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Intervista a Murubutu

Non sono mai stato particolarmente appassionato di rap. Nella mia ignoranza, fino a poco tempo fa, lo riducevo a un ammasso di stereotipi, posture, stili e musiche che venivano scimmiottati, con pessimo gusto, da burini di provincia vestiti con magliette troppo grandi e sneaker sdrucide, secondo il vangelo di MTV. E bisogna ammettere che di gente così in giro se ne vede tanta.

Poi però è cambiato qualcosa. Ho riscoperto il potere delle parole, e soprattutto, il potere del suono delle parole. Ho cominciato ad appassionarmi in maniera diversa alle storie, e a come raccontarle, a come è possibile farsi avvolgere in nuovi universi sonori. E poi, grazie ai consigli e alle spiegazioni di qualche amico, ho riscoperto il rap, la sua storia, il suo potenziale.

Ora, di certo non sono diventato un esperto, anzi. Però ecco, possiamo dire che mi sono liberato dai paraocchi del pregiudizio e affronto rap, hip hop e quant’altro con una nuova prospettiva e una diversa attenzione.

Ora che ho finito questa spatafiata di introduzione posso affrontare il vero argomento di questo articolo. Negli ultimi mesi una delle scoperte musicali che più mi ha emozionato è stata quella di Murubutu, che a definire solo rapper è decisamente riduttivo. Da Reggio Emilia, tra i fondatori  della posse Kattiveria, Alessio Mariani (questo il suo nome) è anche professore di filosofia e storia di un liceo della città. Un’accoppiata che, personalmente (ma vi ricordo che sono ignorante), non ho mai sentito.

Grazie ai suoi album sono entrato in un universo fatto di storie e parole, personaggi e viaggi raccontati in maniera magistrale. Qualcosa di inaspettato, un’immersione totale che dura ormai da alcuni mesi, in cui mi sono ritrovato a riascoltare in maniera ossessiva gli stessi pezzi fino ad impararli a memoria, e poi a tormentare tutti i miei amici in cerca di proseliti. Era da tempo che non mi succedeva una cosa del genere.

Un’idea mi era stata chiara sin da subito: io Murubutu volevo incontrarlo, intervistarlo. Volevo conoscere chi ci fosse dietro quella voce emiliana, spesso così simile a un Guccini in fissa col sampling che invece di ascoltare jazz ha passato i suoi anni giovani a ripetere rime dagli accenti americani. Ma purtroppo a causa di una sorte avversa (e del mio essere lontano dall’Italia) ho potuto realizzare solo metà del sogno, e se ho potuto intervistarlo, mi è stato possibile solo attraverso un mezzo freddo e impersonale come la posta elettronica. Per cui qui di seguito trovate le risposte che Murubutu ha dato alle domande poste nella mia email. Ma rimane la speranza per me di poterlo incontrare un giorno e farla una chiacchierata bella lunga, faccia a faccia. Intanto vi auguro una buona lettura, e ovviamente, consiglio a tutti voi di andare immediatamente ad ascoltarvi tutti i suoi pezzi.

 

Partiamo dalle origini. Chi è Murubutu? Qual è l’origine del nome? Qual è la sua storia, e la storia della Kattiveria?

Ciao a tutti, Murubutu, al secolo Alessio Mariani. Ho cominciato fare rap e  ho fonda Kattiveria Posse all’inizio degli anni ’90. Il nome deriva dal termine Marabutto, che in alcune regioni dell’Africa sub sahariana designa una figura in grado di guarire mali fisici e sociali. Uno sciamano. Ad oggi La Kattiveria crew è formata da Murubutu, Il Tenente, U.G.O e Yanez Muraca, Dj Caster. Spesso a noi si unisce anche Dj T-Robb.

 Rapper e professore. Come si conciliano e quanto si influenzano a vicenda questi due lati? Le reazioni degli studenti quali sono?

Le due figure si completano a vicenda. L’artista rende il professore  più versatile, il prof rende l’artista più ispirato. Gli studenti spesso sono incuriositi, a volte entusiasti, a volte diffidenti, ma poi si accorgono che nella quotidianità io sono un insegnante come gli altri.

 Che concezione hai del rap? Che possibilità offre, e che significato, che valori intrinseci ha come mezzo? Perché lo hai scelto?

A mio avviso il rap è una tecnica vocale più che un genere. Io ho cominciato a fare rap come molti altri perché non richiedeva un preparazione musicale, perché era semplice e immediato, alla portata di tutti. Crescendo mi sono accorto che questo mezzo a me tanto caro aveva tutte le risorse per veicolare in modo più incisivo e articolato messaggi anche complessi. Attraverso il rap ho a disposizione molte più parole e soluzioni metriche per esprimere contenuti.

 Un altro rap è possibile”: raccontare storie, trasmettere sentimenti. Che legame c’è tra il rap e lo storytelling, l’essere cantastorie? È per questo che i tuoi dischi più che essere “concept album” possono essere definiti “antologie”?

Lo storytelling associato al rap, a mio avviso, è una delle modalità comunicative più efficaci per parlare di ciò che ci circonda e per dare stimoli culturali a chi ascolta. Io non inventato nulla, ho solo recuperato una tradizione che c’era nella canzone d’autore italiana e l’ho espressa attraverso il rap.

 Da dove nascono le storie che racconti?

Rielaboro racconti raccolti sul territorio, suggestioni di romanzi, saggi… Mi ispira principalmente ciò che mi commuove.

 Quali sono le tue influenze nella scrittura? Raccogli qualche tradizione narrativa?

Musicalmente sono moto legato a cantautori come De Andrè, Gaber, De Gregori e Guccini. Dal punto di vista narrativo mi ispiro fortemente alla corrente naturalista francese, russa e italiana.

 Che legame hai con il mare? Perché la vita marina è così legata al raccontare storie?

Per me il mare è un grande sconosciuto, per questo forse sono riuscito ad utilizzarlo come medium narrativo declinandolo in varie prospettive. Il fatto che sia fonte di ispirazione artistica per tanti è legato al fatto è che da sempre fonte di vita,  mistero, paura e bellezza.

 Hai un obiettivo, un fine nel percorrere questa strada? Che connessione c’è tra il narrare storie e la vita politica? Quale risposta sei solito dare a chi ti accusa di partigianeria o apologia di terrorismo?

Io racconto storie. Le mie narrazioni hanno un taglio soprattutto antropologico. Provo a mettere in evidenza il rapporto dialettico fra un individuo e il contesto in cui vive. Chi mi accusa di apologia del terrorismo non ha voluto ascoltare i miei pezzi con attenzione. Chi mi accusa di antifascismo ha pienamente ragione.

Molte delle tue canzoni si concludono con un colpo di scena. Potrebbe esserci il rischio di abusare della tecnica? È un semplice espediente narrativo o nasconde in sé un significato?

Mi piacciono i cambiamenti di prospettiva che ti fanno rivedere tutta la storia per scoprire una lettura alternativa se non opposta. E’ l’insegnamento della rivoluzione copernicana di Kant. Il rischio di abusare della tecnica c’è nella misura in cui gli ascoltatori cominceranno ad aspettarsi non il cambio di prospettiva ma il cambio di prospettiva specifico di quel pezzo.

 Così come i testi, le basi delle tue canzoni sono spesso memorabili e fuori dagli schemi soliti del rap mainstream. Come nascono? Chi le crea?

Scelgo le produzioni in base all’atmosfera adatta alla storia che voglio raccontare o viceversa, spesso vengono da produttori diversi, nell’ultimo album ho lavorato molto in sinergia con i miei soci Il tenente e Dj Caster.

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