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  • Iron Maiden: Killers

    Iron Maiden

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Agli albori della NWOBHM

“Killers” appartiene a quella schiera di album che a rigor di logica non necessiterebbero neanche di una recensione. Quando una band entra a suon di capolavori nell’immaginario collettivo come gli Iron Maiden si è senza dubbio al cospetto della storia del metal – e per esteso, del rock. Il secondo album della band inglese è senza ombra di dubbio uno dei capitoli fondamentali di questa epopea che tanto ha saputo regalare a tutti i consumatori di musica metal. I Maiden sono come la nazionale, si dice. Non esistono questioni di gusto, quando si parla di Steve Harris e soci; qualunque sia il vostro credo metallico, il cappello va tolto di fronte a chi ha creato dall’interno un genere che dopo decine di anni è ancora ben lungi dall’estinguersi. E se i Maiden sono la nazionale, “Killers” di certo una delle sue punte di diamante. Basterebbe soltanto il trittico d’apertura a rendere questo album un acquisto obbligato per ogni fan della buona musica heavy. “The Ides Of March” è una intro assolutamente magica, “Murders In The Rue Morgue” un brano che mostra nelle sue volute tutto l’ardore musicale e l’inventiva della NWOBHM, mentre “Wrathchild” è…”Wrathchild”: ovvero una song talmente immensa da essere entrata di diritto nel gotha assoluto dei capolavori del metallo. L’album in questione, va ricordato, è anche l’ultimo a vedere impegnato nelle file della Vergine di Ferro il singer Paul DiAnno, che di lì a poco verrà allontanato dal gruppo. Prima della dipartita dalla band, però, DiAnno decide di tirare fuori dal cilindro una di quelle prove che lo faranno rimpiangere a lungo da molti fan della prima ora – nonostante al suo posto arrivi un certo Bruce Dickinson. Non deve sorprendere il fatto che Paul venga tuttora ricordato con grande affetto da moltissimi vecchi (e nuovi) headbangers: “Killers” è uno di quegli album che non si dimenticano, grazie anche ad episodi come la bella “Purgatory”, l’intrigante title track, oltre al già citato terzetto d’apertura. È l’intera band ad essere in forma smagliante, non soltanto il singer, e le venature rock che ancora caratterizzano il sound di Maiden hanno mordente da vendere, oltre ad un piglio sanguigno e genuino che fa da perfetto contraltare alla ricercatezza degli arrangiamenti. Arrangiamenti che vanno via via affinandosi sulla base ritmica impeccabile costruita da Clive Burr e dal maestro assoluto delle quattro corde Steve Harris – un musicista che ha trasformato radicalmente il ruolo del proprio strumento, imprimendo un segno indelebile sulla musica heavy nei vent’anni successivi. Continuare a chiedersi quale sia lo spessore di questo album è del tutto superfluo quindi, e se è vero che nel tempo il sound si affinerà ulteriormente, per raggiungere un livello di qualità estetica e formale anche maggiore, bisogna ricordare che siamo nel 1981, e che “Killers” è uno dei tasselli fondamentali dell’evoluzione musicale dei Maiden. Imperdibile.

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