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Iron & Wine: That’s all folk

“No one is the savior they would like to be”, scrive Sam Beam in una delle sue canzoni. Anche lui, almeno per quanto riguarda il lato estetico, sembra essersi fermato a metà strada: i capelli alle spalle e la lunga, folta barba che gli conferiscono un aspetto “biblico” contrastano violentemente con i più che ordinari abiti mondani che indossa. L’uomo chiamato Iron & Wine è serio, gentile e un po’ timido; ci concede una breve conferenza stampa durante la quale fa del suo meglio per essere esauriente. Peccato che nessuno abbia avuto il coraggio di chiedergli della barba.

Come mai hai intitolato il disco “The Sheperd’s Dog”? A cosa ti sei ispirato?
Be’, il titolo viene da una delle canzoni contenute nel disco, che ho intitolato così perché parla di una ragazza e della voce insistente della sua coscienza; inoltre la figura del cane salta fuori in più occasioni all’interno del disco, forse perché ne ho uno. Penso che l’immagine del “cane del Pastore” sia fresca e interessante, perché evoca molti concetti diversi e rimane aperta all’interpretazione personale: per me può essere qualcuno che ti conforta e che ti dà sicurezza, oppure… oppure può essere God’s bitch!

Mi piacerebbe sapere la tua opinione, se te ne sei fatta una, sulle primarie presidenziali.
Ah, sì. Indipendentemente da chi sarà il candidato per il Partito Democratico, spero soltanto che i repubblicani non vincano! Sicuramente sarà o Barack Obama o Hillary, non lo so, io personalmente non ho ancora scelto tra i due, penso che entrambi possano fare un buon lavoro.

A proposito di questo, pensi che la religione potrà costituire un elemento centrale per la scelta di un candidato?
La religione di questi tempi è sempre qualcosa di importante in America, è assurdo; ma d’altra parte penso anche che alla gente piacciano di più i soldi quanto gli piaccia Dio; penso che la gente povera voterà per i democratici. Spero davvero che alla fine non vincano di nuovo i repubblicani: ora come ora la loro situazione sembra compromessa, ma penso che finiranno per riavvicinarsi molto, non si può mai sapere. Io ancora non riesco a credere come della gente abbia potuto votare per Bush.

In passato hai citato vari artisti che hanno costituito una fonte di ispirazione per la tua musica, come ad esempio Nick Drake, Paul Simon, John Cale e, a proposito del tuo ultimo disco, “Sworfishtrombones” di Tom Waits. Ma ce ne sono anche altre, vero?
Oh certo, mi sono sentito molto influenzato dalla musica giamaicana, sudamericana e africana, in particolar modo per quanto riguarda l’aspetto ritmico; poi la cosa divertente è mescolare tutte gli elementi, facendo in modo che le canzoni non siano immediatamente identificabili all’interno di un genere particolare.
A proposito di quel disco, è vero, l’ho citato in un’intervista, ma non è che l’abbiamo inchiodato al muro dello studio e poi ci siamo detti “E ora che facciamo? Chiediamolo a Tom Waits!”. Tuttavia ho sempre pensato che “Swordfishtrombones” sia un album divertentissimo, pieno di suoni e di stili differenti, molto diverso da ciò che Tom Waits aveva fatto in precedenza. Questo atteggiamento mi ha ispirato molto, e ho pensato che se per lui aveva funzionato, forse avrei potuto provare anch’io qualcosa di nuovo e vedere cosa sarebbe successo; non è che volessi fare un disco come il suo, sono piuttosto il personaggio e la sua carriera ad avermi ispirato.

Per questo motivo, non trovi che essere etichettato come un musicista folk sia un po’ limitante?
Penso di aver capito quello che intendi, ma penso che tutta la musica ad eccezione della classica sia folk, è la musica della gente. Ad esempio, penso che sia la musica africana che il jazz siano folk, come puoi vedere di spazio ce n’è molto! Poi, visto che con le mie canzoni mi piace raccontare storie, mi risulta molto naturale adottare delle strutture ereditate dalla tradizione, che per questo scopo sono perfette; oltre a questo, però, mi piace un sacco di musica differente.
Ma in fondo, quando uno scrive musica non pensa davvero a queste cose; è un insieme di sensazioni intuitive, un po’ come l’amore.
[PAGEBREAK] Visto che in passato ti sei occupato di sceneggiatura e di regia, hai incontrato difficoltà nel passaggio alla scrittura di canzoni?
No, nessuna in particolare, anche perché coltivavo l’interesse della musica anche quando mi occupavo di comunicazione visiva. E poi, sia che io scriva una sceneggiatura o una canzone, il mio atteggiamento è analogo, perché preferisco raccontare quello che succede piuttosto che fornire spiegazioni. Inoltre penso che spesso la musica possa essere un mezzo di comunicazione di suggestioni visive più efficace di molti film.

I testi delle tue canzoni tendono ad essere complessi e ricchi di significato; ti sei mai chiesto se questo possa costituire un ostacolo alla comprensione della tua musica per gli ascoltatori non Americani?
Oh, certamente! Ogni volta che vengo in Europa mi chiedo se qui quello che faccio possa funzionare o meno. La conclusione a cui sono giunto è che una canzone possa intrattenere e interessare a più livelli, c’è la musica, il testo, la melodia etc; se l’ascoltatore non sa l’inglese senza dubbio si perde un livello, ma io del resto ascolto musica africana di cui ignoro totalmente il testo…

Puoi fare una top ten dei tuoi dischi preferiti del 2007?
Mmh… No! Non è che non vorrei, non posso. Ho quattro figli, non ho tempo per andare al negozio o per ascoltare tutti quei dischi, mi spiace. Ultimamente mi piacciono i Grizzly Bear, che hanno aperto qualcuno dei miei concerti tempo fa.

Che ne pensi degli Mp3 e della musica digitale? È il futuro della musica o è solo un danno?
È senz’altro il futuro della musica. Certo, se una persona che vuole vivere di musica fatica per mettere insieme un disco e poi la gente lo scarica senza pagarlo la cosa è deludente; ma d’altra parte la storia dell’industria musicale è stata scritta da ladri! Gli artisti fanno molti più soldi andando in tour che vendendo dischi, quindi se il download serve a portare più gente ai concerti penso sia una cosa positiva.

Il tuo ultimo disco ha dei suoni molto potenti e degli arrangiamenti complessi; i tuoi primi dischi li avresti voluti così e ti sei dovuto porre dei limiti, oppure hai cambiato con il passare del tempo il modo di interpretare la tua musica?
Ah, bé, entrambe le cose. Voglio dire, oggi posso usare tutto quello che voglio, ma ai tempi facevo il musicista nel tempo libero, come hobby: avevo una chitarra, un banjo e un microfono. Quindi sì, il risultato è stato sicuramente condizionato da ciò che avevo. Ma oltre a ciò, penso che in quel periodo le canzoni suonassero molto più tradizionali rispetto ad ora già nella mia testa; non pensavo che ci fosse un modo solo di suonarle, di solito le registravo soltanto per non dimenticarmele.
Per quanto riguarda il risultato finale, io ho cercato di registrare le canzoni facendo il meglio possibile, in modo che risultassero più uniche possibile.

Interrogato su nuove possibili uscite discografiche entro l’anno, Sam si mantiene vago ed è “salvato dalla campanella”; poi ci saluta con un affettuoso “Take care” per dedicarsi agli altri impegni che lo attendono prima dell’inizio del concerto.

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