pensi che con questo tuo ultimo lavoro ci fosse anche il bisogno di tornare a parlare di Roma con un orgoglio maggiore? Non conoscendo particolarmente questi ragazzi, evito di mettermi a paragone. Sostanzialmente, è stato un bisogno mio quello di dichiarare l’amore per questa città che sta attraversando da diverso tempo una fase molto complessa sotto vari aspetti. E’ un amore che è rimasto immutato, come il fatto che si tratti della città più bella del mondo. E’ ovvio che poi per risollevare la situazione ci vorrà lo sforzo di tutti, dalla politica all’amministrazione pubblica fino ai cittadini romani stessi. Bisogna tornare ai livelli che competono una città come Roma: quella di grande capitale e realtà millenaria, abituata all’accoglienza e ad essere un grande concentrato di tutte le bellezze culturali del mondo.

Ciò che si risalta particolarmente in questo album, come anche la canzone che “Passame Er Sale” che hai portato a Sanremo, è il fatto che sia intriso di passione. Una tua grande caratteristica che, personalmente, ho sempre ravvisato sin dalle tue prime canzoni che mamma e papà mi fecero ascoltare dai tempi di Piazza Navona! Come fai, a dispetto dei tuoi tantissimi impegni, ad alimentare questa passione? Innanzitutto, scelgo solo le cose che mi piacciono. E’ una cosa che ho sempre fatto, da quando ho cominciato: scrivere canzoni è ancora una cosa che mi piace infinitamente. Ho sempre mille progetti in testa e, anzi, a mancarmi è il tempo per realizzarli tutti. Però tutta la mia vita è stata caratterizzata da scelte di cuore, e probabilmente la passione per il teatro con Neri Marcoré, per la radio con Radio 2 Social Club, con i miei dischi, con i miei concerti…tutta queste serie di emozioni mantengono viva la fiamma della creatività che altrimenti, in genere, negli artisti ha un apice di vita fino ai 30 anni e poi si affievolisce. Nel mio caso un disco ispirato come questo faccio fatica a ricordarlo, probabilmente perché un elemento di novità che ha acceso il mio entusiasmo è stato quello di scrivere le canzoni in dialetto romano, che è una cosa che non avevo mai fatto finora. Un dialetto di oggi masticabile da tutti, anche da chi non è romano, utile a rappresentare le vicende umane attraverso il “suono” stesso della città. E’ quasi una nuova partenza artistica, se vogliamo, e credo che questo entusiasmo si percepisca durante l’ascolto del disco: quello di affondare nelle mie radici, ma rimanendo nel tempo presente.

Credo sia anche uno degli obbiettivi che ti sei preposto in vista del tour… Assolutamente. Partirà il 17 marzo da Bari e capitolerà il 29 giugno all’Auditorium Cavea di Roma. E’ un tour strutturato in due tempi teatrali: nel primo presenterò il nuovo disco (che racchiuderà non solo le canzoni, ma anche dei racconti in rima, aneddoti romani divertenti per entrare ancora di più nello spirito), nel secondo riprenderò il mio repertorio più vecchio e conosciuto, canzoni che comunque hanno rappresentato per me delle tappe importanti (da “Roma Spogliata” ad “Al DI Là Del Muro”, fino a “Portami A Ballare”).

In qualità di cantautore, pensi che oggi la canzone popolare in Italia funzioni ancora o si vada lasciando sempre più spazio a quelle che io definisco “canzoni sempliciotte”? Io credo molto nella cultura popolare: è la voce di tutti. E la canzone d’autore ne fa parte a tutti gli effetti e credo che abbia ancora un grande seguito. Anzi, quest’ultimo Sanremo secondo me lo ha dimostrato: sono salito sul palco a cantare una ballata d’amore in dialetto ed ha avuto un riscontro impressionante. Pur essendoci il voto misto, ho constatato che in tanti comunque hanno votato per questa canzone e nonostante non ci siano le sonorità che maggiormente interessano un certo tipo di discografia in realtà poi l’emozione è passata. Vuol dire che la gente ha ancora voglia di emozionarsi e ascoltare testi in cui riconoscere la propria vita.

Visto che sei un grandioso esempio di “sana gavetta”, credi che oggi sia molto più difficile intraprenderla rispetto a un tempo? La gavetta non è mai stata facile. Ciascuno deve imparare a contare sulle proprie qualità. E quando ci si avvicina alla verità del proprio sentire, mentre si compone, ti accorgerai che a un certo punto alzerai lo sguardo dalla chitarra o dal pianoforte e saprai di non essere più solo, che in realtà c’è sempre stato qualcuno che già ti stava ascoltando e si emozionava con quello che dicevi. Ogni epoca poi ha i suoi canali di comunicazione: noi non avevamo Youtube, Facebook o altri social,e  magari quelli di oggi non avevano quello che avevamo noi, ma alla fine i conti si pareggiano sempre. Ogni epoca ha le sue gioie e le sue magagne.

Ultima domanda: hai mai pensato di fare il talent scout? Ogni tanto a Radio 2 Social Club lo facciamo: proviamo a lanciare dei giovani e qualche volta ci abbiamo anche azzeccato! Per esempio, quest’anno a Sanremo ho ritrovato Cecilia Lasagno (che si è esibita con Max Gazzé) ed è stata una delle ragazze che abbiamo appoggiato sin dall’inizio. E’ successo anche con altri ragazzi che piano piano si stanno costruendo il loro percorso. Lo stesso Mannarino, che è ospite nel mio disco, è stato uno di quelli su cui il programma radiofonico ha voluto investire subito, sin dalla prima volta che l’ho ascoltato.

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