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Intervista a Suvari: “Alle nuove generazioni non viene insegnata la debolezza”

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Nel folto movimento musicale italiano, oggi florido più che mai, sta emergendo tra tanti un nome davvero interessante, quello di Luca De Santis. In arte Suvari.

Dopo aver formato la band LAGS, l’artista si è dovuto fermare nel 2015 a causa di una neuropatia motoria molto grave. Dal lungo periodo di degenza in ospedale e dal successivo periodo di riabilitazione casalinga è cominciato il cammino di Suvari, un progetto solista nato esclusivamente dall’uso del computer.

L’anno scorso ha pubblicato il primo album, “Prove per un incendio“, lavoro che ha visto il coinvolgimento dellla producer  Marta Venturini. Adesso torna sulle scene con un piccolo progetto denso di grande significato intitolato “Di che cosa hai paura?”, in cui cattura in una manciata di minuti le insicurezze apparenti, i paletti emotivi che ci ostacolano creati da noi stessi e tanto altro. L’EP è uscito il 16 aprile scorso per NuFabric/Artist Firts.

Abbiamo intervistato Suvari a un mese dall’uscita del disco, facendoci raccontare le sue sensazioni e qualche dettaglio in più sul suo nuovo progetto discografico.

 

Ciao Luca, è passato un mese dall’uscita del tuo EP “Di cosa hai paura?”. Quali sono stati i primi feedback ricevuti?
Interessanti, in molti mi hanno fatto notare che questo EP ha un sound più “fresco”, più in linea con i tempi. Personalmente non mi ero posto molte domande nella fase di registrazione, è frutto di un processo naturale.  Comunque in molti hanno apprezzato questo solito contrasto delle mie canzoni, dove dietro a un ritornello allegro e di facile ascolto ci sono delle letture del testo più profonde.

I dieci minuti che compongono il tuo nuovo lavoro si incentrano sui timori e sulle insicurezze. Parti subito con “Altrove”, collegato a quel senso di preoccupazione sempre presente quando si decide, in un modo o nell’altro, di cambiare vita. Quali sono state le tue paure quando hai deciso di trasferirti a Londra per lavoro?
Il primo terrore del vivere all’estero è la lontananza da casa, da famiglia e amici. Poi c’è la di paura ad affrontare un mondo nuovo dove si parla una lingua diversa, dove sei straniero, hai pochi soldi, cerchi disperatamente un lavoro, e quindi sei esposto anche a difficoltà maggiori nel quotidiano.

Quanto ha inciso il tuo problema di salute con il concept dell’EP?
Con l’EP non molto, col disco invece tutto. Le prime canzoni nascono tutte da quel periodo passato a casa a fare i conti con la propria salute, è quello che poi ha caratterizzato anche l’impronta stilistica e il sound. L’EP prende ispirazione dal mondo esterno, dalle chiacchiere che senti per strada o al bar. Sembra che tutti abbiano paura ultimamente, di cosa poi c’è da capirlo, ma è una paura figlia di un periodo storico fatto di insicurezze collettive.

L’affascinante “Supertele” parla della bellezza di diventare genitori. Come possiamo difendere i nostri figli dalla paura, specie in questi tempi dove anche a livello politico (ma non solo) si fa molto leva sulle debolezze delle persone?
Bella domanda, molto difficile rispondere, ma forse quello che non viene insegnato alle nuove generazioni è la debolezza come sentimento normale dell’essere umano, si tende a proteggere i ragazzi anche quando sono nel torto, invece è fondamentale capire che ci sono dei ruoli da rispettare, delle debolezze da accettare e che a volte anche la sconfitta fa bene.

Hai ascoltato qualche disco in particolare che ti ha ispirato durante la stesura dei tre brani?
Solitamente i punti di ispirazione sono lontanissimi dai risultati che ottengo quando scrivo. Ad esempio ho ascoltato molto il disco degli Idles “Joy as an act of resistence”, eppure è un sound quasi opposto al mio. Diciamo che mi ispira l’energia e l’attitudine di certi dischi.  Aggiungo anche “Cocoa sugar” degli Young Father e “Be the cowboy” di Mitski.

Per questo EP hai lavorato a stretto contatto con un artista molto caro a LoudVision, Megha. Siamo pazzamente innamorati di lui! Com’è nata la vostra collaborazione? Quali sono state le varie fasi di costruzione?
È nata per caso, un amico in comune mi ha consigliato di lavorare con lui, sia per motivi di affinità caratteriale che musicale. Direi che è stato un ottimo consiglio, mi sono divertito molto. Megha mi ha anche aiutato a capire meglio come concretizzare le idee e come migliorare l’approccio ai software per fare musica. Vivendo entrambi a Roma ci siamo presi tutto il tempo che ci pareva per registrare questi pezzi, e questo ha reso la fase di registrazione un periodo molto rilassato e stimolante.

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