Home > Recensioni > Irish Film Festa 2018 – Song of Granite

Difficile considerare “Song of Granite”, presentato all’Irish Film Festa 2018, come un vero e proprio biopic. Non ne ha la struttura, l’aspetto, lo stile della narrazione. Non è nemmeno un’opera tipicamente narrativa, ma fatta di una serie di narrazioni, affidate alle immagini, i suoni e alla musica.

Eppure, quello di Pat Collins, documentarista irlandese al suo secondo lungometraggio di finzione dopo “Silence” (anche i precedenti documentari “Gabriel Byrne: Stories from Home” e “Tim Robinson: Connemara” sono stati presentati all’Irish Film Festa), è, di fatto, un film biografico: racconta la storia di Joe Heaney (Seosamh Ó hÉanaí in gaelico), nato nel 1919 a Carna, piccolo centro del Connemara (Contea di Galway) e diventato uno dei più importanti cantanti di musica tradizione irlandese.

Il nostro viaggio nella vita di Joe Heaney, attraverso tre diverse età, inizia proprio ​nel​ Connemara, in un’Irlanda rurale che sembra sospesa tra il tempo e lo spazio.

Qui vediamo Joe bambino, interpretato da un espressivo Colm Seoighe, immerso in un paesaggio aspro dall’incredibile forza evocativa, in cui ogni dettaglio viene sottolineato da una maniacale cura nella composizione dell’immagine e dalla splendida fotografia in bianco e nero di Richard Kendrick.

Al suono estremamente naturalistico della campagna del Connemara, realizzato da Sylvain Bellemare (che viene dall’esperienza di “Arrival”), viene affiancato quello canti tradizionali. C’è un certo gusto etnografico nel rendere musica e parole che tramandano la storia e i miti della regione e, in qualche modo, contengono la chiave di lettura dell’intera esperienza di vita, professionale e non, di Heaney.

È un peccato che queste canzoni in gaelico, lingua dall’eccezionale musicalità, non vengano sottotitolate. Sembra quasi che Collins ci stia mostrando un mondo di cui noi, che non conosciamo il gaelico, possiamo cogliere solo alcuni frammenti, ma non comprendere appieno. Che, in qualche modo, stia custodendo i misteri di un luogo che vive al di fuori della storia, nella tradizione orale.

Nel momento in cui Joe lascia Carna per andare a Londra e, in seguito, New York e la realtà rurale lascia il posto a quella urbana, il paesaggio perde il suo ruolo centrale all’interno della narrazione. È nella musica, infatti, che quel luogo mitico dell’infanzia di Heaney, interpretato ora Mícheál Ó Confhaol (anche lui cantante folk), vive adesso.

Man mano che il tempo passa, che della vita nel Connemara rimane sono il ricordo, “Song of Granite” assume una forma ancora più particolare, a metà tra documentario e film intimista. I riferimenti alla biografia del cantante rimangono sullo sfondo, appena accennati, mentre le riflessioni di un Joe ormai anziano, a cui adesso dà il volto Macdara Ó Fátharta, vengono mescolate a veri filmati d’archivio.

Pat Collins offre un ritratto di un artista complesso, diviso tra senso di appartenenza alla tradizione ma desiderio di vivere nella modernità. Lo fa con un film altrettanto difficile, lento e faticoso, ma straordinario dal punto di vista visivo e sonoro. Un’opera che ricorda, con la sua poetica straniante e quella tensione tra realismo e dimensione onirica, il cinema di Pier Paolo Pasolini, condividendone la semantizzazione della musica e del suono, nonché la dimensione profondamente popolare.

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