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Irish Film Festa 2018 – L’11a edizione

Si è chiusa domenica 25 marzo, con la premiazione dei cortometraggi in competizione nella categorie Live Action e Animazione, l’11a edizione dell’Irish Film Festa, l’unica manifestazione in Italia dedicata alla produzione audiovisiva proveniente dall’Irlanda, senza distinzioni tra l’Eire e l’Irlanda del Nord, in un auspicio no border al quale non possiamo che unirci in maniera convinta e solidale.

E partiamo proprio dai corti premiati nell’analisi del nutrito programma del festival, che abbiamo avuto modo di fruire nella sua totalità, in giorni pieni di pubblico appassionato, che ha riempito ogni proiezione fino al limite della capienza della Sala Deluxe della Casa del Cinema di Roma.

Miglior corto Live Action è stato proclamato (da una giuria composta, tra gli altri, dall’attrice Daniela Poggi“You’re Not a Man at All” di Padraig Conaty, un delizioso mockumentary su un solitario allevatore che, grazie ad una manifestazione in cui è chiamato ad esibirsi en travesti, si (ri)appropria di un’identità repressa e, grazie a questo, affronta con maggiore serenità la faticosa quotidianità contadina e la spaventosa solitudine a essa collegata.

L’esordio al lungometraggio di Conaty, “No Party for Billy Burns”, ha chiuso poi la rassegna, dando un’ulteriore prova del talento potenziale del giovane cineasta. Un film con una fortissima idea di soggetto e una realizzazione a tratti lacunosa, specie nella prima parte, vittima di un’eccessiva pluralità di punti di vista. Il protagonista Billy (Kevin McGahern) vive nel mito del vecchio West, vestito da cowboy, in una piccola comunità che lo bolla inevitabilmente come freak, anche grazie al suo candore e alla mancanza di rapporti con l’altro sesso. È proprio un’illusione amorosa andata male a causarne il cambiamento: Billy va a Dublino, partecipa ad una festa in un appartamento, tocca con mano il suo essere un pesce fuor d’acqua rispetto alla generazione urbana dei suoi coetanei, torna a casa, prende il fucile e fa partire la sua vendetta. Conaty è bravissimo nella costruzione d’inquadrature fisse che richiamano i classici del genere, ci emoziona con un finale alla “Butch Cassidy” onirico e funereo allo stesso tempo ma, nel suo mitizzare la rivincita del suo protagonista, si scontra con problemi etici di non poco conto. Un ragazzo, ad ogni modo, da tenere d’occhio per il futuro.

Nella sezione Animazione, invece, a trionfare è il corto “Late Afternoon”, veloce immersione (termine usato non a caso) nella testa e nei pensieri di un’anziana signora che cerca di ricollegare i fili della sua memoria perduta. Stile semplice e funzionale, alla facile ricerca di emozione e commozione, con la grande attrice dublinese Fionnula Flanagan a doppiare l’anziana Emily. Un applauso all’autrice Louise Bagnall, animatrice per lo studio irlandese Cartoon Saloon (“Song of the Sea”), anch’essa attesa con grande curiosità alla prove successive.

Andiamo ora a dare un veloce sguardo e un’altrettanto agile analisi agli altri lungometraggi presentati dalla selezione del festival, volti a rappresentare il meglio della produzione irlandese dell’anno appena trascorso. In apertura, abbiamo (ri)visto con piacere, dopo il passaggio estivo in Concorso nella sezione Generator +16 del Festival di Giffoni, “Handsome Devil” di John Butler, già nelle sale italiane, e all’Irish del 2013, con il suo precedente “The Stag – Se sopravvivo mi sposo”. Un collegio maschile rigido, dove lo sport (il rugby in particolare) viene prima di ogni altra cosa, e un nuovo arrivo alternativo e non integrato: assunto già visto mille volte, ma qui declinato secondo nuove sensibilità, in special modo concernenti l’identità sessuale. Molto bravo Andrew “Moriarty” Scott nelle vesti di un professore di letteratura “capitano, mio capitano” stile Keating de “L’attimo fuggente”, un lungometraggio non indimenticabile ma divertente e di discreta fattura.

Il film più interessante, a nostro parere, dell’Irish di quest’anno è “Kissing Candice”, lungo d’esordio per l’autrice di video musicali (Brian Ferry, U2, Jon Hopkins) e spot pubblicitari (Honda, Samsung) Aoife McArdleLa protagonista Candice (Ann Skelly, non professionista, davvero brava), eccentrica e affetta da crisi di epilessia, sogna il suo amore incarnato, e poi lo incontra davvero: ma la realtà, forse, è diversa dai sogni. Stile registico personale anche se debitore di tanto cinema del (recente) passato, la McArdle posiziona il suo film nella testa della sua protagonista, facendoci vedere (quasi) tutto attraverso il suo sguardo stralunato, perennemente in bilico tra una febbrile voglia d’amore assoluto e il mancato riconoscimento di rischi e pericoli legati ad una gang di ragazzi perfidi, sballati, con un devastante lutto ad inquinarne il passato. Visionario, onirico, a tratti irrisolto: pregi e difetti, per eccesso, che connotano in genere gli esordi, dove il bilancino della combinazione di elementi non è ancora, e non lo può essere a parte rare eccezioni, perfettamente calibrato.

Il film più atteso è anche quello che ha rappresentato la delusione, comunque parziale, più cocente: parliamo di “Maze” di Stephen Burke, presente alla Festa insieme al suo protagonista Barry Ward (“Jimmy’s Hall”) in un affollato Q&A post proiezione. Il film prende spunto dalla fuga collettiva, realmente avvenuta nel 1983, di 38 prigionieri dell’IRA dal carcere di massima sicurezza di Long Kesh, in Irlanda del Nord. Lo stratega dell’evasione è Larry Marley (Tom Vaughan-Lawlor) che, mentre sta programmando l’impresa, si scontra, e successivamente instaura un rapporto di amicizia, con la guardia carceraria Gordon Close (Ward). Realizzazione sobria e attenta a rifuggire, fin troppo, gli stilemi e i cliché del nutrito sottogenere carcerario, nella progressione assomiglia un po’ (o, almeno, ci ha ricordato) “Il ribelle – Starred Up” di David McKenzie (“Young Adam”, “Hell or High Water”): maniacale attenzione al realismo e alla verosimiglianza, a scapito dell’immedesimazione e del tratteggio psicologico dei personaggi principali. La ristrettezze di budget hanno forzatamente concentrato le azioni e gli scontri in pochi momenti, e le motivazioni della coppia di protagonisti, specie un repentino e fondamentale cambio di strategia, non appaiono chiare e ben delineate. Soprattutto per gli appassionati dell’argomento – i Troubles e il terrorismo, gli unionisti e i cattolici – una visione comunque irrinunciabile, specie per il posizionamento temporale dell’episodio, di poco successivo allo sciopero della fame che decimò tanti ragazzi detenuti e non riconosciuti come detenuti politici, tra i quali il celebre Bobby Sands.

A completare il programma, un bellissimo documentario dedicato a George Bernard Shaw“My Astonishing Self: Gabriel Byrne on George Bernard Shaw” di Gerry Hoban, che in poco meno di un’ora tratteggia per sommi capi la personalità vulcanica di un autore gigantesco, riuscendo ad essere divulgativo e non superficiale allo stesso tempo. Un ottimo prodotto, che speriamo di vedere prima o poi sui nostri canali televisivi culturali come SkyArte o Rai5.

E, ancora, un Irish Classic misconosciuto qui da noi ma di grandissima qualità, “Into the West” di Mike Newell, con la sceneggiatura di Jim Sheridan, del 1992, e con un cast stratosferico (Gabriel ByrneEllen Barkin, Colm MeaneyBrendan Gleeson). Una fiaba moderna ambientata nel mondo dei Traveller, l’etnia nomade irlandese, dove piomba il mitico cavallo Tir-Na-Nog, che porta in groppa i piccoli Ossie e Tito in un viaggio in bilico tra realismo magico ed epica popolare. Da recuperare nonostante il terribile titolo italiano, “Tir Na Nog - È vietato portare cavalli in città”.

In chiusura, segnaliamo anche la proiezione di The Breadwinner di Nora Twomey, candidato all’ultima edizione degli Oscar, e Song of Granite di Pat Collins, di cui potete trovare apposite recensioni qui su LoudVision, insieme ad un approfondimento su tutti i corti in gara. L’appuntamento è quindi al prossimo anno, per un piccolo festival che ormai ha trovato una sua precisa collocazione e un prestigio internazionale, grazie al direttore artistico Susanna Pellis e alla sua preziosa squadra di collaboratori.

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