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  • Iron Maiden: Dance Of Death

    Iron Maiden

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Danza noiosa

Non è un disco pessimo, ma da qui a dire che “Dance Of Death” abbia un suo perché ce ne passa: alla luce del sole degli Iron Maiden non c’é molto di nuovo, solo un riassunto delle puntate precedenti in guisa appena appena diversa.
“Ma vabbé, sono gli Iron…”, diranno.
Si appesantisce ragionevolmente il sound in episodi come “Montsegur”, “Age Of Innocence” (che ha però uno dei ritornelli più belli), o “Paschendale”; si accentua la componente sinfonica, mai così determinante nell’economia del sound degli Iron quanto in una canzone come “Journeyman” o la stessa “Paschendale”. Per il resto, però, giocata già tre anni fa la tattica dei 3 chitarristi, e accanto a un paio di singoli (“Wildest Dream” e la non di molto migliore “Rainmaker”) tutto sommato trascurabili, c’é poco: l’hard ‘n’ heavy di “New Frontiers” che risulta uno dei pezzi più accattivanti dell’album, e “Face in The Sand”, song con diverse buone intuizioni che tutte insieme invocano da una parte “Blood Brothers” e dall’altra un po’ “The X Factor”, un po’ “Seventh Son Of A Seveth Son”.
“Ma vabbé, sono gli Iron…”, diranno in tanti.
Abbondano come ormai di consueto gl’intro e gli outro elettroacustici ed acustici e i ritornelli ripetuti all’infinito (esempi dell’uno e dell’altro aspetto sono “Dance Of Death”, “No More Lies”, “Face in The Sand”, “Age Of Innocence”) che allungano spesso e volentieri inutilmente un minutaggio già di suo non così breve. Su 68 minuti, se anche ci si fosse liberati di alcune sezioni non strettamente necessarie, magari nessuno ci avrebbe fatto caso.
“Ma vabbé, sono gli Iron…”, diranno in tantissimi.
Pollice all’insù, sia per la prova di Bruce Dickinson (bello l’intro di “Dance Of Death”, Bruce novello Eric Adams?), che ci mette tanto del suo per riuscire a far funzionare linee e ambientazioni sonore non sempre massimamente efficaci, sia alle performance di Dave Murray, Adrian Smith e Janick Gers, tutti e tre a imbottire le song di ottimi, ma spesso consueti, interventi, arpeggi, assoli o riff – il lavoro dei tre appare, in ogni caso, anche in quest’occasione di fattura non comune.
“Dance Of Death”, conterà veramente poco nell’intera discografia degli Iron Maiden – ma siccome al cuore e al blasone non si comanda, l’ipotesi che a far apprezzare a tanti un lavoro che di suo non avrebbe tantissimo da dire, sarà proprio il monicker stampatogli sopra, non è per nulla peregrina. Ad alcuni altri, tuttavia, l’album risulterà deludente proprio per questa stessa ragione.

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