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Io non ci sto!

Protagonisti, Alba Rohrwacher e Luca Marinelli, giovani attori di esperienza teatrale stimati e apprezzati: lei presenza importante del cinema italiano più recente, da Pupi Avati (“Il Papà di Giovanna”, presentato in concorso a Venezia nel 2008) a Silvio Soldini (“Cosa Voglio di Più”), lui al suo esordio sul grande schermo dopo anni di palcoscenico (nella stagione 2009/2010 ha preso parte al “Sogno di Una Notte d’Estate” di Carlo Cecchi); regista, Saverio Costanzo, elogiatissimo per i precedenti “Private” (vincitore del Pardo d’Oro al Festival di Locarno 2004) e “In Memoria Di Me” (in concorso a Berlino 2007); base letteraria, un best-seller insignito del Premio Strega di uno scrittore giovanissimo.
Dalle pagine alle immagini senza intoppi, dunque? No, perché se “La Solitudine Dei Numeri Primi” – opera d’esordio dell’allora 26enne Paolo Giordano, vincitore, appunto, del Premio Strega, del Premio Campiello Opera Prima 2008 e del Premio Fiesole Narrativa Under 40 – ha un punto debole, lo si avverte proprio nella sgradevole sensazione di leggere non un romanzo fatto di linguaggio solido e ragionato, di ritmo, di frasi tessute con perizia a produrre un senso non scontato, ma costruito bensì con un zoppicante insieme di parole più adatte al riassunto svogliato di un film per ragazzini, insipido e senza pretese, che non ad un’opera di prosa tanto osannata (e amata, considerato il numero altissimo di copie vendute).

Montare obiezioni contro la storia scelta da Giordano risulta superfluo: il cupo racconto di traumi infantili in grado di compromettere una vita intera potrà probabilmente non apparire nuovo né incontrare necessariamente il gusto di chi legge, ma resta comunque abbastanza coerente – non tanto negli snodi del racconto, spesso discutibili, quanto nel rapporto emotivo tra le premesse e la conclusione – e soprattutto gradevolmente scorrevole (i “Numeri Primi” si leggono, senza difficoltà ma anzi con curiosità e discreto piacere, nell’arco di una sola giornata); tanto più che gli intrecci d’amore e d’amicizia, le malinconie e gli strappi interiori subiti nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta, sanno facilmente suscitare interesse e identificazioni in lettori di tutte le età.

Non è però sufficiente avere tra le mani un embrione di trama e qualche spunto riflessivo autentico sul disagio e il senso di colpa per produrre un romanzo degno di questo nome. Giordano, in sostanza, della triste vicenda dei suoi Alice e Mattia (lei segnata nel corpo e nella mente da un incidente, lui da un atto irreparabile compiuto da bambino, entrambi feriti nei rapporti con le famiglie d’origine), non sa cosa fare, non sa come raccontarla: l’impressione è che gli manchino i riferimenti culturali e letterari per riempire degnamente 300 pagine e così si vede costretto a chiamare in suo aiuto il racconto per immagini cinematografico e televisivo – e non del tipo migliore – pescando da lì soluzioni narrative che gli consentano di mandare avanti il flusso degli eventi: ecco quindi il sadismo delle compagne di classe, ecco le feste di ragazzini dove ci si scontra con innamoramenti, gelosie e disillusioni; ecco i dialoghi da sciatto telefilm familiare usati per tratteggiare i litigi, le discussioni tra genitori e figli, le confidenze tra amici, gli incontri sentimentali.
Costanzo si trova ora a dover rispondere, con la sua opera, a non facili domande: come si può prendere un libro che non ha saputo diventare letteratura e si è rifugiato nel linguaggio cine-televisivo più insapore, per farne un film pronto a competere in un festival internazionale? Come si può ripulire quelle pagine dalla pigrizia narrativa che le contraddistingue e donar loro una forma più libera e carica di senso? Come trarre un’opera cinematografica di rilievo dalle pagine di un libro dato alle stampe, travolto dal successo e seppellito di riconoscimenti prima che avesse trovato la forza di camminare sulle proprie gambe?

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