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  • Iron Maiden: Seventh Son Of A Seventh Son

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Infinite Dreams

I) “Seventh Son Of A Seventh Son”, classe 1988, seguiva “Somewhere In Time”, l’album della svolta più sperimentale e progressiva degli Iron Maiden. All’epoca questi due lavori fecero storcere il naso a più di un integralista metallico per via dell’uso che facevano di synth e guitar-synth. In quegli anni Steve Harris (come noto il deus ex-machina degli Iron Maiden) aveva particolarmente apprezzato “Rage For Order” degli americani Queensryche, un’opera che aveva “shockato” il pubblico metal più attento a seguito della sua impressionante profondità artistica (che sarebbe stata ancor più ficcante con il successivo “Operation:Mindcrime”, anch’esso piuttosto gradito da Mr.Harris) e carica innovativa. Al di là delle ottime canzoni che conteneva, il merito più grosso di “RFO” era il grosso balzo in avanti che faceva fare al genere musicale al quale apparteneva: l’uso delle tastiere, la presenza di influenze non direttamente derivate dal rock più o meno duro e il suo diverso approccio al songwriting erano elementi estremamente innovativi nel metal di allora. Probabilmente l’argomento della “innovazione”, punzecchiato in tal modo, diventò una priorità anche per il buon Steve (fan peraltro del prog-rock di Genesis, Jethro Tull e Yes, accanto all’Hard Rock “classico” dei ’70ies), in tal senso sostenuto anche da Adrain Smith, e fu così che gli Iron Maiden diedero alle stampe proprio “Somewhere In Time” nel 1986 (nel quale spiccavano molto il songwriting e il guitar-synth di Smith), e un paio d’anni dopo questo “Seventh Son Of A Seventh Son”. Due album differenti tra loro, e molto diversi da quello dei Queensryche (conviene specificarlo), ma che costituivano anch’essi un tentativo di allargamento dei confini stilistici del metal propriamente detto. Purtroppo nelle uscite successive gli Iron Maiden preferirono abbandonare queste velleità “progressive” e cristallizzare il proprio discorso artistico su determinati elementi stilistici dal risultato commerciale garantito, ma dal profilo contenutistico non così importante (e Smith forse proprio per questo lasciò la band, salvo ritornarvi quasi 12 anni dopo per pubblicare “Brave New World”).

II) Rispetto a “SIT”, “Seventh Son Of A Seventh Son” mostrava canzoni dalle strutture leggermente più lineari, che non spingevano mai troppo sull’acceleratore, cosa che in passato s’era invece fatta. Le atmosfere abbandonavano l’aura high-tech e si facevano più cupe ed evocative, arricchite da preziose aperture a volte melodiche, altrevolte più epiche ma sempre e comunque molto suggestive. Chiariva meglio il tutto già l’opener “Moonchild”, con il suo riff iniziale a base di guitar-synth, ma potremmo chiamare in causa anche pezzi nel compleso meglio riusciti come l’ottima “Infinite Dreams”, “The Evil that Men Do” o “The Clairvoyant”. Se però si volesse avere un esempio tangibile di che cosa significasse l’attitudine progressiva degli Iron Maiden del 1988, è sulla title track che bisognerebbe puntare: una canzone di discreto minutaggio che accanto ai tipici andamenti maideniani propone una fantasiosa e varia sezione strumentale centrale (si passa da tenebrose parti teatrali nelle quali Bruce Dickinson recita l’epico testo della canzone, ad altre dominate da soluzioni strumentali piuttosto intricate), nella quale non c’é ovviamente traccia di tecnicismo esasperato, ma c’é soltanto l’immensa classe d’artisti all’apice della loro creatività. “The Prophecy” è semplicemente un’altra delle canzoni più sottovalutate del song-book griffato Iron Maiden, e specularmente “Can I Play With Madness” (un vero pesce fuor d’acqua, in questo disco) è invece uno degli episodi più sopravvalutati. Da citare infine la conclusiva “Only The Good Die Young”, pezzo molto buono ma che poco aggiunge al contenuto complessivo del disco.

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