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  • Iron Maiden: Piece Of Mind

    Iron Maiden

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La truppa al gran completo

Se con “Iron Maiden” debuttava la band, Adrian Smith arrivava con “Killers” e con “The Number Of The Beast” si univa ai Nostri anche Bruce Dickinson, “Piece of Mind”, nel 1983, salutava invece l’ingresso del nuovo drummer, Nicko McBrain, autenticando quindi l’atto di nascita della formazione storica degli Iron Maiden.
“Piece Of Mind” veniva investito di un’eredità importante, quella lasciata da “The Number Of The Beast” (A.D. 1982), che aveva allargato notevolmente la schiera di seguaci della band al punto da arrivare al numero 1 nelle charts inglesi e non solo. L’album dell’83 doveva quindi dare le giuste risposte a chi aspettava al varco questo gruppo di metallari, pronti a punire qualsiasi indecisione o passo falso, e gli Iron Maiden risposero con un pugno di canzoni, diverse – ma mai troppo – da quelle contenute nella raccolta di composizioni precedenti, che mostravano una capacità espressiva e un’efficacia non comuni. Valga il trittico d’apertura come promemoria: “Where Eagles Dare” (Harris), introdotta da un fill di batteria che nelle intenzioni della band avrebbe avuto il compito di presentare al pubblico il simpatico Nicko McBrain, è un’opener molto buona sebbene appaia un po’ prolissa nella parte strumentale centrale. “Revelation” (Bruce Dickinson), canzone dal retrogusto Jethro Tull neanche troppo velato, è costruita su un gioco di luci e ombre creato dall’alternanza di parti acustiche e più romantiche ad altre più nervose ed elettriche, sulle quali si inseriscono assoli al solito di ottima fattura. “Flight Of Icarus” (Smith/Dickinson), è invece un mid-tempo epicheggainte, dal buon groove, che fu anche singolo insieme a “The Trooper”. “The Trooper”, appunto, ovvero la canzone manifesto dell’intero disco, uno di quei classici che si presumono noti anche ai sassi, riproposta, e un motivo ci sarà, pressochè ininterrottamente nei ive set della band nei decenni a seguire. Le ambientazioni epiche, da sempre proprie del Maiden-Sound, raggiungono in questo disco una dimensione quasi del tutto matura con “To Tame A Land” (tratta dal romanzo “Dune” di Frank Herbert), ovvero la prova generale in attesa del futuro capolavoro “Rime Of the Ancient Mariner” – e di un po’ tutti gli anthem che negli anni, più o meno esplicitamente, agli stessi stili espressivi e canovacci tematici si rifaranno.
Non una rivoluzione, semplicemente un’opera che conferma il valore della band e ne rafforza la reputazione.

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