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  • Iron Maiden: Somewhere In Time

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Parola d’ordine “Synthesizer”

Sebbene la vena progressiva degli Iron Maiden trovi la sua massima espressione nel successivo lavoro “Seventh Son Of A Seventh Son”, già questo “Somewhere In Time “del 1986 dimostra come nella band ci sia voglia di fare qualcosa di diverso.La parola d’ordine è “Synthesizer”, appunto.Synth e Guitar-synth che cambiano l’aspetto del sound generale (lo si nota già dall’opener “Caught Somewhewre In Time”), rendendolo molto pi sintetico e artificiale, ma anche molto più attuale e futuribile, senz’altro al passo coi tempi – gli Iron Maiden, dopo ormai cinque album di gran successo che hanno dettato cliché stilistici che influenzeranno per i decenni successivi tutto il metal a venire, per il sesto passo discografico decidono di lanciarsi in un’avventura nuova. Non rivoluzionano il loro trademark, ma ci vanno vicino: in queste otto tracce non c’é più visceralità, non c’è più un sound nudo e crudo soltanto un po’ edulcorato da produzione quasi perfette (diverso da “asettiche”), comunque spigoloso e “vivo”. C’è qualcos’altro, ci sono gli Iron Maiden alle prese con atmosfere high-tech che oggi (come ai tempi andarono) andranno di traverso a tanti integralisti metallici. Non che all’epoca Steve Harris e soci fossero pionieri ed esclusivisti dell’utilizzo di strumenti elettronici in contesti metallici, a metà anni ’80 quella del suono sintetico, usato in maniera anche solo marginale, sembrava infatti un’esigenza piuttosto comune (ricordiamo il rivoluzionario “Rage For Order” dei Queensryche su tutti, poi, uno tra gli altri, “Turbo” dei Judas Priest), ma ci voleva comunque coraggio, perché il pubblico non sembrava così ‘avanti’ come i propri idoli. Gli Iron Maiden accettano la sfida e danno alle stampe nell’86 un disco probabilmente spiazzante e ostico ai primi ascolti, ma abbatsnaza ispirato, piuttosto innovativo, che ci regala comunque almeno tre grandi Classici: di sicuro “Wasted Years”, poi “Heaven Can Wait” (più perché un ottimo numero Live, che per chissà quali altri meriti artistici) e infine “Alexander The Great”. Quest’ultima, posta in chiusura del platter, ripercorre i sentieri stilistici ed espressivi della classicissima “The Rime Of The Ancient Mariner”, o andando ancora più indietro “To Tame A Land”, per le ragioni spiegate altrove su queste pagine, e l’esperimento riesce nuovamente (!). Il “nuovo” è rappresentato al meglio in canzoni come “Stranger In A Stranger Land”, uno dei singoli estratti, e in maniera ancora più efficace in “Sea Of Madness” o “The Loneliness Of The Long Distance Runner”, pezzi stratificati, diversi sotto certi punti di vista, ma accomunati dall’importanza data per l’appunto ai sintetizzatori (di qualunque sorta) e da quella sensazione straniante che sembra provenire dall’aura ad alta intensità tecnologica che si respira lungo l’opera.Canzoni buone, forse soltanto un po’ accecate dal desiderio del nuovo a tutti i costi.Nota finale per “Deja-Vu”, giocata su un metal più tradizionale e vicino alla tradizione della band, dinamico, dalle ottime melodie, uno dei migliori pezzi del repertorio della band, ma quasi del tutto dimenticato.”Somewhere In Time” sembra però eccessivamente “freddo”. Questa caratteristica, volendo proporre un’interpretazione alternativa, potrebbe in effetti rappresentare un’ulteriore metafora di un Futuro dominato da macchine e computer, asettico, poco toccato da relazioni umane sempre più automatizzate, numeri più che parole, dati più che impressioni o sensazioni. Orwelliano o meno che sia, l’ascolto del disco, per giunta guardando l’Eddie simil-Terminator ritratto in copertina (piena tra l’altro di curiosi riferimenti alla carriera passata della band), è proprio questo che pare suggerire – con tutto ciò che può comportare a livello emotivo.

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