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  • Iron Maiden: Fear Of The Dark

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Il canto del cigno?

La vicenda è ben nota, e col senno di poi la rilevanza storica di quest’album è notevolmente cambiata negli ultimi anni. “Fear Of The Dark” sembrò essere, a suo tempo, l’ultimo capitolo di un’epopea che aveva visto all’opera la formazione probabilmente più celebre del metal mondiale, ovvero gli Iron Maiden nella loro lineup ‘classica’. La carriera della band, a dire il vero, sembrava artisticamente pericolante già da qualche tempo, ovvero da quel “No Prayer For The Dying” che aveva rappresentato una netta battuta d’arresto creativa ed aveva messo in luce una situazione interna alla band per nulla rassicurante. Nel ’92 ecco quindi il temuto canto del cigno – Bruce Dickinson se ne sarebbe andato poco tempo dopo, lasciando il leader Steve Harris in via poco amichevole. L’album fu accolto con entusiasmo incredibile praticamente ovunque, vuoi perché in quell’atteggiamento viveva trasfigurata la speranza di non dover rinunciare definitivamente ad ascoltare nuovi lavori dei Maiden, vuoi perché “Fear of the Dark” era comunque decisamente migliore del predecessore. Sta di fatto che questo album non è all’altezza dei grandi capolavori del passato, pur contenendo alcuni brani autenticamente validi, di peso fondamentale anche nelle lunghe setlist proposte dal vivo. Alla fine dei conti continua ad essere proprio Dickinson la grossa zavorra (quando in passato si era rivelato al contrario il vero match winner): il singer è tutto sommato poco ispirato, e la sua voce non appare cristallina e squillante come in passato, anche quando le note imposte dalle partiture musicali non sembrano così impegnative, né sembrano presupporre la necessità di un approccio più aggressivo. Certo, valutando ciò che sarebbe successo di lì a poco, con l’ingresso in formazione di un Bayley costretto a fare l’imitatore (con risultati penosi), il lavoro di Bruce appare senza dubbio di altro spessore. A ciò contribuiscono in modo decisivo la rinnovata ispirazione dei songwriters ed un dinamismo musicale che da tempo non si sentiva nelle song griffate Maiden: il singer infatti può anche permettersi di gestire la sua non eccelsa forma in modo da donare accenti nuovi e in definitiva intriganti alle sue interpretazioni – esempio classico è l’opener “Be Quick Or Be Dead”, brano spiazzante ad un primo ascolto, ma decisamente godibile. Per il resto, l’hard zoppicante di “No Prayer…” sembra allontanarsi sullo sfondo, ed anche il lavoro del nuovo axeman Janick Gers migliora visibilmente, facendosi più compatto ed amalgamato nel tappeto sonoro prodotto dai tre membri storici Harris, Murray e McBrain. Discorso a parte merita poi la title track, brano lungo, dinamico, ricco d’atmosfera: “Fear Of The Dark” rimane tutt’oggi uno dei grandi capolavori della band, song esaltante come da anni Harris e soci non ne presentavano. Sono infatti molti i fan dell’ultima ora ad aver conosciuto questa band grazie a quel sinistro arpeggio ed a quel memorabile refrain. Ciò non toglie che l’album contenga anche alcuni filler francamente trascurabili, e che la qualità generica non svetti mai alle altezze della prima decade di carriera: anche i singoli fraseggi non sono quasi mai esaltanti ed indimenticabili come avevano saputo essere un tempo (insomma, dove stanno per esempio i geniali giri di basso che avevano fatto grandi pezzi come “Wrathchild” o “The Clairvoyant”). Certo, se la parentesi Dickinson si fosse definitivamente conclusa con quest’album il suo valore sarebbe ancora più grande, ma il tempo ha fortunatamente raccontato una storia differente.

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