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Intervista ai Marlene Kuntz, tra Pansonica e Catartica tour

Vent’anni alle spalle, una dozzina di dischi (di cui nove in studio n.d.r.), centinaia di palchi calcati in Italia e non solo: questo è l’identikit dei Marlene Kuntz, oggi.

Nel corso degli anni, sono cambiate molte cose nella storia della band cuneese, ma non il desiderio di imprimere la propria immagine, forte e decisa, nel pubblico. Da questo desiderio prende forma la ristampa di “Catartica”: non solo il loro esordio, ma il disco che più di tutti ne ha decretato la fama, iscrivendoli, a pieno titolo, pionieri dell’alternative rock nostrano. Cristiano Godano, Riccardo Tesio e Luca Bergia hanno deciso di riproporre lo storico album con una veste grafica inedita, contenuti ampliati e, per l’occasione, presentando un ep (“Pansonica”) e un tour (“Catartica 994/014”) nuovi di zecca.

Li incontriamo a Brescia, poco prima del sound-check, alla vigilia della seconda serata alla Latteria Artigianale Molloy, per farci raccontare dalle loro voci, aspettative ed emozioni degli anni trascorsi.

 

Ciao ragazzi, benvenuti su Loudvision! Inizio subito con una curiosità personale: come mai avete deciso di proporre una doppia data, qui a Brescia?

Riccardo Tesio: Noi non ci occupiamo direttamente delle date, immagino sia per la capienza limitata del locale. Sinceramente non ci aspettavamo il sold-out ieri sera (17 ottobre, n.d.r.), ci ha fatto molto piacere e speriamo di replicare anche questa sera.

Luca Bergia: Brescia è sicuramente una realtà interessante, ci siamo stati spesso, ospiti anche di alcuni festival, come quello di Radio Onda D’Urto.

RT: Non è un caso, è stata una scelta voluta proporre un tour in locali medio-piccoli, per una serie di motivi, ma principalmente perché si adattava allo spirito che desideravamo trasmettergli, ovvero quello di una grande festa.

Una festa per la celebrazione di “Catartica”?

RT: Sì, ma non solo. Volevamo proprio fosse una festa per i nostri fan, ossia poterci incontrare, bere una cosa, stare insieme, al termine del concerto. Era questo che ci interessava. Il contatto con il nostro pubblico, poter festeggiare questo traguardo assieme a loro.

Tornando all’esibizione di ieri sera, come vi è sembrata? E come vi state organizzando con la scaletta? Seguite uno schema fisso o improvvisate di volta in volta?

LB: Abbiamo scelto di non fare la scaletta di “Catartica” come da disco perché sarebbe stata prevedibile, optando per il rimescolamento con i brani del nostro nuovo ep “Pansonica”. A livello di date,  stanno andando tutte molto bene, molte sono sold-out e come diceva prima Riccardo, questo non può che farci piacere. Anche ieri sera abbiamo visto molta partecipazione da parte del pubblico: sono concerti dove mediamente si suda molto, ci si scatena. Questo discorso vale sia per noi sul palco, sia per chi ci viene a sentire.

Mi rivolgo adesso a Cristiano. L’altro giorno, scorrendo la vostra pagina, ho visto un articolo firmato di tuo pugno per la nuova rubrica di Rolling Stone Italia “ Te lo do io l’Ics Factor”. Sarà una collaborazione continua, oppure no?

Cristiano Godano: Ho avuto la possibilità di inaugurare questa nuova rubrica settimanale su Rolling Stone e per l’occasione ho scritto un pezzo sullo scrivere una canzone. Purtroppo non sarà una collaborazione continuativa, ogni settimana verranno ospitati musicisti sempre diversi. E poi io non ho molto da dire su queste cose, o meglio, quello che avevo da dire, l’ho già scritto.

 

Leggendo il tuo intervento, c’è un aspetto che mi ha colpito, ossia l’affermazione che lo scrivere una canzone, sia una sorta di gioco. Questo discorso, mi pare di capire, si possa applicare anche ai brani più intimi ed impegnati. Mi puoi spiegare più precisamente questa tua dichiarazione?

CG: Non è che io non voglio prendermi sul serio, lo faccio per esempio quando scrivo brani di un certo tipo, quindi direi che è una sorta di bilanciamento fra gioco e serietà, lo scrivere un pezzo. Quello che volevo affermare nell’articolo è che la ricerca delle parole giuste per una canzone, si avvicina finemente ed intellettualmente ad un’attività giocosa. Quando devi trovare la parola giusta, ossia una che sia funzionale alla resa poetica e a ciò che desideri trasmettere, devi operare una sorta di gioco con te stesso, con le regole che ti sei imposto. Nabokov, uno scrittore che ammiro molto, scrisse un saggio sulla poesia dal titolo “Poems and Problems” ed intendeva avvicinare le tematiche del poeta alle tematiche dello scacchista. Ecco, io penso che questo sia il fulcro di ciò che intendevo affermare. Gioco in quanto tentativo di risolvere un problema, in questo caso la redazione di un testo, che ha le sue regole: ci sono rime, ritmi, ritornelli ecc… L’escludere, ad esempio, una rima banale, come può essere “sole-cuore”, ti indica già che stai giocando, perché operi una scelta, lo scarto di una possibilità con te stesso.

A proposito del gioco, Cristiano, ciò che ha caratterizzato il tuo modo di comporre (e successivamente vi ha reso precursori di un genere), è stata la scelta di giocare con le parole, ma soprattutto di comporre e cantare in italiano. Una scelta non semplice, soprattutto per il tipo di musica che proponevate vent’anni fa, come oggi. Inizialmente avete riscontrato delle difficoltà? Non parlo solo della diffidenza del pubblico, ma anche a livello di stesura dei testi.

CG: Sì, ho avuto le mie belle difficoltà, soprattutto all’inizio, ma il pubblico ci ha accolti fin da subito con calore. Non so se è stata una sorta di magia, non saprei spiegarlo, è anche complicato ricercare i fattori che ci hanno portato ad essere apprezzati per il tipo di cantato che proponevamo, in italiano. Era nelle mie corde.

RT: Sì, il progetto dei Marlene Kuntz è stato quello di proporre, come diciamo scherzosamente noi, delle canzoni moderne cantate in italiano. Se volevi sentire dei bei testi, dovevi spostarti sul cantautorato, mentre se invece ti piaceva un certo tipo di musica, dovevi rinunciare all’italiano. Noi abbiamo provato a coniugare questi due aspetti. Non è stato assolutamente facile, perché la lingua italiana porta con sé molte difficoltà. E’ complicata soprattutto da rendere mettere in melodia, sulla musica rock.

Spostandoci a “Pansonica”, il vostro nuovo ep che ho avuto il piacere recensire, c’è stata una scelta particolare che vi ha spinto ad assegnargli proprio questa struttura? O meglio, c’è stato un criterio per la scelta del materiale? Ad esempio, accanto ai brani inediti e alle demo, mi ha incuriosito la presenza di “Donna L.”.

RT: Su “Donna L.” ho insistito particolarmente io, perché ci tenevo, volevo fosse presente in “Pansonica”. E’ curioso, perché solitamente di un brano esce prima la versione in studio e successivamente la versione live. Qui il rapporto si è invertito. C’è una fascia del nostro pubblico a cui piace molto e spesso, a fine concerto, mi sono sentito domandare – Ma allora “Donna L.”? Non uscirà mai una versione studio? – ; con l’uscita di “Pansonica” si è creata l’occasione giusta per proporla, finalmente, quindi mi sono sentito in dovere di insistere affinché fosse inserita nella tracklist.

Per il resto, noi siamo andati a cercare nel nostro archivio i brani risalenti più o meno agli anni di “Catartica” : ne abbiamo trovati una dozzina, fra quelli che erano usciti in demo (quindi prima del nostro disco) e fra quelli scritti a cavallo fra “Catartica” e “Il Vile”. La particolarità è che alcune di quelle canzoni le portavamo proprio in concerto all’epoca: “Catartica” ha una struttura di tredici brani, che sono un po’ pochini per un concerto, quindi, spesse volte, ci trovavamo ad integrare la scaletta live, con altri pezzi.  In sostanza abbiamo valutato quali, fra queste brani, fossero i più idonei a finire sull’ep e così si è venuta a delineare la struttura di “Pansonica”.

Sì, infatti mentre vi domandavo della presenza di “Donna L.” in scaletta, ho pensato fosse per una motivazione emotiva, sia vostra che del pubblico. Se posso dire la mia, trovo sia uno dei brani più riusciti dell’intero ep: ha un arrangiamento molto bello e coinvolge moltissimo.

RT: Mi fa piacere e la penso come te. Guarda, mi sarebbe proprio spiaciuto se non avesse trovato posto su “Pansonica”.

Da quello che mi pare di capire, la componente del pubblico per voi è fondamentale, se non vitale, soprattutto in questo tour dove ricercate il contatto con i fan; com’è il vostro rapporto con loro? Immagino che in vent’anni sul palco siano cambiate molte cose, anche sotto questo aspetto. Come hanno reagito, ad esempio, alla vostra decisione di riproporre le sonorità degli esordi?

CG: I nostri fan più fedeli, quelli che non ci hanno mai contestato sono felici di “Pansonica”, tanto quanto di “Nella Tua Luce” e dei dischi precedenti; chi ci contesta, invece, continua, a cavallo di quell’onda un po’ snob e non penso sia interessato a quanto possano dare ancora i Marlene oggi. Noi in proposito non facciamo nulla, saranno loro, se mai, nel corso del tempo ad accorgersi che hanno sbagliato a giudicarci.

Una domanda che spesso ci fanno è “Come vi siete ritrovati a suonare i pezzi di Catartica oggi?”, noi rispondiamo che ci sono pezzi di Catartica che non abbiamo mai smesso di suonare…

Come “Sonica”, “Nuotando Nell’Aria”…

CG: Esatto, oppure “Festa Mesta” o altre. Sono canzoni che abbiamo suonato centinaia di migliaia di volte.

In conclusione, vedete questo disco, “Pansonica”, come la possibilità di far conoscere al pubblico – parlo soprattutto dei fan più giovani –com’eravate? Non solo voi Marlene, ma ciò che si respirava nel clima musicale del tempo.

CG: Lo scopo di questo disco è semplicemente giustificare la celebrazione di “Catartica” con un’idea furba. Siccome siamo in un paese molto malizioso, un’operazione di questo tipo –  come può essere il festeggiamento del ventennale di un disco – porta con sé prevedibili polemiche. E siccome non avevamo voglia di gestire polemiche, critiche (o rotture di coglioni, che dir si voglia) abbiamo sfruttato questa idea. Nel resto del mondo, è naturale che si celebri la fama di un disco con un’edizione deluxe o un re-packaging, qui da noi è una scelta che sarebbe subito stata additata con sospetto. Quindi noi, grazie a critiche e polemiche, abbiamo avuto l’idea di provare a immaginare qualcosa di più stimolante. Alla fine quindi, “Pansonica” è solo una buona idea per giustificare la celebrazione del disco.

RT: Alla fine ci siamo divertiti. Per noi è stato molto più stimolante lavorare a “Pansonica”, che operare un mero re-packaging del disco.

CG: Poi certamente, c’è la voglia di far conoscere quello che eravamo, la completezza musicale di un periodo. E ancora, la voglia di far scoprire un altro aspetto dei Marlene, a chi magari si è avvicinato a noi con pezzi più “cantautoriali”.

 

La nostra chiacchierata a quattro voci, si interrompe a causa dell’imminente sound-check, in vista del concerto previsto per la serata.

Come potrete leggere sul nostro report live, i Marlene Kuntz hanno donato al numeroso pubblico bresciano, un’esibizione carica di passione; la stessa che, da vent’anni a questa parte, investe ogni aspetto della loro vita professionale ed artistica.

Godendoci la festa, restiamo in attesa dei progetti futuri che – siamo certi – la band cuneese ha in serbo per noi.

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