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INTERVISTA | Pierò Pelù: “È dalla strada che nasce lo spirito nuovo”

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In gara con il brano “Gigante”, lui si che ha tante cose da raccontarci in questa sua lunghissima e appagante carriera da musicista. Piero Pelù, non solo è un gigante della musica ma è soprattutto una garanzia. “La canzone cuore matto nonostante sia una canzone del 1967 parla del percorso che ognuno dovrebbe fare se vogliamo diventare dei piccoli giganti, bisogna cavalcare e affrontare tutti i fantasmi, i mostri che fanno parte della nostra quotidianità e del nostro passato, del tunnel dal quale possiamo uscire tutti i giorni con la nostra forza di volontà, con l’amore per noi stessi, per la vita e per il prossimo”, tiene a commentare Piero in merito alla sua esibizione di ieri durante la serata delle cover.

Come è nata la scelta di cuore matto e come è stato inserire il tuo rock all’interno di questo brano?
La canzone ha scelto me, da quando ero bambino e vidi cantare Little Tony. In quegli anni quando non c’erano nemmeno i pc, un basso e una chitarra simulavano il suono del cuore. È una canzone che precorreva i tempi sia musicalmente sia come concetti, è un brano contro il femminicidio, mi piace quando interpreto le canzoni di altri, rileggerle e reinterpretarle, e in questo caso in chiave rock ed elettronica.

Oggi che il festival è rock tu come si senti su quel palco?

Quest’anno ci sono tanti generi musicali. Attualmente nelle classifiche il rock è abbastanza presente e questo significa che forse ha ancora qualcosa da dire.
Il rock nasce dal blues, quindi dalla strada ed è proprio dalla strada che nasce lo spirito nuovo.

Cosa penserai sabato non appena vedrai la classifica ufficiale?
Soltanto che sono felice di compiere 40 nella musica. Sanremo è solo una delle tante tappe che toccherò quest’anno perché nel 2020 ci saranno grandi festeggiamenti.

La tua canzone è schierata con un progetto musicale di alcuni detenuti, cosa ti hanno insegnato?
Non ho mai avuto paura di sporcarmi le mani, come sto facendo negli ultimi mesi anche per la tutela dell’ambiente. L’esperienza con i detenuti è stata un’ esperienza fortissima, e non a caso la frase “tu sei molto di più di quello che vedi, di quello che credi” è dedicata proprio a loro perché sono ragazzi a cui è stata negata l’infanzia. Il gigante è proprio lui, quella persona che ha sofferto che deve uscire da situazioni difficili. In questa canzone ci sono delle metafore semplici proprio perché attraverso questa semplicità ho capito tante cose. La musica è una terapia incredibile

Oggi sempre più giovani ascoltano il rock, che differenza trovi tra i giovani dell’epoca rispetto a quelli di oggi?
Fare un paragone tra le nuove generazioni degli anni 80 è molto difficile, ma rimane qualche punto di contatto come trovare lo stesso il proprio spazio nel mondo.
E poi andrebbero mollati un po’ i cellulari e sbattere il muso ogni tanto perché è il mondo reale a fare davvero la differenza.

Da dove nasce l’esigenza di portare “Gigante” proprio a Sanremo?
È stata una delle esperienze più forti che ho fatto in questi ultimi anni. In questo caso il progetto è durato una settimana e in una settimana le storie si intrecciano molto di più. Si è creata davvero una magica sintonia.
Volevo portare anche questo spaccato d’Italia che parla delle periferie, delle famiglie sfasciate, le borgate, lo spaccio, la mafia. Tutti temi che continuo a spingere dai Litfiba al Piero come progetto solista.

La tua musa ispiratrice dei tuo brani partono dalla tua musica o dal testo?
Dipende dalla situazione. Negli anni 80 con i Litfiba vivevamo in una cantina piena di muffa e di canne, ci rinchiudevamo e improvvisavamo. Da lì venivano fuori melodie e testo. Era un lavoro davvero collettivo. Poi, negli anni ho scoperto anche cosa significhi scrivere da solo, in macchina, sul cesso… in ogni situazione dove fossi ispirato, prendo la chitarra e inizio a scrivere. 

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