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Invideocrazia

Non è la Rai. Ma nemmeno Mediaset. E neanche tanta informazione italiana di regime.

Non abbiamo ancora visto “Videocracy” di Erik Gandini, ma se un film sveglia l’opinione pubblica con un trailer tanto basta. Nel periodo più buio del ventennio di democrazia commerciale fa paura anche solo chi ne parla. La televisione è come la merda, bisogna farla ma non guardarla, diceva Funari. Siamo ormai ben oltre, ma parliamo pure di cinema.

Domani è il giorno di un film, un documentario, che sarebbe passato probabilmente sotto un relativo silenzio. Una sola proiezione, scandalo-snack festivalerio servito alla stampa e tutti a casa. Fabrizio Corona, il fotografo più temuto dallo star system che non conta, che prima fa la star, esibisce un nudo frontale e poi ritratta e nega la liberatoria. Un Robin Hood moderno si definisce, che ruba ai ricchi per dare a se stesso. Poca roba veramente, questo furbetto del rullino convinto, purtroppo a ragione, di averci fregati tutti. Non abbiamo molto altro di questa pellicola prodotta da Fandango, a parte le interviste di un regista carneade italo-svedese frullato dalle sciatte polemiche dell’aia mediatica nostrana, il fiuto del solito Domenico Procacci e la sensazione intima, costante e sgradevole di essere sempre spettatori in trincea, che sia piccolo o grande schermo.

Peraltro non è neanche una novità. “Il Caimano” di Moretti era l’archetipo della videocrazia politica: chi si circonda di belle ragazze comanda perché è più allegro e ottimista. E divora tutto come un caimano. Le pupe del Drive in in fondo ingrifavano a destra come a sinistra. Pupa ciao, è il tuo momento di gloria. Troppo semplice? Esattamente. Basta sovrastrutture, complessità cerebrali, nuances etiche. Quarto, quinto potere, tutto sorpassato dalla monarchia assoluta, pax televisiva e impero fiorente. Quando sei talmente immerso nell’acqua da sentirti a tuo (dis)agio come un pesce: siamo tutti pesci e siamo stati tutti pescati dal Grande Pescatore che tira le fila. E che non a caso sta sulla terra ferma.

Non abbiamo capito niente quando credevamo di avere tutto sotto controllo. Citiamo Pasolini a sproposito quando parla di televisione e nuovi italiani antropologicamente modificati. Era una battaglia da combattere con la legge della democrazia e abbiamo perso con la legge del più forte.
È la videocrazia bellezza, ma guai a parlare di politica, non siamo faziosi, partigiani, siamo gente di spettacolo, ci negano anche un trailer di trenta secondi sulla tv ti tutti, un tempo concesso pure a Bin Laden. Cambiano usi e costumi, sono i cicli sociali, è un momento di crisi culturale: ma la stanchezza non ci farà rialzare, perché la dittatura arriverà dopo tutto questo, per citare l’ex first lady ormai dimenticata, quando saremo ormai assuefatti dalle feci che non abbiamo mai guardato ma che soprattutto abbiamo sottovalutato. Dopo la nebbia il diluvio, noi intanto saremo tutti nelle nostre case davanti al telegiornale dei balocchi. Siamo perdenti e pessimisti, grigi, tristi ontologicamente, eravamo contro la televisione commerciale del futuro, e chi è contro il futuro merita la dittatura di chi ci sa fare coi palinsesti.

Non cambierà niente perché in realtà è cambiato tutto e non bastano dieci domande e mille escort per far cadere il re, l’immaginazione al potere ancora meno. Abbiamo provato pure a sparare un colpo in testa al sovrano, per film “Shooting Silvio” di Berardo Carboni, 2007, un altro carneade sommerso. Polemiche anche lì per un piccolo film onirico tutto meno che terrorista, e tutti a casa a preparare l’ennesima ultima cena.

Di televisione non bisogna più scrivere, solo guardare e imparare. Senza snobismi, mani nel fango e capire che ci si salva per un televoto non dato. Non c’entra niente con “Videocracy”, può essere, però ci siamo dentro fino al collo e una risata (di quelle televisive) ci seppellirà. Però ride bene chi muore per ultimo.

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