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Io, la mia prima volta dietro la macchina da presa

In occasione dell’anteprima milanese della sua prima opera in qualità di registra cinematografico, il visionario “Lezione Ventuno”, Alessandro Baricco ha incontrato il pubblico e la stampa per raccontare qualcosa di sé e della genesi del film. Ad accompagnarlo il suo produttore, quel Domenico Procacci artefice di numerosi successi al botteghino dell’ultimo decennio italiano.

Questo non è il tuo primo rapporto con il cinema, dal momento che alcuni tuoi romanzi sono stati trasposti sul grande schermo da altri registi. Come definiresti quest’esperienza?
Non facile in realtà. Mi riferisco in particolare a “Seta” e al progetto di affidarlo alla regia di John Madden da parte della Miramax. L’ipotesi iniziale era che io scrivessi la sceneggiatura. E ci ho provato, avvalendomi della collaborazione di due studenti della mia scuola (la Holden di Torino, ndr). Non posso definirmi un bravo sceneggiatore, è un lavoro difficile. Alla fine, però, penso di aver lavorato bene, soprattutto perché non c’era il classico timore di sventrare l’opera originaria, dal momento che era mia anche quella! La logica hollywoodiana, però, in una sorta di scontro tra culture e civiltà, ha impedito che questo progetto si realizzasse… “Seta”, a prima vista, è un viaggio di formazione. Peccato che l’eroe, alla fine del suo percorso, non impara nulla, e questo proprio non andava giù ai produttori statunitensi. Il progetto di John Madden, in ogni caso, dopo l’insuccesso di “Il Mandolino Del Capitano Corelli”, è stato del tutto accantonato.

A quanto sono invece servite le precedenti esperienze con la tv e la radio?
A molto. Considero il film più un prolungamento del mio lavoro svolto a teatro che dell’esperienza di romanziere. Narrare è molto più semplice, perché è più facile abbandonarsi al fascino delle parole. L’unica connessione tra i romanzi e il film sta nel mio stile perché, in fondo, sono sempre io; a teatro, invece, ho fatto praticamente tutto, quindi nel cinema posso considerarmi un debuttante solo a metà. Sono infatti già entrato bene nell’ottica che una propria opera possa prendere voce attraverso il lavoro di altre persone, tecnici o attori che siano.

Nella progettazione del tuo film, hai usato un espediente molto particolare per riuscire a visualizzare i personaggi. Vuoi raccontarci di cosa si tratta?
Provenendo da un universo non cinematografico ho avuto la mente completamente libera dalle canoniche procedure di lavoro. È così che, nella volontà di mostrare ai miei collaboratori i contorni dei personaggi che io avevo solamente tratteggiato nella mia mente, mi sono rivolto all’illustratore Tanino Liberatore. Ci siamo incontrati a Parigi e qui gli ho chiesto, come prima cosa, di disegnarmi il violinista Hans Peters, morto nel ghiaccio con il suo violino in mano. Il risultato? Semplicemente perfetto! Liberatore ha compreso bene ciò che intendevo trasmettere: un mondo completamente immaginifico, che nella realtà non esiste.

Quali sono i tuoi principali riferimenti cinematografici?
Su tutti, direi Sergio Leone e Hou Hsiao Hsien. Sono registi che mi affascinano per il loro modo di concepire il tempo. Hou Hsiao Hisen perché ha un’idea di tempo incauta, mentre Sergio Leone per la sua capacità di costruire, nell’epica, il tempo del mito. In “Millennium Mambo” e “Free Time” si ha un’immobilità tale che qualsiasi spostamento, anche minimo, risulta essere un grande evento. E questo si traduce anche in un uso particolare del montaggio, con camere fisse o lunghi piani sequenza. Di Sergio Leone mi piace anche ricordare una sua affermazione “Di un film, alla fine, ti porti a casa una frase”. Come se il film fosse una grandissima architettura creata solo per custodire una frase. È un’idea che mi colpisce molto.
[PAGEBREAK] Cominciando a scrivere la sceneggiatura di “Lezione Ventuno” pensavi già che ti saresti occupato anche della regia?
Io, di norma, comincio sempre un’opera senza sapere a quale risultato approderò. Quando poi mi sono ritrovato a ridefinire il testo per la regia, molto è stato ridimensionato, anche per ragioni tecniche. Per il mio ruolo, invece, passerei la parola al mio produttore Domenico Procacci, il vero artefice della scelta.
Domenico Procacci: In realtà non ho mai pensato ad alternative reali ad Alessandro Baricco per la regia di questo film. Si tratta di un’opera troppo personale, ed è stato naturale affidarla subito a lui.

Come mai il film è in inglese?

D.P.: Sono ancora io il padre di questa scelta. So di aver complicato molto la vita ad Alessandro, ma sono convinto che questa storia non abbia le caratteristiche di un film italiano. Ha connaturato in sé un elevato senso di astrazione, che si sarebbe perso utilizzando volti noti del cinema nostrano. Anche la scelta dell’inglese in sé è significativa: è un idioma-convenzione, dotato di un carattere fondamentalmente neutrale.
A.B.: La scelta dell’inglese ha comportato sicuramente difficoltà nella produzione del film, specie nel mio rapporto con gli attori. Ma i maggiori tempi richiesti che ne sono conseguiti, alla fine, si sono rivelati proficui in quanto ho avuto modo di provare e riprovare le scene, un po’ come si fa a teatro. E per una produzione cinematografica è proprio un lusso. La scelta di attori inglesi, al di là di tutto, ha giovato molto al film. Si tratta di professionisti con una formazione di altissimo livello e soprattutto con una forte idea di mestiere e di autocontrollo, dovuta alla concorrenza spietata che esiste nell’ambiente anglosassone. Questo, paragonando l’attività di regista a quella del direttore d’orchestra, mi ha permesso di avere l’opportunità di suonare con un’orchestra davvero straordinaria.

Qualche problema invece durante la produzione?
Sicuramente il fatto di aver girato nell’estate più calda degli ultimi 150 anni! Ci siamo dovuti spostare sempre ad altitudini maggiori nelle montagne del Trentino e questo ha comportato grandi problemi. Inoltre, eravamo costretti a girare tra le 5 e le 6 del mattino, unico momento della giornata in cui la neve era adeguatamente solida. A tutto questo si aggiunga che molto bianco è stato aggiunto in post-produzione e che io, solitamente, non amo svegliarmi all’alba…

Nel film, a un certo punto, compare il bagno del professor Killroy, addobbato con le fotografie delle 141 opere sopravvalutate dal genere umano. Tra questi, il Partenone o la Gioconda. Come è nata questa scelta?

In realtà, è stato tutto un gioco. Si è girato tra gli uffici chiedendo alle persone che si incontravano di nominare tre opere a loro scelta. E questo è il risultato. Su alcune, devo dire, non mi sono trovato molto d’accordo, come nel caso di “2001: Odissea Nello Spazio”. Su altre, come il Partenone, ci sarebbe invece molto da raccontare: su come sia stato ricostruito dagli inglesi secondo principi di classicità e sobrietà e su come, invece, in origine, fosse una delle opere più riccamente decorate di tutta la Grecia.

Un altro film in arrivo, magari proprio sul Partenone?
Non saprei. Al momento sto scrivendo e quello che so è che in arrivo, invece, un nuovo romanzo.

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