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Intervista a Rhumornero: continua il tour di “Eredi”

Rock, cantato in italiano, che incontra atmosfere dark e sonorità post – grunge, con tocchi di metal: questi sono i Rhumornero. Band attiva dal 2005, il 20 gennaio pubblica “Eredi”: una fotografia della realtà vista attraverso i loro occhi, sia vissuta in prima persona che osservata. Attraverso questo lavoro esprimono considerazioni sul mondo odierno, su cosa siamo diventati; ci sono anche riferimenti storici, citazioni musicali, parallelismi tra passato e presente. In questa intervista ci hanno parlato dell’album e del tour, ma anche dei primi passi del loro cammino artistico.

Il 3 marzo riprende il vostro tour. Avete già suonato a Pisa, Taranto, Perugia e Roma. Come sono andate le prime date? Vi sentite pronti per ricominciare?

Certo, suonare è la nostra vita. Più suoniamo e meglio stiamo, quindi siamo sempre pronti. Le date sono andate molto bene, siamo molto contenti e siamo ansiosi di continuare e di aggiornare sempre il tour.

Ci saranno cambiamenti nella scaletta nelle date di marzo?

Ci stiamo pensando in questi giorni. C’è una grande legge di Bryan May dei Queen che dice “un conto è fare il disco, un conto è fare il live”. Ci sono dei brani che vengono ed altri che non vengono bene. È la legge del live. uè la

 Il 20 gennaio è stato pubblicato “Eredi”, il vostro album. Ascoltandolo, attirano subito l’attenzione i chiari e continui rimandi alla società odierna. A partire da “Metalli Pesanti”, che più di tutte sembra riassumere il mondo attuale. Il vostro intento, in questo album, era quello quindi di fotografare la realtà?

Cerchiamo di osservare e raccontare ciò che quotidianamente vediamo, sia nel nostro piccolo, che sfruttando i social, in cui si vede davvero di tutto.

Anche “Schiavi Moderni” rimanda, appunto, alla realtà attuale in cui viviamo. “Siamo una massa di morti che cercano di essere vivi tra mille prigioni e possibilità”, dite. Quali sono queste prigioni? E, secondo voi, abbiamo possibilità, ma siamo così presi da cose futili da non riuscire neanche a vederle?

Sì. A volte non riusciamo a vedere al di là del nostro naso. A volte abbiamo tutte le soluzioni davanti agli occhi ma non le vogliamo vedere. A volte abbiamo dei concetti di libertà che non stanno né in cielo né in terra, crediamo di essere liberi ma non lo siamo. Oppure crediamo di conoscere la verità, ma siamo lontani anni luce da essa. Ci creiamo il nostro teatrino mentale per sopravvivere.

Facciamo un passo indietro. Avete iniziato a suonare insieme nel 2005; tutti voi provenivate da altre formazioni. Come vi siete incontrati e come è nata la vostra band?

In sala prove. Accade spesso quando ci sono tante sale e tanti musicisti: ti incontri, decidi di fare delle prove. Poi ci siamo piaciuti e abbiamo iniziato questa carriera; sono successe tante cose,  ci sono stai cambi di line up. Insomma, siamo nati come tutte le band.

Negli anni avete aperto concerti di band e cantanti famosi, come i Marlene Kunz, i Baustelle, ed altri. Com’è stato e cosa vi hanno lasciato queste esperienze? Cosa avete imparato da artisti di quel calibro?

Abbiamo imparato che certi palchi o li subisci o li godi. Sono complicati, non si crea intimità, le persone sono distanti. Quei palchi ci hanno dato la consapevolezza di capire che forse potevamo fare anche noi qualcosa di importante.

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Tornando al presente. Nella omonima “Eredi” dite: “Penso che un sogno così non ritorni mai più, mi dipingevo le mani e la faccia di nero”. A parte il palese omaggio a Modugno, cosa volete dire con questo verso?

Mi fa molto piacere che lo tiri fuori, è una delle parti centrali dell’album. “Nel blu dipinto di blu” uscì subito dopo la guerra, era il simbolo della felicità, tutti stavano bene, era un periodo di rinascita. Oggi sarebbe stata scritta così “mi dipingevo le mani e la faccia di nero”. Davanti abbiamo davvero tantissime cose nere, e dobbiamo rimboccarci le maniche per farle ritornare blu com’erano prima, azzurre come il cielo.

“Maschere” è il singolo estratto, uscito lo stesso giorno della pubblicazione dell’album. Parla, come si intuisce dallo stesso titolo, di una persona che ha una doppia faccia: una quando è dentro ed una quando è fuori dalle “quattro mura”. È autobiografico? Oppure, è sempre un rimando alla società attuale?

Ognuno negli anni, con l’esperienza, impara a costruire maschere per poter affrontare molte situazioni della società moderna, che ha dimenticato la sensibilità. Quello che accade fuori ti mangia se non indossi una maschera. Ci sono maschere che ci proteggono da determinate situazioni. Se esci fuori casa così come sei, dalla a alla z, potresti essere frainteso e mangiato da questo sistema. Dentro casa sei te stesso, te le togli con i tuoi cari. Non si tratta di falsità, di doppia faccia, ma più che altro di protezione.

Uno dei brani che potremmo definire più “particolari” dell’album è “1492”: ci spiegate com’è nato?

Ettore realizzò questa musica, con questa linea melodica molto pesante e molto bella; io non ho fatto altro che scriverci sopra un testo. Parla di Rodrigo di Triana, la prima persona che ha visto il nuovo mondo. Secondo noi il 1492 è la data della fine del mondo. Nel senso che da lì in poi l’occidente ha invaso la cultura americana, che probabilmente era il futuro e da lì hanno devastato tutto. La vera globalizzazione nasce da lì.

Ultima domanda. Dal punto di vista musicale, vi sentite eredi di qualcuno? Oppure comunque ci sono band che vi hanno influenzati?

Il rock è arrivato dall’America e ha influenzato tutti. Siamo influenzati anche da quella inglese. Come musica italiana siamo fan di Battiato. Io personalmente devo tantissimo ai CSI, il Consorzio Suonatori Indipendenti, un momento eclatante per tutta l’Italia, perchè era musica italiana ma con un’identità che andava al di là della musica americana, di quella inglese, di ciò che arrivava dall’estero. Sono artisti che mantengono un’identità italiana davvero potente e li seguiamo sempre con tanto piacere.

 

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